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giovedì, 24 Settembre 2020

Covid-19: scacco matto al liberismo

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Giusi Greta Di Cristina
Giusi Greta Di Cristina
Siciliana, laureata in Lingue, mi occupo di politica estera da dieci anni. Specialista in Scienze Internazionali all'Università degli Studi di Torino, curo un blog ne "L'Antidiplomatico" e collaboro con la casa editrice NovaEuropa di Milano.

Al principio furono le proteste in Francia. Poi quelle in Cile. Intorno altri Paesi, non menzionati, dimenticati, che eppure hanno visto nelle loro piazze milioni di persone. Pensiamo ad Haiti o all’India.

Paesi diversi, distanti geograficamente, culturalmente, persino politicamente. Eppure quelle proteste si assomigliavano tutte poiché tutte denunciavano la stessa cosa: lo sfruttamento. Lo sfruttamento come portato di un sistema, quello capitalista, che si è trasformato nei decenni ma che mantiene inalterato il suo schema di fondo, al quale deve la sua sopravvivenza.

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Sfruttamento delle risorse, dell’ambiente, dei lavoratori, dei processi politici, del cittadino. Sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

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Dicevano che questa fosse l’unica via: sono riusciti a convincere talvolta le vittime ad assecondare quel sistema, persino a difenderlo, a sostenerlo. Sono riusciti a convincere del sogno della ricchezza, ma non della ricchezza per tutti, quello no, ma della ricchezza del singolo sugli altri. Ed ecco che l’individualismo si è presentato a noi come la cifra di un sistema economico in cui non sei povero, sei solo potenzialmente ricco.

Col 1992 e la bandiera rossa ammainata sul Cremlino si disse che la storia, intesa come storia degli uomini che la cambiano, era finita, terminata: il capitalismo aveva vinto. Uccidiamo, dunque, il pensiero del gruppo sul singolo, lo slancio del lavorare tutti per il bene di tutti, delle lotte per il miglioramento della vita collettiva: il capitalismo ci avrebbe fatto diventare tutti quanti ricchi, a scapito di chi non ce la faceva e che, sicuramente, aveva fatto qualcosa di sbagliato per non farcela. Un’attitudine protestante di matrice anglosassone si è fatta largo in un mondo con un’altra cultura e un’altra storia: si è poveri di certo per una qualche forma di colpa, perché non ci si è impegnati abbastanza. E cosa c’è di meglio dell’esistenza dei poveri, di chi non ce la fa, di chi rimane indietro per farci sentire migliori, furbi, fortunati? La meritocrazia come sinonimo di bravura, di saperci fare, di meritare. E se si fosse scoperto che quel successo non era frutto di merito di certo il soggetto in questione si era “creato” la sua fortuna, o era stato furbo nell’approfittare dei corretti meccanismi offerti dalla società.

Per lunghi decenni, a volte anche di più, questo ingranaggio è servito a sottomettere intere nazioni, popoli, culture soggiogate dal potere violento del capitalismo: se non ce la fanno a liberarsi dal giogo vuol dire che non vi è nulla di meglio e accettarlo e farne parte è l’unica possibile soluzione.

Qualcuno, però, aveva previsto già alla fine dell’Ottocento che ad un certo punto il meccanismo si sarebbe inceppato, che lo sfruttamento sarebbe andato talmente oltre da risultare inaccettabile da chi lo subiva o se n’era lasciato sedurre. Ad un certo punto una oleata non sarebbe stata più sufficiente.

Diversamente da quanto accaduto nei tempi passati – e senza voler far ricorso a lunghi capitoli di storia e storiografia – adesso sono i popoli globalizzati a scrollarsi di dosso il torpore e la rassegnazione. Lo fanno persino in questi bui tempi segnati dall’incertezza di una crisi sanitaria che, al contrario, ha come innescato una maggiore consapevolezza.

Il mondo liberista si è incagliato: il suo modello, già alle prese con una crisi economica che dura imperterrita dal 2008 e che è servita a rendere pochi ricchi sempre più ricchi e a far aumentare esponenzialmente il numero delle persone vicine o addirittura sotto la soglia della povertà.

Non è il destino cinico e baro: è, invece, una ricetta economica decisa a tavolino, benedetta nelle università, proclamata dai presidenti degli Stati, osannata dai “tecnici”. Si chiama liberismo, ordoliberismo, neoliberismo. Ed ha i suoi profeti e i suoi parroci, in Italia come altrove.

La globalizzazione è servita da megafono a questi sistemi economici, gettando nel mare magnum del commercio senza confini pesci grandi e piccoli, costringendo gli attori economici meno sviluppati a subire l’arroganza e le regole dei più grossi che hanno avuto carta bianca nel dirigere i propri affari nella maniera e nella misura che più gli aggradava. Esistono delle eccezioni, anzi l’eccezione più lampante è la Cina, alla quale infatti si rimprovera di non voler entrare nel novero delle economie di mercato.

Come nel peggiore degli incubi il libero mercato si è schiantato contro l’iceberg dei suoi stessi limiti strutturali, risultando fatalmente inerme dinnanzi ad una pandemia di livello globale alla quale non sa porre rimedio. Attenzione, ci prova a suo modo: lascia che ogni Paese liberista faccia l’unica cosa che sa fare, ovvero mettersi in competizione, stavolta per comprare per primo il vaccino o rubando ad altri Paesi i materiali medici che servono. Nessuna teoria, nessuna regolamentazione, nessun economista sta riuscendo a dare una soluzione. E allora che si fa? Semplice: da un lato si declina la responsabilità e si cerca un colpevole, dall’altro si costruiscono accuse nei confronti di quei Paesi che, unici, stanno tentando di trovare una via d’uscita per sé e per gli altri ma che, disgraziatamente, non sono Paesi liberisti. Costruire possibili nemici è d’altronde il rimedio politico da sempre usato dai liberisti per far sì che i popoli sostengano convintamente le decisioni del mercato e le rendano inappellabili.

Analizzando la fase odierna, la prima reazione della maggioranza dei paesi liberisti è stata quella di accusare la Cina: in ordine sparso, la Repubblica Popolare sarebbe stata colpevole di una alimentazione sbagliata causa del virus, di aver costruito il virus in un laboratorio, di non aver avvisato per tempo le istituzioni per arrivare all’accusa più grave di aver volutamente diffuso il virus.

Smontiamo una ad una queste sciocchezze. Tutte le ipotesi relative a un virus provocato da cibo animale sono state smentite dall’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, per esser chiari, non ha di certo sede a Pechino. Il famigerato laboratorio sarebbe a guida congiunta cinese e inglese e supervisionato, ancora una volta, dall’Oms: se da lì si fosse fatto partire volontariamente il virus i colpevoli sarebbero tre, tra cui l’Oms. La Cina, come abbiamo già scritto altrove, aveva per tempo avvisato l’Oms, tant’è che il virus viene indicato con il numero 19, da 2019. Infine: che motivo avrebbe avuto la Cina di autoinfettarsi, autocausarsi danni economici difficilmente recuperabili in breve tempo e in un sistema competitivo globale, crearsi nemici e tendenzialmente possibili competitors?

Se rivolgete queste domande agli esperti liberisti o alla destra e alla sinistra filoatlantiste vi diranno che la Cina tenta di conquistarci, portando avanti un progetto imperialista. Imperialista, capite? Un termine che, dicevano, essere vetusto, legato al secolo scorso ai comunisti e non più utilizzabile.

Il nostro Paese è stato colpito e messo in serissime difficoltà dall’evolversi della pandemia; da quasi due settimane siamo in quarantena nazionale e non sappiamo, con tutta franchezza, se quando e come usciremo da questa situazione. In questo senso l’Italia è l’esempio plastico di come il sistema sia crollato sotto il peso delle sue ricette economiche: dinnanzi all’avanzata inesorabile e vorticosa del virus l’unica soluzione era adottare il modello dei Paesi che sono riusciti a tenere sotto controllo il contagio: chiudere tutto, subito. Per tutto si intende proprio tutto, lasciando ai lavoratori la possibilità di mettersi al riparo dai contagi.

Invece la linea scelta è stata quella degli spritz solidali, del “l’unica mascherina è la cultura”, del “l’Italia non si ferma”, slogan che dirigono la responsabilità a tutti gli attori della politica attuale, da Salvini a Zingaretti, senza soluzione di continuità. Persino dinnanzi al numero incessante di morti a Bergamo e Brescia, la linea seguita dal nostro governo è stata quella suggerita da Confindustria, non quella dei medici dei nostri ospedali, ormai al collasso.

Come abbiamo già raccontato una settimana fa dalle pagine del nostro giornale, i nostri alleati politici ed economici, ovvero l’Ue e gli Stati Uniti si sono girati dall’altra parte: nel giro di una sola settimana, al contrario, un altro convoglio molto nutrito di medici e infermieri cinesi altamente specializzati è arrivato in Italia, questa volta nel lombardo, per dare man forte al personale sanitario italiano ormai stremato. A ciò si aggiungono, i 53 medici cubani che sono arrivati proprio questo sabato per aiutare i medici lombardi. Nel frattempo, la nostra Ue non ha sanzionato la Germania che ha bloccato un carico di aiuti da parte dei cinesi per l’Italia: tanto per fare un esempio di cosa parliamo.

La situazione sanitaria italiana è sull’orlo del baratro già da parecchio tempo, passando in circa dieci anni dall’essere uno dei sistemi medici migliori del mondo, gratuito e di qualità, all’essere il bersaglio delle politiche di taglio: dai dati ufficiali risulta che sono stati effettuati in un decennio tagli alla sanità pubblica per circa 37 miliardi di euro complessivi, che il personale ospedaliero sia stato drasticamente ridotto fino a raggiungere la soglia di circa 46.500 unità sanitarie in meno, sempre durante il medesimo lasso di tempo. E questo sarebbe il motivo principale della conseguente riduzione dei posti letto, che da 922 per 100.000 abitanti nel 1980 sono scesi a 275 nel 2015.

Al posto di assumersi la grave responsabilità di quanto compiuto, personaggi della destra e della sinistra nazionali cercano qua e là qualcuno da incolpare: ora la Cina, poi il podista che si fa una corsa al parco o l’anziano che esce a fare la spesa.

Il nostro governo – che ha giustamente approfittato dei buoni rapporti che aveva a suo tempo stabilito con la Cina attraverso la firma del Memorandum d’intesa lo scorso anno – non riesce però a liberarsi dai rapporti di dipendenza, sia nei confronti dell’Unione Europea sia di quelli con gli Stati Uniti. Dopo la grave affermazione di Christine Lagarde (di cui abbiamo discusso in un precedente articolo) l’Ue è corsa ai ripari, sospendendo il patto di stabilità: pompate i soldi, dicono, via libera. Ma anche in questo caso il nostro Paese, alla canna del gas, ha piazzato una timida proposta di 25 miliardi di euro per sopperire al fermo economico, mentre la Germania ha già affermato di volerne utilizzare ben 550, seguita a ruota da Francia e Spagna. La sensazione che se ne ricava è che persino dinnanzi alla tragedia il restare fedeli a Bruxelles sia più importante. Esattamente come sembra decisamente più importante, in patria, rimanere fedeli alla ricetta economica dettata da Confindustria: le industrie non devono chiudere, la produzione e il profitto non possono essere rimandati a date future. Non può essere semplicemente un caso che le zone che hanno registrato il maggior numero di infettati e morti siano proprio le province di Bergamo e Brescia ove, appunto, la produzione non si doveva fermare.

E mentre i cinesi e i cubani accorrono in nostro aiuto, si diffondono i nervosismi e più di qualcuno mette in guardia dal “pericolo rosso”. E anche qui bufale e affermazioni al limite dello scandaloso: un giorno finita la quarantena dovremo liberarci dal virus del comunismo, la gente ora vuole l’esercito perché sente la fascinazione delle dittature comuniste, i cinesi ci vogliono far entrare a forza nel progetto della Nuova Via della Seta. Si è arrivati a chiamare in causa, in senso spregiativo, un possibile “piano Marshall” in salsa cinese: un piano che per settant’anni ci hanno continuamente citato come prova del gran cuore degli alleati atlantici diventa ora un esempio di colonizzazione. O lo era anche prima o non lo sarebbe adesso, delle due l’una, tertium non datur.

Mike Pompeo ha avuto degli scambi telefonici con Conte e Di Maio che, però, hanno preferito non diffondere il contenuto e sperticarsi in lodi verso Washington. Ma non si è fatto attendere Pompeo con una dichiarazione che suona come una vera e propria minaccia: chi si avvicinerà alla Cina la pagherà cara.

That’s democracy, signore e signori.

E vogliamo parlare dell’anonima agenzia europea che attraverso il Financial Times pubblica un articolo senza uno straccio di prova ma pieno di illazioni secondo cui la Russia sta nascondendo i dati veri sugli ammalati? L’unica notizia comprovata sulla Russia è che dopo aver chiuso ogni canale di possibile infezione all’indomani dello scoppio del Covid-19 sta sperimentando un possibile vaccino, che distribuirebbe in forma gratuita. Il resto sono, appunto, illazioni di chi cerca di far volgere altrove l’attenzione.

Quel che abbiamo esaminato non sono gli effetti, come si diceva, di un destino cinico e baro: sono scelte. È una scelta, quella cubana, di venire ad aiutare un Paese che nulla ha fatto per interrompere il blocco economico che non permette a Cuba di vivere una vita libera e dignitosa, di poter commerciare con chi le pare e fare le scelte che ritiene più giuste per il suo popolo. Quanti sanno che Cuba – che coi suoi medici, assieme ai cinesi, ha guarito l’ebola in Africa e guarisce molti tumori attraverso vaccini, senza lo sfruttamento delle case farmaceutiche – a causa del blocco non può curare i suoi bambini affetti da leucemie? Quanti sanno che vengono puniti economicamente dagli Usa, attraverso il blocco, i Paesi di tutto il mondo che decidono di commerciare con Cuba?

Se ne ricorderà l’Italia il giorno dopo questa pandemia?

E si ricorderà di chi ci è stato amico, di difendere la sua sovranità e di scegliersi gli alleati – non i padroni, ma gli alleati – più adatti al suo sviluppo?

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