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sabato, 19 Settembre 2020

Coronavirus, il Governo chiede alle imprese di indebitarsi

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Federico Depetris
Federico Depetrishttp://www.avvocatodepetris.it/
Avvocato del Foro di Torino (per la biografia completa visitare il sito internet www.avvocatodepetris.it) è appassionato di scrittura, politica e di storia del diritto. Collabora con Nuova Società curando la rubrica “Aequitas” dove si approfondiscono tematiche giuridiche e argomenti di attualità.

In data 08 aprile 2020 è stato pubblicato l’atteso decreto legge n. 23/2020, il “Decreto Liquidità”, quello con cui il Governo aveva dichiarato di aver messo a disposizione delle imprese 400 miliardi di euro per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la conseguente, ormai inevitabile, crisi economica.

Dopo gli aiuti, solo simbolici, alle partite iva e piccole imprese (il bonus di 600 euro previsto per il mese di marzo e che ad oggi non è ancora stato erogato), il Governo aveva annunciato nei giorni scorsi, in una delle ormai celebri conferenze stampa di Giuseppe Conte, misure più incisive a sostegno del sistema produttivo italiano.

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Il decreto legge prevede un complesso sistema di erogazione di finanziamenti alle imprese.

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Le imprese, professionisti e partite Iva avranno facoltà di richiedere, sino al 31.12.2020, alle banche ed istituti di credito un finanziamento garantito, a seconda degli importi richiesti, dal 70 al 100 % dallo Stato per il tramite di Cassa depositi e prestiti e SACE Spa.

L’intervento a sostegno delle imprese previsto dal governo consiste, quindi, essenzialmente nell’invito alle imprese ad indebitarsi con le banche per fronteggiare la crisi.

E’ opinione pressoché unanime di tutti i principali esperti che la crisi economica scatenata dal coronavirus e che sta colpendo l’economia reale debba essere fronteggiata nel medio-breve periodo con una cospicua iniezione di liquidità in favore di imprese e famiglie.

In questi mesi di durissima serrata per le nostre attività economiche, bisognerebbe cercare di garantire il medesimo reddito alle persone (sia fisiche che giuridiche), o quantomeno a contenerne le perdite. Si dovrebbe sostanzialmente creare un ponte tra l’inizio della crisi e la riapertura delle attività (e anche oltre, perché la ripresa dei consumi sarà verosimilmente lenta) al fine di consentire ad imprese e lavoratori di mantenere le medesime entrate. Solo così i debitori potranno continuare a pagare i loro creditori ed i consumi potranno essere sostenuti. Bisogna quindi evitare una situazione di default a catena delle imprese con conseguente abnorme aumento della disoccupazione. Per fronteggiare questa crisi epocale servono essenzialmente due cose: 1) prospettiva e strategia a breve, medio e lungo termine; 2) risorse economiche.

Il piano strategico deve essere elaborato, ed in fretta, dalla classe dirigente politica. E ad oggi l’assenza di una strategia preoccupa (o dovrebbe preoccupare) più della crisi stessa.

Le risorse economiche devono essere reperite facendo deficit pubblico. Non vi è altra strada. Sfumata, quantomeno per ora, la possibilità di un indebitamento europeo con i c.d. eurobond-coronabond a causa dell’opposizione di Olanda, Germania e paesi scandinavi (il che dovrà aprire una profonda riflessione sull’utilità e necessità di una permanenza dell’Italia in questo consesso europeo), non rimane che “far da se”. L’Italia deve spendere. Dobbiamo far crescere il nostro debito pubblico, eventualmente anche mediante strumenti “nuovi” come coronabond sottoscrivibili solo da cittadini italiani in maniera tale da evitare che la crescita del nostro debito pubblico possa prestarsi a manovre speculative.

Si deve spendere adesso per aiutare imprese e famiglie e si dovra spendere dopo finanziando opere pubbliche al fine di creare un importante volano per l’economia.

Gli strumenti messi in campo sin qui dal Governo sono insufficienti.

Da ultimo, le misure sulla liquidità qui commentate, sono sbagliate o comunque inutili a fronteggiare la crisi sia nel “metodo” che nel merito.

Far indebitare le imprese con prestiti, garantiti dallo Stato, ma che dovranno essere rimborsati entro sei anni, è inutile. Servivano risorse a fondo perduto per garantire quell’iniezione di liquidità di cui si è parlato  più sopra.  Le aziende sono oggi chiuse per provvedimenti resisi necessari per contrastare il diffondersi dei contagi, non si può chiedere agli imprenditori di superare una crisi, che non è dipesa da loro, indebitandosi con le banche.

Servivano risorse liquide immediate, che certamente dovevano essere erogate dietro precise condizioni (mantenimento livelli occupazionali, garantire il pagamento dei debiti scaduti coi fornitori, mantenimento degli investimenti produttivi, sanzioni penali pesantissime per chi si approfittasse delle risorse pubbliche messe a disposizione etc.), ma non un prestito da rimborsare in sei anni. Quello dei prestiti garantiti dallo Stato può essere un buon strumento secondario per fronteggiare la crisi; un’arma in più da mettere nelle mani delle imprese, ma non certo il provvedimento principale.

In ogni caso, anche nel “merito” i provvedimenti presi con il decreto legge n. 23 del 2020 non sembrano poter garantire alcun effetto benefico sul nostro sistema economico.

Le imprese che beneficiano del prestito infatti saranno obbligate a: 1) non distribuire dividendi per tutto il 2020; 2) garantire i medesimi livelli occupazionali; 3) utilizzare le risorse ottenute in prestito (e non a fondo perduto come si è già spiegato) per sostenere costi del personale e investimenti. Parrebbe essere esclusa la possibilità di pagare i debiti scaduti.

Se possono considerarsi opportuni i paletti fissati dal governo a difesa dei livelli occupazionali, la scelta di limitare l’utilizzo delle risorse ottenute in prestito ai soli investimenti e non anche al pagamento dei debiti scaduti rischia di creare solo effetti distorsivi sul mercato.

Infine, l’accesso al credito garantito dallo stato non è stato reso possibile alle imprese già segnalate come “cattivi pagatori”. Questo determinerà la definitiva condanna per quelle imprese ed attività, già in crisi prima dell’emergenza sanitaria e che non potranno ora mai più riaprire. Il mio pensiero corre a quei piccoli commercianti, pasticcieri, gelatai, titoli di negozi di vestiti, bar, ristoranti, che prima fra mille difficoltà riuscivano a “sbarcare il lunario” arrivando a stento a fine mese e che ora saranno distrutti. Migliaia e migliaia di famiglie rischiano di rimanere senza reddito.

Servono provvedimenti eccezionali, serve coraggio e bisogna fare in fretta.

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