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venerdì, 4 Dicembre 2020

Cooperazione internazionale: Beirut, dove la crisi colpisce donne e giovani

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Torino, 15 novembre studenti assediano le banche

Torino: studenti in piazza in assedio alle banche. Tensione con la polizia che accenna ad una carica. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

C’era una volta il Libano della finanza, della tolleranza, della vita notturna e della ricchezza cosmopolita.

Il Paese dei cedri oggi sta vivendo una realtà dai risvolti sociali sempre più pesanti. Questo per una disoccupazione balzata al 35% (colpendo tanti giovani anche laureati) per una crisi economica che non accenna a ridimensionarsi e su cui ora si registra anche il peso del Covid, che ha portato le strutture ospedaliere, di per sé insufficienti, al collasso.

Camilla R., cooperante, 28 anni di Torino, da sempre appassionata di cultura araba, di cui conosce la lingua, laureata in scienze politiche, è da poco tornata dal Libano, dopo una permanenza di quasi due anni. “Sono stata a Beirut per seguire dei progetti della Caritas ambrosiana a favore di madri rifugiate proveniente in particolare dalla Siria e di altre donne migranti”, racconta.

“La crisi ha particolarmente toccato tante donne che prima lavoravano come badanti e colf e che ora, cacciate dalle case da famiglie colpite dalle difficoltà economiche, non hanno più reddito e sono costrette addirittura a dormire per strada”. Donne che rientrano in quel fenomeno migratorio che ha interessato il Libano a partire dagli anni ‘90 e che ha coinvolto tante persone provenienti dall’Iraq, dal Sudan e dall’Oriente.

La cooperante torinese era a Beirut quando si è registrata la tremenda esplosione del deposito. “Una cosa pazzesca, pensavamo si trattasse di un bombardamento. Sulla vicenda permangono troppi misteri e interrogativi a partire dal fatto che il Capo della Stato pare fosse stato in qualche modo avvertito dell’imminente esplosione”.

Una tragedia dai molti risvolti oscuri sulla quale sono ancora in corso le indagini, (ad opera anche di servizi e squadre investigative francesi e americane), per individuare responsabili e cause di questo disastro costato un centinaio di vittime che ha comportato pesanti implicazioni economiche in un Paese già martoriato da anni di crisi.

Sono diverse i soggetti della cooperazione internazionale presenti nel Paese che hanno lanciato appelli alla solidarietà in particolare in favore dei tanti bambini che restano le principali vittime di questi disastri.

Un’esplosione che ha scatenato una grande protesta di piazza che potrebbe presto riaccendersi visto che le prospettive del quadro economico lasciano poco spazio all’ottimismo soprattutto per i tanti giovani che vivono in una Beirut cosmopolita, trascinata al default economico-finanziario e alle dimissioni del Governo. 

Tutto questo in una città che fino all’anno scorso, nonostante le tante difficoltà, pullulava, oltre che di un asfissiante traffico automobilistico, anche di vita, locali, concerti, eventi culturali. Tutte iniziative che crisi economica e coronavirus hanno portato ad una progressiva chiusura.  

“Spero di tornare al più presto a Beirut perché ora quelle donne e tanti bambini hanno ancora più bisogno di aiuto”.

E’ questo il sogno e l’auspicio di Camilla per tornare ad operare a fianco delle migranti e dei loro bambini. Questo per portare avanti quel servizio, avviato in questi anni, che privilegia l’istruzione e il dialogo, anche attraverso momenti che possono regalare un sorriso una speranza a queste donne e ai loro bambini che vivono condizioni di quasi isolamento nei centri di protezione”.

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