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mercoledì, 27 Maggio 2020

Christopher Cepernich: social, politica, giornalismo e informazione: di chi è il potere oggi?

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Quando oggi si pensa al rapporto tra potere e comunicazione, la connessione naturale tra i due è quella con la politica. Potere però è anche dei grandi colossi finanziari o commerciali, il potere è dell’informazione ma anche dell’utilizzatore finale che può scegliere se spegnere la tv, tra un giornale piuttosto che un altro o navigare nel far west della rete senza filtro. Di chi è oggi il potere? Ne discute, in un incontro al centro studi Gobetti, Cristopher Cepernich, sociologo della comunicazione e da qualche giorno tra i responsabili della comunicazione dell’Università di Torino, per scelta del nuovo rettore Stefano Geuna.

Se dovessimo cominciare a domandarci su come il mondo della comunicazione sta facendo evolvere  l’idea di potere, scopriremmo come questo sia molto più frammentato rispetto al passato, i media digitali hanno costituito reticoli di potere all’interno dei sistemi dei media e delle relazioni tra media e politica.

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Il digitale è il cambio di paradigma nella gestione del potere?

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Con l’avvento del digitale, la gran quantità del possesso e della gestione del potere è passato da coloro i quali producono comunicazione, tendenzialmente i broadcaster classici e il giornalismo classico, a chi in realtà quel prodotto lo distribuisce. I social network sono oggi delle grandi infrastrutture dentro le quali ciascun soggetto, veicolo di potere, lo porta all’interno della propria sfera personale.

Qual è il reale effetto di frammentazione del potere comunicativo nell’ambiente ibrido digitale?

L’idea del potere all’interno delle relazioni tra media e politica si è  progressivamente destrutturata, facendo saltare i luoghi comuni: quando si parla di argomenti come questo il riferimento che viene spontaneo è quello a Cambridge Analitica e alla possibilità di manipolare i risultati elettorali. Da questo punto di vista tutto ciò che è sempre stato raccontato circa l’efficacia e l’efficienza su quel tipo di comunicazione, in realtà non è provato.

Ha fatto discutere il caso del portavoce di un assessore regionale del Piemonte che è stato licenziato per una sua foto, tra l’altro di molto tempo fa, in atteggiamenti inneggianti al Duce. La rete non perdona?

Naturalmente la rete non perdona ma ciò che questo e altri casi analoghi dimostrano è la non completa consapevolezza di  come funziona lo strumento ormai utilizzato dalla maggior parte delle persone. In realtà non è lo strumento che non perdona, ma il fatto che quando lo si usa non si tiene mai conto di quelli che potrebbero essere gli effetti sulla propria immagine, il proprio ruolo, dopo cinque, dieci, vent’anni. 

Il social obbliga a una realtà liquida, veloce. Se perdi il tempo, sei finito. La fretta fa fare degli errori?

C’è un grosso deficit di cultura digitale e questi ne sono gli effetti. Tu vivi il tempo presente, il digitale ti spinge a essere reattivo, a stare su un palcoscenico sempre e immediatamente, salvo poi non porsi il problema di ciò che sarà in un tempo differito.

Un’altra distinzione fondamentale che sembra venir meno, è quella tra ambito pubblico e ambito privato, non crede?

Quando fai una foto come quella che ha fatto il social media manager dell’assessore regionale, non immagini che potrebbe avere, in futuro, una valenza pubblica. Il digitale tende ad annullare il confine tra pubblico e privato: il pubblico diventa immediatamente privato e viceversa, e ciò è dovuto anche alla struttura temporale “real time” del mezzo, che non suggerisce di riflettere su quale potrebbe esser il recupero di quell’immagine e del suo effetto; il tutto è frutto di una non conoscenza dell’uso corretto del mezzo digitale.

I social: meglio esserci o non esserci?

Ci devi essere per forza: se hai un ruolo che minimamente sia pubblico, oggi o ci sei o ti ci fanno essere, ma è importante farlo secondo il proprio punto di vista e il proprio modo di stare su quel palcoscenico. Se non ci stai e non lo fai tu, sicuramente arriverà a farlo qualcun altro. Non è che perché non parli degli altri, gli altri non parleranno di te all’interno di quell’ambiente, quindi è giusto presidiarlo.

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