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sabato, 20 Luglio 2024

Caso Orlandi. E’ morta la supertestimone che vide Emanuela a Terlano in Trentino

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Il racconto di Josephine Hofer Spitaler, bolzanina, portò all’iscrizione di 4 persone nel registro degli indagati, tra i quali un funzionario del Sismi

Fu un raro spiraglio di verità, seppure alla fine non portò all’attesa svolta. Una testimonianza pura e semplice nella sua crudezza.

Nell’agosto 1983 una signora, all’epoca cinquantenne, vide una ragazza battere i pugni contro il vetro della finestra per chiedere disperatamente aiuto. Una ragazza che per quattro giorni si fermò nel maso, adiacente alla sua casa, a Terlano. Quella ragazza, secondo la testimonianza-choc, era Emanuela Orlandi e quella signora la bolzanina Josephine Hofer Spitaler.  Dopo tre o quattro giorni la giovane, insieme ad un uomo basso di statura e con pochi capelli, ripartì verso la Germania con una Mercedes.

La deposizione di questa signora fu uno dei fatti più eclatanti che consentirono l’approfondimento di un importante filone investigativo, sulle tracce della cosiddetta pista turco-tedesca, da parte del giudice istruttore Adele Rando. La cosiddetta “pista di Bolzano ebbe ben quattro indagati, tra i quali un funzionario del Sismi, che furono tutti prosciolti solo nel 1997.

Dal 2015 la Hofer Spitaker si era trasferita da Terlano in una casa di riposo di Appiano, nella pittoresca “strada del vino”, dove è mancata nel 2020.

Di voci, testimonianze, mezze parole, proclamazioni di sconvolgenti rivelazioni sul caso Orlandi ve ne sono state tante in questi 37 anni ma quello di Terlano resta uno degli episodi più significativi di questo mistero infinito, penalizzato solo dal grande ritardo con cui la segnalazione venne effettuata alle autorità giudiziarie.

Infatti solo un anno e mezzo la signora Josephine chiamò i carabinieri (era il 18 febbraio 1985) per riferire a quanto aveva assistito nell’agosto del 1983, affermando con certezza che la ragazza vista fosse la quindicenne cittadina vaticana.

L’apertura delle indagini comportò un confronto tra la Hofer ed i coniugi proprietari del maso dove fu ospitata la presunta Emanuela per quattro giorni ed i riscontri degli inquirenti fecero finire queste persone nel registro degli indagati per sequestro di persona. Un quadro avvalorato anche dal fatto che la ragazza, vista dalla donna bolzanina, aveva il collo una specie di collanina di stoffa che corrispondeva a quella portata da Emanuela, come raccontato nel 2010 nel libro “Mia sorella Emanuela” da Fabrizio Peronaci e Pietro Orlandi.

Tutto questo molto prima che si parlasse di Marco Fassoni Accetti, di Banda della Magliana e del coinvolgimento di Pietro Vergari, il rettore della Basilica di Sant’Apollinaire, unico ecclesiastico indagato sul caso Orlandi.

La testimonianza della Hofer Spitaler risultò avvalorata da una breve ma drammatica telefonata che, proprio in quei giorni (tra fine luglio e inizio agosto 1983), una ragazza qualificatasi come Emanuela fece da Bolzano a mezzanotte a Giovanna Blum, un insegnante di pianoforte, sfuggendo per un attimo al suo sequestratore. “Sono Emanuela Orlandi, mi trovo a Bolzano, informi la polizia”. Queste le parole della ragazza con un tono che possiamo immaginare, secondo quanto riportato dall’insegnante di musica che, nel corso di un confronto presso la caserma dei Carabinieri, riconobbe senza ombra di dubbio come la voce di Emanuela.

La Blum fece presente come subito dopo quella telefonata ricevette un’altra comunicazione minacciosa da una voce maschile senza inflessioni che in modo deciso le disse: “dimentichi quello che ha sentito. Capito?”.

La donna avvisò subito il 113 ma la cosa non ebbe particolare seguito e solo dopo che la Hofer denunciò i fatti (un anno e mezzo dopo) le telefonate ricevute dall’insegnante furono prese in considerazione. 

Dopo alcuni anni le indagini si fermarono e Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, sottolineò la sorprendente scoperta della presenza di un agente del Sismi, tale Rudolf di Teuffenbach, fratello della moglie proprietaria del maso che ospitò la quindicenne cittadina vaticana, chiedendosi se fosse questo il vero motivo dello stop alle istruttorie con il conseguente proscioglimento degli indagati.

Insomma il dubbio fu che le indagini non fossero state adeguatamente approfondite, dando l’impressione che non si volesse andare oltre nella “pista bolzanina”. Un’ipotesi che si inseriva in quella che veniva definita come “pista internazionale turco tedesca”, in cui emergeva il rapporto con l’attentato al Papa polacco e l’azione combinata di Lupi Grigi amici di Agca (di stanza a Francoforte) e servizi segreti in azione per compiere ricatto ai danni del Vaticano.

Nel 2011, il procuratore capo di Bolzano Guido Rispoli manifestò grande attenzione sulla testimonianza della Hofer, tanto da parlare di una possibile riapertura delle indagini con nuovi accertamenti, e un ulteriore passo avanti si ebbe il 24 luglio 2018, quando il giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci si recò ad Appiano per intervistare l’anziana signora che, nonostante le sue condizioni di salute molto precarie, accettò di parlare. “Fu un incontro di una ventina di minuti, nel cortile della struttura, autorizzato dalle assistenti dell’ospizio – racconta Fabrizio Peronaci – La signora era su una sedia a rotelle e aveva un sorriso dolce. Ripeteva di non stare bene lì e di voler tornare a casa sua. Per quanto avesse difficoltà di parola a causa di precedenti ictus, mi confermò con convinzione di ritenere che quella ragazza che nell’83 bussò disperata alla portafinestra della sua abitazione fosse proprio Emanuela Orlandi. Ricordo la lucidità nel comprendere le mie domande, dimostrata sia dai cenni del capo sia dalle brevi e stentate risposte, tutte pertinenti. L’incontro è videoregistato e naturalmente – conclude il giornalista e scrittore, autore anche di un secondo libro sul caso Orlandi, Il Ganglio –  lo metto a disposizione delle autorità inquirenti, se interessate, per arrivare all’accertamento della verità”.

Tornando alla testimonianza della Hofer, nel confronto con il giornalista che la intervistò nel 2018 emerse un dettaglio che fece scalpore e portò ad avere nel 2018 titoli di questo tenore: “Emanuela Orlandi rapita da un frate?”. Infatti la Hofer espresse con indubbia fermezza che quell’uomo, molto basso e con pochi capelli, che accompagnava la Orlandi, fosse  un religioso anche se indossava abiti civili.  In tal senso si parlò anche di una possibile presenza  o di un ruolo da parte dei benedettini in quello che viene definito il viaggio verso nord di Emanuela.

Un crogiolo di testimonianze, minacce, presenze ambigue  e l’eterna ombra dei servizi e di  possibili depistaggi, anche dove potrebbe sembrare tutto molto evidente. Non è un caso se questo caso si trascina da oltre 37 anni e i colpi di scena continuano a non mancare nonostante la discutibile archiviazione del 2015.

 La sensazione è che sia imminente una svolta se, come sembra, qualche bocca cucita per decenni continuerà a parlare.

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