13.1 C
Torino
giovedì, 30 Maggio 2024

Ammortizzatori sociali: uscire dall'ipocrisia

Più letti

Nuova Società - sponsor
Redazione
Redazione
Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Stefano Tallia*
Sono segretario del sindacato dei giornalisti da due anni, ma ormai da dieci siedo all’interno del Comitato esecutivo regionale della medesima organizzazione. In questo lungo periodo mi sono confrontato con situazioni molto diverse, ma proprio l’esperienza degli ultimi due anni nei quali la crisi ha raggiunto una gravità imprevedibile, mi ha convinto dell’urgenza di affrontare con strumenti nuovi il tema della protezione dei lavoratori.
Il dato di partenza è che oggi non esiste settore dell’editoria immune alla tenaglia generata dalla riduzione degli introiti pubblicitari e dalla transizione al digitale che sta polverizzando il numero delle copie vendute. E’ in crisi l’editoria quotidiana come quella periodica, l’emittenza radiotelevisiva privata pare essere agli sgoccioli di una storia iniziata trent’anni fa e anche nel settore pubblico, in tempi di spending-review, il clima non è promettente.
Detto questo, sono convinto che le relazioni sindacali debbano essere in grado di disegnare scenari di lungo periodo, non di limitarsi alla semplice gestione dell’emergenza.
Il rito e le leggi ci dicono che la logica conseguenza dell’apertura di ogni tavolo di crisi sia il ricorso agli ammortizzatori sociali per evitare i licenziamenti. E’ con questo spirito che operano sia le organizzazioni degli imprenditori, sia quelle che rappresentano i lavoratori, una logica che ha però alcune controindicazioni che la crisi ha reso ancor più evidenti.
Gli ammortizzatori sociali -sia la cassa integrazione, sia i contratti di solidarietà- sono stati infatti concepiti per superare una fase critica e transitoria senza ricorrere a soluzioni traumatiche. Usando una metafora, se il problema sono poche righe di febbre, si ricorre all’antipiretico senza stendere il paziente con massicce dosi di antibiotico.
Ma siamo sicuri che questo sia sempre il contesto nel quale ci troviamo a operare?
Anzitutto la legge non consente né alle organizzazioni sindacali, né ai ministeri vigilanti, di entrare nel merito della situazione economica che viene rappresentata dall’azienda. I piani industriali allegati alla richiesta di ammortizzatori sociali sono nella maggior parte dei casi semplici “pro-forma” e nell’editoria la legge 416 ne autorizza l’utilizzo anche in presenza di una semplice previsione di perdita. Nessuno chiede insomma conto all’azienda né della sua reale situazione economica, né del piano che pensa di mettere in atto per uscire dalla crisi.
In altri termini viene così autorizzato l’utilizzo di risorse pubbliche senza indagare se queste serviranno realmente a uscire dalla situazione di difficoltà o se verranno utilizzate semplicemente per prolungare il tempo di una agonia.
Si dirà che tutto questo serve a proteggere i lavoratori. Vero, ma è questa l’unica soluzione disponibile?
Nello specifico dell’editoria va inoltre detto che, molte volte, la riduzione delle ore lavorate non corrisponde a una analoga riduzione del numero delle pagine o dei contenuti. I giornalisti, impauriti dalla crisi, moltiplicano in genere gli sforzi e il risultato è che l’editore può disporre delle stesso prodotto con una sostanziale riduzione dei salari.
Ovvio che in un contesto di questo genere la tendenza sia quella di dilatare per il maggior tempo possibile l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, facendovi ricorso anche quando questi non sarebbero strettamente necessari. In assenza di questi strumenti, si sarebbe arrivati davvero ai licenziamenti? Mi permetto di dire che non ci credo, almeno per una parte dei casi che ho in mente.
Tutto questo, naturalmente, senza considerare che gli ultimi quindici anni hanno cambiato in profondità il mercato del lavoro e che l’attuale sistema lascia privi di qualunque copertura proprio i lavoratori più deboli, precari e atipici. Così, in tempi nei quali si discute della nuova disciplina degli ammortizzatori sociali, provo a fare alcune semplici proposte.
1)Autorizzare gli ammortizzatori sociali solo al termine di un esame rigoroso del piano di rilancio aziendale che coinvolga non solo le parti sociali ma anche il Governo e gli enti incaricati di erogare le indennità (Inps, Inpgi).
2)Vincolare l’uso degli ammortizzatori sociali a un periodo preciso e limitato nel tempo.
3) In assenza di queste condizioni, provvedere alla protezione del lavoratore tramite un’indennità che vada ad aggiungersi ai trattamenti già previsti, mettendo comunque in atto tutele per le forme di lavoro “atipiche”, divenute ormai tipicissime.
Solo così, credo, si potrà evitare di correre il rischio di utilizzare risorse pubbliche per il finanziamento di imprese private dietro l’ipocrita paravento della difesa dei lavoratori.
* Segretario Associazione Stampa Subalpina

© RIPRODUZIONE RISERVATA

- Advertisement -Nuova Società - sponsor

Articoli correlati

Nuova Società - sponsor

Primo Piano