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lunedì, 20 Maggio 2024

Al Regio in scena una Turandot dal fascino orientale

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Sarà un’opera veramente da non perdere la Turandot di Giacomo Puccini che andrà in scena al teatro Regio di Torino, nella sua prima, mercoledì 12 febbraio, per la regia di Giuliano Montaldo, con stupende scenografie di Ricceri, e la coreografia firmata da Giovanni di Cicco.
Hanno dimostrato tutta la loro bravura nel corso della prova generale il tenore protagonista, Roberto Aronica, nei panni del principe ignoto Calaf, e la soprano Johanna Rusanen, in quelli di Turandot. L’ultima opera di Giacomo Puccini, in tre atti e cinque quadri, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, va in scena per la prima volta al Teatro della Scala di Milano il 26 aprile 1926, sul podio c’ Arturo Toscanini; dopo il coro che segue la morte di Liù, il direttore si ferma, si gira verso il pubblico e dice: «Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto».
Giacomo Puccini era morto il 29 novembre 1924 a Bruxelles, lasciando incompiuta l’opera: mancava il duetto finale. In Belgio, dove doveva essere operato alla gola, si era portato gli abbozzi per quel duetto che ormai da anni lo tormentava, quello dello “sgelamento” della “Principessa di gelo”: «Penso che il gran nocciolo sia il duetto. Dunque vorrei proporre un provvedimento.
Nel duetto penso che si può arrivare a un pathos grande. E per giungere a questo io dico che Calaf deve baciare Turandot e mostrare il suo grande amore alla fredda donna. Dopo baciata con un bacio che dura qualche secondo “ora che m’importa” deve dire, muoio anche, e gli dice il suo nome sulla bocca» aveva scritto nel 1921 al librettista Giuseppe Adami. Quel duetto, basandosi sui 23 fogli di appunti di Puccini, lo concluderà Franco Alfano, compositore e direttore del Conservatorio di Torino.
Nel 1920 Puccini aveva letto Turandot di Carlo Gozzi, fiaba teatrale del 1762, che gli era stata consigliata da Renato Simoni (che ne sarà il librettista insieme a Giuseppe Adami) e che aveva già ispirato Ferruccio Busoni.
Per raccontare la “Pekino al tempo delle favole”, Puccini sceglie un’orchestra lussureggiante (in organico molte percussioni e anche due sassofoni contralti) e ricrea un clima esotico ispirandosi a raccolte di musica cinese e persino al suono di un carillon; molta attenzione e cura dedica alle masse corali, mai così ricche nel repertorio pucciniano. Anche nella sua ultima opera Puccini traccia i due modelli di donna così cari al suo immaginario: la dolce Liù che muore per amore e la crudele Turandot che, prima di cedere a Calaf, faceva decapitare gli uomini che aspiravano alla sua mano.
Puccini nella Turandot pare assimilare le esperienze musicali più note del tempo, da Debussy a Stravinsky a Schonberg, senza escludere Busoni, Casella e Malipiero, dai quali trae l’esteso rinnovamento del linguaggio, e, in particolare, la tensione costante nel cercare di uscire dalle secche drammatiche del cosiddetto “puccinismo”, recuperando anche strutture chiuse come l’aria e il concerto e ispirandosi a modelli tradizionali quali la femmina vampiro, l’innamorata-vittima e il tenore eroico, con il ritorno paradossalmente alle soluzioni pre-veriste del grand-opera.
Per questo motivo diversi critici hanno sottolindeato la mlofdernità della Turandot come efficace risposta alla crisi del mondo operistico, menttre altri ne hanno esaltato le notevoli capacità di assorbire le molteplici istanze del mondo moderno condensandole in una nuova forma di spettacolo, non del tutto estranea al modernismo linguistico coevo.
Mara Martellotta

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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