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lunedì, 15 Luglio 2024

Verso il Pride, l’Assessore Giusta: “E’ un giorno di lotta e di autodeterminazione”

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di Bernardo Basilici Menini

Dopo anni da Presidente di Arcigay Torino, Marco Alessandro Giusta è il nuovo Assessore alle Pari Opportunità e questo sarà il primo Torino Pride che vivrà non da organizzatore, bensì come uomo delle istituzioni.

 

Nella Torino del 2016 c’è ancora bisogno del Pride?

«C’è e ci sarà sempre bisogno del Pride, anche nel caso in cui tutte le istanze del movimento Lgbt venissero accolte. Il Pride nasce come commemorazione e quindi ha una valenza di rievocazione. Dall’altra parte c’è il tema della visibilità e della massima espressione: è un’occasione che concentra in una giornata la possibilità di persone, storie e narrazioni di essere visibili a tutti e tutte».

Che significato ha il Torino Pride?

«Anzitutto è la commemorazione di un gesto di autodeterminazione e rivolta: i moti di Stonewall, dove gay e trans e hanno lanciato il tema della lotta contro l’oppressione. Questo è il significato che non ci dobbiamo mai dimenticare: autodeterminazione e rivolta contro la discriminazione».

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Dopo anni da Presidente di Arcigay, è il primo Torino Pride da Assessore. Come vive questo cambiamento?

«In maniera particolare. Sono molto emozionato e orgoglioso di sfilare al Pride rappresentando la mia città, insieme alle altre istituzioni e a tutta la comunità Lgbt. Il cambio di prospettiva è grande motivo di orgoglio. Poi, sinceramente, c’è anche un tono di nostalgia».

Come si vuole muovere da Assessore sul tema della parità dei diritti?

«Anzitutto, come ho sempre detto, le politiche sulle tematiche Lgbt sono state portate avanti dal Comune in modo molto deciso e preciso negli scorsi anni, quindi voglio mantenere  una linea di continuità con quello che è stato fatto. Dall’altro lato voglio incidere sulla possibilità di indirizzare le politiche dell’amministrazione non solo sulle tematiche Lgbt ma tutti i valori espressi dalle minoranze e dalle categorie “deboli”, inclusi i problemi di marginalizzazione che colpiscono gli stranieri e le donne. Ieri alla cerimonia di chiusura del Ramadan mi sono sentito accolto: è un momento che ha visto dell’essere cittadini italiani e torinesi un motivo di orgoglio. Serve un ragionamento collettivo per costruire un tessuto sociale dove tutti possano avere dignità, spazio e riconoscimento».

Torino è una città omofoba?

«No, è una città dove l’omofobia è vista in maniera negativa: ci sono ancora episodi, sacche, sprazzi di omofobia, transfobia, bifobia e lesbofobia, tutti di matrice razzista e discriminatoria, ma Torino ha un patrimonio e un tessuto sociale che rifiuta queste manifestazioni, che vengono respinte come un qualcosa che non appartiene alla città».

Come deve attivarsi la politica a livello nazionale dopo la Legge Cirinnà?

«Anzitutto, quando c’è un avanzamento nel campo dei diritti c’è sempre una risposta violenta, com’è successo  in Spagna  e in Francia dove sono aumentati i crimini di odio dopo l’approvazione delle leggi sulle unioni tra omosessuali, e temo che una cosa del genere possa accadere anche in Italia: dopo i fatti di Orlando, per esempio, ci aspettavamo un abbraccio collettivo e invece sono venuti fuori commenti agghiaccianti. Le istituzioni, che si stanno già muovendo, devono farlo con più forza. Quello che serve è una posizione chiara da parte dello Stato, cosa che può realizzarsi solo con una legge che condanni fermamente l’omofobia».

 

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