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martedì, 16 Luglio 2024

Tra Fassino e Saitta mettiamo i cittadini

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Avendo seguito in Parlamento, sin dal suo primo vagito, l’idea delle Città Metropolitane mi permetto di affermare che se il disegno di legge presentato al riguardo dal ministro Delrio avesse seguito le linee ispiratrici che portarono nel 2001 alla modifica dell’articolo 114 della Costituzione, la cosiddetta guerra esplosa tra il sindaco di Torino Fassino e il presidente della Provincia Saitta (sostenuto da 260 sindaci su 312 di piccole e medie città del Torinese) non avrebbe ragione di esistere.
Purtroppo il disegno di legge del Governo stravolge le indicazioni primarie della riforma ed esprime, ancora una volta, una vocazione bonapartista, podestarile, anziché allargare la partecipazione dei cittadini per colmare i deficit di democrazia reale oggi esistenti.
Brevemente riassumo la storia di questa importante questione.
In un convegno internazionale svoltosi a Milano e a Torino negli anni Settanta sulle grandi aree urbane venne messo in luce un dato preoccupante comune a tutte le grandi città: l’alto tasso di fenomeni degenerativi come delinquenza, violenza, droga, emarginazione, degrado.
Vale la pena ricordare che durante l’amministrazione Kennedy negli anni Sessanta una commissione del Congresso americano per ottenere maggiori stanziamenti dal bilancio dell’Unione a favore di interventi mirati nel campo sociale, sosteneva sulla base di una accurata ricerca che se si fossero risolti i problemi di quindici grandi città metropolitane degli Stati Unuiti, si sarebbero risolti gran parte dei problemi sociali degli States.
Infatti nelle grandi conurbazioni si concentra la maggior parte delle contraddizione della società contemporanea; si addensano i fenomeni più macroscopici, si accentuano gli squilibri e le più profonde ingiustizie.
Il caso ha voluto che dopo la decennale esperienza di sindaco di Torino mi ritrovai in Parlamento con l’ex primo cittadino di Milano, Carlo Tognoli, che nel governo Craxi dell’epoca aveva la delega di ministro per le grandi aree urbane.
In Commissione Affari Costituzionali della Camera venne costituito un gruppo di lavoro con la collaborazione dell’Anci (Associazione dei Comuni Italiani allora presieduta dal senatore Riccardo Triglia) che elaborò uno studio individuando in una prima fase cinque aree interessate al problema: Torino, Milano, Genova, Roma e Napoli. Non venne presa in considerazione Palermo essendo capoluogo di una regione a statuto speciale.
Poiché il ministro Tognoli aveva preannunciato nel suo programma stanziamenti straordinari dello Stato per le Città Metropolitane, le richieste da parte di altri Comuni capoluogo di regione crebbero immediatamente: Bologna, Firenze, Bari e per il Veneto venne addirittura inventata una Città Metropolitane una e trina, denominata PaTreVe, comprendente i territori delle città di Padova, Treviso e Venezia.
Indipendentemente dal numero (anche se la richiesta di Firenze aveva sollevato ironiche polemiche avendo poco tempo prima la vicina città di Prato guadagnato il ruolo di Provincia) che non venne mai stabilito definitivamente, la commissione ad hoc elaborò una bozza di disegno di legge che fissava tre punti fondamentali:
1) l’affidamento del governo dei servizi di area vasta (trasporti, grande viabilità, energia, acqua, raccolta e smaltimento rifiuti, scuola superiore, grandi infrastrutture inserite nella pianificazione urbanistica) alla nuova istituzione, cioè la Città Metropolitana;
2) tutti i servizi alla persona venivano affidati ai singoli comuni: dalla culla alla tomba;
3) divisione del comune capoluogo in tante Municipalità, (sul modello francese, i arrondissement, e inglese, la grande Londra) dimensionate sui centomila abitanti, lasciando i compiti di rappresentanza di tutto il capoluogo al sindaco della prima Municipalità (Lord Mayor).
Devono fare riflettere le vivaci polemiche di questi giorni. Ritengo sbagliata la proposta contenuta nel disegno di legge governativo di abbinare automaticamente l’incarico di sindaco del capoluogo con quello di governatore della Città Metropolitana.
Si tratta di ruoli e competenze ben distinti ed è necessario invece con la creazione delle Municipalità al posto delle attuali Circoscrizioni (che non hanno alcun potere) sviluppare la partecipazione dei cittadini sulla base di tre presupposti: per informarli per coinvolgerli e corresponsabilizzarli.
Per quanto riguarda Torino poiché si parla da troppo tempo della soppressione delle Province (che siano troppe è una dato incontestabile) nella fase transitoria in attesa dell’elezione dei membri del consiglio della Città Metropolitana la responsabilità politica può essere affidata ai morituri componenti della giunta dell’amministrazione provinciale.
Nel progetto elaborato in passato si era lasciata aperta la questione dell’Assemblea della Città Metropolitana cioè, se doveva essere nominata con elezioni di secondo grado oppure con elezioni dirette.
Infine sarebbe bene che i sindaci dei comuni interessati alla costituenda Città Metropolitana di Torino riflettessero bene sula presunta lesa maestà da loro denunciata.
Nessuna autonomia delle singole amministrazioni deve essere intaccata, semmai si tratta di un coordinamento per la realizzazione dei servizi di area vasta ottenendo riduzione dei costi e maggiore efficienza.
Ogni uomo o donna che sia chiamato a responsabilità di governo deve avere sempre come punti di riferimento gli utenti (che brutta parola) cioè i cittadini, i loro bisogni, le loro esigenze, le loro aspirazioni.
Tutto il resto passa in secondo piano soprattutto l’io ipertrofico tanto di moda in questi anni tra i politici nostrani.

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