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martedì, 16 Luglio 2024

Timbuktu, frontiera di umanità

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Redazione
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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Enrico Peyretti
L’assenza di retorica è il valore di questo film, che denuncia e condanna con coraggio, in coproduzione euro-africana, il fondamentalismo islamista e il suo attacco a diverse culture in varie parti del mondo. I fanatici non sono dei mostri e l’islam autentico è stimato e non è offeso insieme alla sua degenerazione. Così una composta critica è molto più seria, forte ed efficace degli sberleffi osceni che conosciamo e delle reazioni ignoranti.
Gli jihadisti sempre armati che impongono divieti assurdi ad una popolazione di normale civiltà e di religione islamica buona e gentile – vedi il saggio imam vestito di bianco e la famiglia affettuosa di Kidane – non sono furiosamente feroci. Così la loro astratta durezza di cuore, profondamente irreligiosa e disumana, risalta maggiormente nelle ingiustizie e sofferenze che causa. Il loro freddo assolutismo contrasta con la capacità di gustare la vita della gente comune, che manifesta tratti di spiritualità paziente e fiduciosa, e anche di rivolta femminile consapevole e dignitosa. Forse non è del tutto chiaro il racconto alla fine, ma è chiaro il legalismo senza umanità denunciato in nome dell’umanità universale e plurale, che è il bene da custodire ovunque con la forza della ragione mite e solidale. Rimane inquietante l’ultima immagine di Toya e Issan, i due ragazzi che fuggono disperatamente: inseguiti dal male o verso un nuovo futuro?

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