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mercoledì, 24 Luglio 2024

Terra dei fuochi, tutti i numeri dell'ecocidio

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Se si mettono insieme i numeri quello che salta fuori rischia di essere irraccontabile. Legambiente lo ha fatto ed ecco lo scenario che c’è dietro l’espressione Terra dei Fuochi: le inchieste della magistratura sono state 82 con 1806 indagati e 443 aziende coinvolti. Molte di queste inchieste sono arrivate in tribunale, fra gli altri, ci sono stati i processi Adelphi, Ecoboss, Madre Terra, Chernobyl. Gli stessi nomi delle operazioni e di conseguenza dei processi sono un segnale: qui stiamo parlando di 22 anni di sversamenti di sostanze tossiche, di veleni e rifiuti. In tutto 10 milioni di tonnellate, portati da oltre 400 mila tir che hanno trasformato un pezzo di Campania, fra Napoli e Caserta i una terra che dà la morte e non la vita. La Terra dei fuochi.
Ma chi sono gli avvelenatori? Da dove arrivano i rifiuti tossici? Chi ha guadagnato quello che certamente Papa Francesco chiamerebbe “pane avvelenato” almeno alla pari di quello guadagnato con la corruzione?
«Le responsabilità, che vengono da un passato trentennale, sono enormi – spiega il direttore generale di Legambiente, Rossella Muroni – e intrecciano i rapporti tra imprenditoria del nord, camorra e politica, a partire dalla fine degli anni Ottanta».
Secondo Legambiente la maggior parte dei veleni arriva dal Nord, da parte di aziende che hanno trovato conveniente abbattere i costi di smaltimento. «Lungo le rotte dei traffici illeciti – spiegano da Legambiente – è viaggiato di tutto: scorie derivanti dalla metallurgia termica dell’alluminio, polveri di abbattimento fumi, morchia di verniciatura, reflui liquidi contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate provenienti da attività di bonifica».
Fra i veleni che sono stati scaricati in quella che una volta era un pezzo di Campania felix ci sono anche, dicono ancora da Legambiente, «rifiuti prodotti da società o impianti, noti nel panorama nazionale, come quelli di petrolchimici storici del nostro Paese: i veleni dell’Acna di Cengio, i residui dell’ex Enichem di Priolo, i fanghi conciari della zona di Santa Croce». Questo è il primo anello della catena, poi ci sono gli altri, che comprende le responsabilità o per inerzia, ignavia o per criminale complicità. Tutto questo traffico di rifiuti poteva passare inosservato senza che qualcuno chiudesse un occhio, o meglio, entrambi?
«Davanti a questi numeri – denuncia Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania – le parole sono diventate stanche, mascherano le responsabilità, le incompetenze e le complicità della politica e delle amministrazioni in tutti questi anni. Chi perseguirà su questa strada, chi ancora per una volta assisterà inerme e in silenzio e non trasformerà i tanti annunci di questi decenni in provvedimenti concreti si dovrà assumere in pieno la responsabilità e, prima o poi, dovrà renderne conto alle vittime invisibili sempre più numerose di questo disastro».

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