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sabato, 25 Maggio 2024

Settanta volte sette! E dopo?

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Vittorino Merinas

A Pietro che gli chiedeva se dovesse perdonare un fratello fino a sette volte, Gesù rispose: “Non ti dico sette, ma settanta volte sette.” Per il perdono non ci sono limiti. Quando credi d’essere al massimo, sei solo all’inizio. Un principio che, in coerenza con lo spirito gesuitico di essere missionari della misericordia di Dio, ha guidato la vita di Jorge Bergoglio ed oggi è da lui proposto, forse quasi imposto con la forza di vescovo di Roma, come elemento determinante la missione della chiesa. Di qui l’ispirazione d’un Giubileo per mantenerlo sulla scena ecclesiastica per l’intero 2016. Giubileo straordinario non solo perché fuori della consueta tempistica, ma per la prevalente attenzione rivolta alla tematica della misericordia divina sulla concessione della indulgenza plenaria per cui era nato nel 1300.

Detto così tutto appare semplice e condivisibile: nel 2016 l’impegno pastorale sarà caratterizzato da una predicazione insistita sulla divina misericordia. Se questa predicazione, però, non sarà, come non dovrebbe mai essere, pura declamazione, ma anche attenta riflessione teologica, emergerà sicuramente qualche problema sul “settantavoltesette”. Se il Dio biblico, nel complesso vetero e neotestamentario, brilla per il suo amore misericordioso, non si può sorvolare sul fatto che sia altrettanto vigile, esigente ed anche punitivo. Una figura assai complessa che non può essere affrontata senza tenere presenti ed uniti questi suoi caratteri. Lo chiedono, turbati dall’ardore predicatorio bergogliano, coloro che nella chiesa sono classificati tradizionalisti: la misericordia non silenzi la giustizia!. Questi due valori devono essere conciliati. Operazione non facile giacché per concluderla positivamente oltre alla bibbia occorre por mano anche all’edificio dogmatico che, nel corso dei secoli, la riflessione ecclesiastica ha formulato, magari con qualche elemento spurio.

La lettura dell’Antico Testamento presenta una figura divina assai antropomorfica. Più un uomo all’ennesima potenza, che un essere essenzialmente diverso ed unico. Accresciuti a dismisura, ma i suoi caratteri sono tipici dell’uomo. Il Dio modellato dalla prima rivelazione è un Dio geloso,  iroso e non manca di punire. Anche gravemente, come accadrà alla prima disobbedienza della sua creatura, cacciata dal luogo della felicità, privato di tutti i doni prima concessile e colpito da pene che graveranno perenni anche sui suoi discendenti e sull’intera natura. Questo Dio, tutt’altro che indulgente, stringerà con i discendenti di Abramo un rapporto privilegiato. Un’alleanza che lo porrà come unico Signore e guida d’un popolo che accetta d’essergli per sempre fedele. La storia che seguirà sarà travagliata, in un’alternanza di infedeltà e smarrimenti di questo e di ire e punizioni di quello che, comunque, nel suo viscerale amore, non verrà mai meno al patto stabilito. La sua misericordia sovrasterà sempre le debolezze del suo popolo. Il perdono la vincerà sulla collera e sulle punizioni ammonitrici. L’irascibile Dio biblico ha una debolezza: la misericordia che sembra calamitata dalla debolezza altrui. E non solo della nazione amata nella sua unità, ma anche di coloro che ne occupano le periferie: poveri, vedove, orfani. Una misericordia talmente smisurata da destare in lui stesso meraviglia, come rivelerà il profeta Geremia: Israele “è dunque per me un figlio così caro, un fanciullo così prediletto che, dopo ognuna delle mie minacce, io debba sempre pensare a lui, le mie viscere si commuovano per lui, per lui trabocchi la mia tenerezza?»

Questo sposalizio tribolato da tradimenti intermittenti di un popolo facile ad altre lusinghe e la fedeltà mai intaccata d’un Dio che s’adira e punisce, ma trepidante nell’attesa di riconquistare il suo amato, sarà oggetto di una costante e progressiva riflessione dei saggi di Israele per afferrarne il senso e indurre le giuste risposte. Focale in questa ricerca è stata l’esperienza della morte, dramma e scandalo che colpisce e sconvolge gli affetti parentali, sottraendo persone amate per precipitarle in un abisso tenebroso, senza un barbaglio di luce né speranza di risalita. Scomparse dolorose sempre, seppure di uomini “carichi d’anni”, ma tanto più incomprensibili se di virgulti protesi alla vita ai quali nulla ancora si può rimproverare Una misteriosa ingiustizia, la morte, per nulla chiarita dall’idea che così vuole la natura. Lentamente cominciò a farsi strada il pensiero che essa fosse dovuta ad un castigo generalizzato. Una sanzione del peccato comminata da una giustizia superiore che sancisce la condanna dell’empio. Unica speranza di salvezza la conversione, nell’attesa d’un Liberatore che sottragga i giusti dall’oscurità dello Shéol. (70×7, 1)

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