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domenica, 23 Giugno 2024

Roncalli e Wojtyla uniti nella santità ma non intercambiabili

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Se Giovanni XXIII guarda al futuro convinto che il messaggio evangelico debba impastarsi con la cultura del tempo per poter dialogare con l’uomo, Giovanni Paolo II è fedele alla teologia tradizionale che, permeata di metafisica, ritiene statici e perenni la verità e i valori nel fluire della storia. La chiesa ne è depositaria e sua missione è annunciarli e anche imporli, se possibile, per il bene dei singoli e della società. Essa dev’essere ferma nella verità e sempre presente nella vita sociale e politica. Concezione tipica della chiesa polacca che nella storia travagliata del Paese è sempre stata punto certo di riferimento. Wojtyla l’ha portata con sé come modello per la chiesa universale che deve liberarsi d’ogni timidezza nei confronti della modernità, sprigionare la forza del suo messaggio salvifico, manifestare i frutti di santità, cioè di giusto vivere, che da esso scaturiscono. Di qui i viaggi senza posa, gli orgogliosi palcoscenici e le folle plaudenti. Di qui l’affannata creazione di santi. Di qui, infine, la lotta senza quartiere, al suo interno, ad ogni espressione teologica che attentasse all’indefettibile verità, la impietosa falcidie di teologi sospetti, ed all’esterno la sfida al pensiero ed ai regimi comunisti, fornendo sostegno a partiti e Stati che in qualsiasi modo li contrastassero. Il concilio fu setacciato così da assumerne gli aspetti consoni alla linea conservatrice del pontificato, silenziando od osteggiando quelli progressivi. L’interventismo politico manifesto od occulto trionfò sul dialogo aperto e veritiero intrapreso da papa Giovanni e suggellato dal concilio.
Difficile non scorgere la diversa e contrastante concezione della chiesa dei due pontefici. Dinamica la prima, statica la seconda. Giovanni XXIII vuole cambiare la chiesa, Giovanni Paolo punta sull’immagine. L’uno consegna al proprio successore una chiesa viva, attenta e aperta la mondo, in pieno fermento novatore che ha nel concilio il suo fulcro. L’altro trasmette al cardinale Ratzinger, che l’aveva assecondato e sostenuto, un’istituzione senza un progetto di futuro, spenta nella ricerca teologica, falcidiata nei suoi elementi migliori e priva di seduzione per accostarvisi. Una chiesa a tal punto divisa ed in balia di cordate di potere nella curia romana che Benedetto XVI farà il gran rifiuto per affidarla a chi, più giovane, possa riprenderne le redini..
Papa Roncalli e papa Wojtyla salgano pure all’onore degli altari a braccetto. Bisogna, però, avvertire che questo traguardo unitario non significa che le linee guida dei due pontificati siano affiancabili e intercambiabili. Una santità condivisa non può velare profonde divergenze. La santità non è un tritatutto che rende massa informe i diversi. I fatti sono macigni e la loro valutazione un dovere per prevenire confusioni dalle conseguenze deleterie. La canonizzazione ad opera di Francesco non oblitera le singolarità dei due pontifici, il loro diverso peso e le diverse prospettive lasciate in eredità alla chiesa. La santità è una dichiarazione dell’autorità ecclesiastica, il santo è una realtà con storia ed opere. Quella non osta che queste siano valutate con rigore commisurato all’attore.
Ora tocca a Francesco. Su parecchi alti scranni del potere ecclesiastico già siedono altri ospiti. Di cordate più non si parla, almeno al momento. Francesco appare semplice, ma non semplicione. Dolce, ma non remissivo. Qualche riforma è in corso. Al tempo dirne gli esiti. La chiesa è una realtà composita. Soprattutto dominano due visioni di essa che rispecchiano quelle dei due neo santi: quella conservatrice inchiavardata nel passato tridentino e quella riformatrice prospettata dal Vaticano II. Forte la prima che trova conforto nel papa oggi emerito. La seconda sembra fatta propria dal papa officiante che preferisce le periferie ai palcoscenici, l’umiltà al potere, la povertà a mammona, la pastoralità al dottrinarismo. Di questa bipolarità papa Bergoglio conosce la pericolosità per il processo riformatore. L’aver dichiarato in contemporanea la duplice santità è stato un gesto di pace. Non può, però, limitarsi a gestire l’equilibrio. Ha creato aspettative. Non deve deluderle..Né si tratta di spostare qualche paletto, ma muri maestri. Sia pur guardingo, ma se non lo farà nessuno più crederà alla possibilità di riconsegnare il vangelo alla chiesa.

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