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martedì, 16 Luglio 2024

Popolare tra la Dc e il Pd…

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

C’è un’apparente contraddizione per chi, popolare e cattolico democratico come me, si riconosce nel Pd dopo una esperienza, seppur giovanile, nella Dc. Mi spiego meglio. La vulgata dice che il Pd, dopo la sterzata profonda impressa dalla velocità di Renzi, è diventato ormai il perno centrale della politica italiana alternativo alla destra leghista e dei Fratelli d’Italia e, di conseguenza, alla sinistra. Di qui l’attacco alla Cgil, alle organizzazioni sindacali, alla sinistra interna al Pd e al vecchio modo di far politica della sinistra comunista, post comunista e post diessina. Cioè, sempre secondo questa vulgata, ci troveremmo di fronte ad una riedizione, seppur molto aggiornata e corretta ai tempi contemporanei, della vecchia Dc. E quindi un partito popolare, di massa, interclassista e di centro moderato. E sin qui è tutto chiaro. Cioè dovremmo essere almeno soddisfatti, almeno per chi è rimasto un po’ nostalgico del passato.
Dopodiché arriva il tema della gestione concreta del partito, della sua modalità organizzativa interna e del suo modo di rapportarsi all’esterno. E qui le somiglianze con la vecchia Dc più che indebolirsi addirittura scompaiono. Certo, questo è anche il frutto dell’evoluzione dei tempi e del profondo cambiamento delle stesse modalità di esercitare l’attività politica. Ma, detto questo, non possiamo sorvolare attorno ad un aspetto che resta comunque qualificante per chi crede in una politica democratica, popolare e partecipativa. Ovvero la gestione del partito. È indubbio che la personalizzazione, la spettacolarizzazione, il carisma elevato alla massima potenza, il ruolo salvifico della leadership sono anche il frutto e la cifra della politica contemporanea. Nonché, per quanto riguarda il nostro paese, dell’enorme influsso di Berlusconi e del berlusconismo. Una modalità profondamente diversa o meglio, decisamente alternativa rispetto all’impianto organizzativo che disciplinava il modo d’essere della Democrazia Cristiana nell’arco dei suoi 40 anni di esistenza politica.
Ho voluto riportare solo due aspetti, tra i tanti che si possono prendere e peraltro decisivi in qualunque stagione politica, per arrivare ad una semplice conclusione: qualunque riferimento/confronto con il passato è del tutto fuori luogo. Quando si confrontano stagioni politiche profondamente diverse e dove le stesse condizioni strutturali – internazionali, politiche, culturali, sociali e di costume – sono semplicemente imparagonabili, è del tutto inutile esercitarsi nella somiglianza tra il principale partito italiano di oggi, cioè il Pd, e il perno politico del passato, cioè la Dc. Due partiti, comunque sia, che seppur in epoche diverse, occupano lo spazio centrale della politica italiana.
Semmai, l’unica condizione che vale per chi nel passato si è riconosciuto nella Dc – seppur prevalentemente in una sua componente, la sinistra sociale di Forze Nuove -, e oggi nel Pd, è che non si può rinunciare ai valori fondanti che hanno ispirato la propria militanza politica e culturale. A prescindere dal fisiologico cambiamento culturale che accompagna la stessa evoluzione della politica e dei suoi strumenti, cioè i partiti. Una sorta di “coerenza” politica ed ideale, comunque sempre difficile da declinare nella contingenza, ma sempre esigente ed indispensabile per non creare eccessive cesure tra le diverse fasi storiche in cui ognuno è chiamato a vivere e ad adoperare nella comunità.

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