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martedì, 16 Luglio 2024

Il Sistema Appendino: la decrescita infelice di Torino

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di Andrea Doi

La Giunta Comunale ha approvato una delibera dal roboante titolo: “Atto di indirizzo. Revisione generale P.R.G. vigente”.

Ci si aspetterebbe un atto ponderoso e ricco di dati e informazioni. Invece no. Assomiglia di più al De profundis della nostra città.

Torino ha avuto la sua la rinascita della anche attraverso la riconversione delle aree industriali, dallo sviluppo del marketing urbano come attrattore di investimenti anche a scala internazionale, dalla capacità di salvaguardare innovazione ed economia tradizionale. La deindustrializzazione è avvenuta prima e indipendentemente dalle trasformazioni di Torino. Queste ultime sono state, anzi, una adeguata risposta (anche grazie al Piano strategico) al possibile declino. E se oggi Torino non è Detroit lo si deve ad una “visione” più che ad una “gestione”.

Con questa delibera esce allo scoperto una nuova e grave visione: al governo della città ci sono persone che hanno una “non visione” d’insieme. E gli atti di questi primi dieci mesi, messi in fila, parlano chiaro.

Nessuna innovazione sulla città della conoscenza, progressiva demolizione del modello artistico culturale, nessuna innovazione sui modelli di welfare, gestione incoerente dell’urbanistica e del commercio (promuovendo centri commerciali e ambulanti alimentari), nulla su industria. Nessuna attrazione di investimenti. Nessun modello di sviluppo, insomma.

Due dati su tutti. A Milano i residenti sono passati da 1.145.851 del 2015 ai 1.368.590 del 2016. A Torino dai 890.529 del 2015 ai 888.921 del 2016. Non intendiamo dire che ci sia correlazione tra nuovo governo delle città e abitanti; ma solo che senza delineare e rilanciare una prospettiva le due tendenze non possono che allargarsi.

“Il re è nudo”. Nella mente di chi governa ora Torino paiono essere sufficienti tre elementi: una borghesia capitalistica residente, un tessuto economico di scarso valore aggiunto territoriale (che produce fuori, ma vende anche sul territorio) e un mercato di sbocco, meglio se su larga scala (grande distribuzione). Una decrescita infelice in salsa di piccolo capitalismo torinese.

In termini politici, quello che si capisce leggendo i fatti è che la decrescita è popolare e fa consenso perché di fatto chiede tutto (la salvezza del pianeta, lavoro, doni per tutti, tornare alla terra, ma senza la zappa, uscire dal mercato e mantenere le istituzioni capitalistiche, criticare la moneta euro, ma promuovere monete complementari farlocche) senza davvero proporre una prospettiva o un programma serio: programmare richiede un bilancio costi e sacrifici, ricavi e perdite. Comporta delle scelte.

Intorno al governo della decrescita infelice possono vivacchiare tutti i decrescisti elitari: le belle parole e le nobili dichiarazioni di intenti, con annesso astio per modernità e progresso, condito di ambientalismo di maniera. E così, magicamente, anche un pezzo di sinistra malpancista si trova alleata di fatto coi suoi nemici storici, con la buona e ricca borghesia torinese.

Ora, rileggendo poche righe sopra, ci viene da pensare: non è che abbiamo involontariamente fatto il ritratto del Sistema Appendino?

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