-0.1 C
Torino
martedì, 30 Novembre 2021

Il pastore Gelindo

- Advertisement -Nuova Società - sponsor

Più letti

Nuova Società - sponsor
Redazione
Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Scritto da Gabriele Richetti
Nei giorni che precedevano il Natale, nei secoli passati, in Piemonte come nel resto d’Italia, erano molte le rappresentazioni sacre aventi ad oggetto il Presepe e la Natività.
Come nella migliore tradizione partenopea, anche il Piemonte aveva un personaggio che, per antonomasia, era associato all’avvento del Natale, tanto da essere l’ispirazione per diversi modi di dire: si tratta del pastore Gelindo.
Già dall’inizio del mese di dicembre, quando ci si riferiva al Natale, nelle valli piemontesi si affermava sorridendo “A ven Gilind!”: il pastore era il protagonista di una sceneggiatura rappresentata su tutto il territorio, dalle montagne alla pianura: la divota cumedia. D’altra parte, questa notorietà derivava dal fatto che Gelindo, secondo la tradizione, sarebbe stato il primo uomo ad arrivare alla grotta della Natività. Mica male: un piemontese aveva avuto la fortuna di essere in prima fila alla nascita del Bambinello!
La rappresentazione si svolgeva un po’ ovunque, ovviamente in dialetto: nei teatri, certo, ma anche nelle parrocchie e persino nelle stalle.
Si trattava di una commedia semi-drammatica, dalle origini riconducibili al Monferrato del XVII secolo, e che vantava addirittura diverse versioni a seconda della zona in cui veniva messa in scena. Per gli interessati: ancora oggi la storia di Gelindo viene messa in scena in alcuni paesi delle Langhe.
La divota cumedia
Gelindo è un pastore bonaccione, poco istruito ma profondamente buono, che deve partire per il censimento che viene descritto nella Bibbia. La sua partenza è però continuamente ritardata da situazioni più o meno comiche: tra una dimenticanza e l’altra, dopo mille raccomandazioni alla moglie, finalmente riesce a lasciare il suo villaggio e a giungere, quasi per magia, a Betlemme. Lì incontra Giuseppe e Maria, e li aiuta a trovare un alloggio per la notte. Dopo diverse peripezie, nella più tradizionale commistione tra sacro e profano, Gelindo vedrà la cometa e capirà che la partoriente non era una ragazza qualsiasi. Si precipiterà così nuovamente alla grotta, per essere il primo a visitare il Bambino.
Gelindo viene solitamente raffigurato come una persona anzianotta, con un agnello in spalla, calzoni corti, giacca, zampogna e cesto al braccio: per intenderci, il pastore che, nei presepi viventi, è il primo fuori dalla grotta a rendere omaggio alla Sacra Famiglia.
Gelindo e i modi di dire che ha ispirato

A tal punto famoso nella tradizione piemontese da generare addirittura dei veri e propri modi di dire. Il termine “Gelindo” si usa per definire una persona semplice ma di buon senso; “Gelindo ritorna” significa “Di nuovo!”, perché il pastore piemontese dimentica sempre qualcosa, entrando e uscendo continuamente di scena; “A ven Gilind”, come detto nel titolo, sta ovviamente per “Arriva il Natale”; ancora, la “Pastorale di Gelindo” è la musica della Messa natalizia nelle parrocchie delle valli; e “Maffè”, dal nome del servitore di Gelindo, Maffeo, indica una persona un po’ ignorante e poco educata.
Immagini di un Piemonte antico: un immenso presepe innevato, nel quale in inverno, a passi lenti nella neve, si muovevano figure semplici ma buone, legate alla propria terra e alle proprie tradizioni.
Persone che erano capaci di lasciare i luoghi sicuri, le proprie stalle, le cucine riscaldate dalle candele, per seguire sogni e ambizioni dai sapori magici, senza mai dimenticarsi delle proprie origini. Proprio come Gelindo, il pastore piemontese.

- Advertisement -Nuova Società - sponsor

Articoli correlati

Nuova Società - sponsor

Primo Piano