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venerdì, 24 Maggio 2024

Il dietrofront del sindaco Fassino

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“Vedremo, è presto per parlarne, ve lo dirò a tempo debito”. Questa è stata l’ultima risposta fornita da Piero Fassino sulla possibilità di una sua ricandidatura a sindaco di Torino. Tempo ce n’è, ma neanche troppo, laddove il rebus sul prossimo sindaco della città sotto la Mole comincia già a stuzzicare gli spiriti degli abitanti di Palazzo di Città così come di molti altri osservatori interessati. Nel contesto della Torino della crisi, le attenzioni del Comune sono soprattutto rivolte alle procedure per l’approvazione del bilancio, concedendo però le fisiologiche premure alla corte dell’epica romana di Matteo Renzi, verso la quale il sindaco Fassino ha guardato per tutta la scorsa primavera, sperando di poter avere la possibilità di salvarsi dalla “provincia”. Quelle occasioni aspettate sono sfumate, una dopo l’altra, a favore di altre personalità politiche, opzioni ritenute più adatte dal premier Renzi. Ma Fassino non può comunque lamentarsi del suo destino: ancora maggiormente oggi, nello scontro che si sta consumando dentro il Partito Democratico, fra la brigata renzista e le minoranze, Torino ha salvato Fassino dallo schiacciasassi rottamatore. Piero Fassino, un renziano per caso e per furbizia.
Le mire extraterritoriali del sindaco di Torino non hanno mai rappresentato un segreto in Palazzo di Città, le sue ambizioni politiche e i suoi capricci torinesi son noti. Il panorama italiano resta in movimento, spesso sull’orlo di una crisi di nervi (e di governo), nell’ipotesi sempre viva di elezioni politiche già a partire della prossima primavera. Dentro lo schema italiota, disordinato e precario, la mossa migliore, per la politica, sembra essere quella dell’attesa, nella prospettiva di poter compiere la scelta più conveniente nel momento giusto, vagliando tutte le ipotesi sul tavolo. È probabilmente questa la tattica adottata dal sindaco: se l’acqua è poca e la paperella stenta a galleggiare, meglio rimanere ancorati alla propria ciambella di salvataggio (cioè Torino). Nonostante permanga il dubbio sulla felicità del sindaco con addosso la fascia tricolore da primo cittadino, ora come ora, il Comune sembra poter essere il futuro prossimo più probabile per Fassino.
Negli ultimi giorni è stata ventilata un’altra ipotesi per il sindaco: un incarico come rappresentante italiano all’Onu. Oggettivamente, quest’eventualità sembra ben poco realistica, soprattutto per ragioni strettamente e cinicamente politiche. La diplomazia italiana ha soventemente scavalcato le porte girevoli della politica, riciclandosi (senza avere troppo successo) come nuova classe politica, stimata e competente o comunque così è stata venduta al market di Roma. Più raramente è stato compiuto il percorso inverso, dalla politica alla diplomazia. Un Fassino favorevole all’essere retrocesso nelle retrovie della diplomazia internazionale, della burocrazia mondiale, farebbe specie, risulterebbe una contraddizione troppo grande rispetto alla sua personalità, che non pecca di egocentrismo e quindi di aspirazioni.
L’inclusione del sindaco torinese in un giro di rimpasto del governo Renzi è all’oggi poco possibile, ma se si presentasse l’eventualità di un nuovo esecutivo, via elezioni o meno, targato Matteo nazionale, il nome di Fassino indubbiamente avrebbe vita più facile a distinguersi nella mischia del renzianesimo, portando quell’esperienza e quella familiarità romana che oggi risultano come spie accese del governo Renzi. Sarà questa l’opzione che il sindaco aspetta o è oramai convinto di restare per il tempo di un altro mandato ancora sotto la Mole? Tutte queste certezze a Palazzo di Città non ce ne sono, e tradisce l’incertezza del sindaco Fassino sulla volontà (o meno) di portare a termine l’opera della sua Torino, sempre che questa sia mai stata progettata.

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