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lunedì, 27 Maggio 2024

Il debito di Torino frutto degli investimenti per il futuro della Città

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Nei giorni scorsi i giornali cittadini hanno dato ampio spazio alla notizia dei provvedimenti della Giunta comunale riguardanti la situazione finanziaria della città e la sindaca ha espresso un giudizio negativo sui suoi predecessori attribuendo alla loro responsabilità la difficile situazione dei conti del Comune. Ha parlato anzi di trent’anni di cattiva amministrazione e di una eredità pesante che l’attuale Giunta si trova a fronteggiare. Prima di esprimere opinioni è doveroso farsi un quadro chiaro dei fatti e cercare di capire ciò che sta sotto le polemiche di questi giorni.

Che il Comune sia fortemente indebitato è noto da molto tempo e stupisce l’accusa a Fassino di avere tenuta nascosta questa realtà. Ne ha sempre parlato con trasparenza e l’assessore Passoni ha sempre illustrato con chiarezza la situazione finanziaria di quegli anni, tant’è che per un esercizio finanziario fu addirittura presa la decisione di uscire dal Patto di stabilità.
Dunque il Comune si è indebitato negli anni passati. Questo è vero. Si è indebitato stipulando dei mutui per finanziare opere pubbliche quali la metropolitana, la copertura del passante, l’inceneritore e via elencando.

Torino non avrebbe potuto lasciare alle proprie spalle la sua storia di città-fabbrica, di città manifatturiera e diventare in Europa e nel mondo un caso di studio per come è riuscita a reiventarsi un futuro e superare la grave crisi ed il declino dei primi anni Novanta se non avesse avuto la capacità ed il coraggio di fare questi investimenti e disegnare con un piano strategico le linee del proprio sviluppo.

Il debito è dunque da attribuirsi non ad un eccesso di spesa corrente o a sprechi, ma ad investimenti che sono stati fatti per il futuro della città. Quando la parte maggiore di questi investimenti è stata deliberata – soprattutto nei due mandati di Chiamparino – l’onere finanziario dei mutui (cioè le rate di interessi e di restituzione del capitale che ogni anno si sarebbero dovute pagare) erano sostenibili nel bilancio e non creavano particolari problemi.
Se prendiamo ad esempio una famiglia, è ciò che capita quando “il buon padre di famiglia” decide di comprare la casa ed accende un mutuo con l’intenzione di lasciare ai suoi figli un patrimonio del quale in futuro potranno disporre. Anche lui dovrà pagare le rate del mutuo, ma ha fatto i suoi conti e con gli stipendi suoi e della moglie che lavora tutto è in equilibrio. Ma un brutto giorno i due perdono il lavoro e le rate del mutuo diventano un grosso problema perché tolgono risorse alla spesa corrente per mangiare, vestirsi, pagare i trasporti.
Fuor di metafora è ciò che è capitato a Torino (e non solo alla nostra città, perché tutta la finanza locale è in sofferenza).

È scoppiata la crisi finanziaria globale e di punto in bianco sono venute a mancare quote consistenti di trasferimenti da parte delle Stato alle città. Ricordiamo tutti, ad ogni finanziaria, gli annunci di Fassino sulla riduzione dei fondi per Torino ed in generale per tutti i Comuni. Come nella famiglia della metafora, le rate dei mutui stipulati si mangiano una parte consistente della spesa corrente e collidono con le spese per i servizi ai cittadini e per il funzionamento quotidiano della città. Questa è la storia.

Accusare Chiamparino di non aver agito da “buon padre di famiglia” è come attribuirgli la responsabilità della crisi finanziaria che ha investito anche il nostro Paese e la nostra città. Del resto Fassino non lo ha mai fatto e si è invece adoperato con responsabilità e competenza a ridurre gradualmente il debito, contenere la spesa corrente e guidare i conti del Comune fuori dalla tempesta finanziaria che la crisi ha provocato.
Questi dunque sono i fatti.

Colgo l’occasione anche per un altro chiarimento. Nel recente passato si è anche sentito dire che la causa del debito del Comune sarebbero stati i costi delle Olimpiadi. Non è vero. Tutti gli investimenti nelle opere olimpiche sono stati finanziati dalla Stato e l’Agenzia che le ha realizzate ha chiuso i conti con un avanzo consistente che il Parlamento, con un atto successivo, ha riassegnato al nostro territorio. I costi organizzativi dei Giochi sono stati gestiti da un Comitato, il Toroc, che ha chiuso i suoi conti anch’esso con un piccolo avanzo di gestione.
In conclusione, chiunque si fosse candidato alla guida della città nel 2016 avrebbe dovuto avere consapevolezza di questi dati strutturali della finanza locale. Ereditava una città ben governata e profondamente risanata dalla crisi degli anni ’80, ma fortemente colpita ed indebolita dalla grande crisi globale esplosa nel 2007-2009. In altre parole si sarebbe trovato di fronte un compito impegnativo: quello di completare e consolidare il lavoro fino a quel punto effettuato da tutte le componenti della città, e non solo dalla sua amministrazione. Si trattava in particolare di progettare una traiettoria di sviluppo che non poteva più trovare nelle risorse pubbliche il suo motore principale. In più, la crisi lasciava una situazione sociale complessa che era una priorità anche per l’amministrazione. Avere consapevolezza di tutto ciò significa saper assumere la responsabilità di governare; chiamare in causa una presunta responsabilità dei predecessori significa invece provare a sfuggirvi.
Se la città tutta insieme, e non solo chi la governa, non ritrova una visione condivisa di futuro con alcune priorità strategiche corredate da progetti sostenibili e da strumenti efficaci per attuarli allora si continuerà ancora per un po’ a galleggiare sul passato e si ricomincerà presto a parlare di declino. Purtroppo però si va indietro molto in fretta e risalire la china è un cammino lungo e faticoso.

 

 

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