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martedì, 23 Luglio 2024

Forconi, il prefetto di Torino dà le dimissioni. Alfano le respinge

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Qualche testa doveva cadere, anche solo apparentemente lasciando poi però tutto come prima. Dopo l’assalto al Palazzo della Regione e dopo gli scontri di piazza Castello tra i ragazzi scesi in strada insieme ai Forconi che hanno evidenziato grosse lacune nella gestione dell’ordine pubblico il 9 dicembre e quanto siano stati sottovalutati i segnali allarmanti che provenivano dal tam tam sui social network e dal passaparola nella città, la prefetta di Torino Paola Basilone ha deciso di fare un passo indietro.
Lo ha fatto telefonando al ministro dell’Interno Angelino Alfano per dare le dimissioni. Ovviamente respinte.
«Mi sono dimessa stamattina, telefonicamente, anche perché non c’era il tempo di fare in altro modo. Le mie dimissioni sono state respinte», spiega la Basilone, che ha poi spiegato come siano andate le cose e il perché abbiano preso sotto gamba la questione: «E’ evidente che ci sia stata una interpretazione non corretta dei segnali che venivano anche dal web. Ma ci sono state anche le comunicazioni delle società petrolifere, preoccupate per i rifornimenti di carburante, e questo ci ha allarmati anche perché la protesta dei forconi arrivava a ridosso di altri scioperi. Ma nei giorni successivi, la questione degli autotrasportatori sembrava ridimensionata, con l’accordo tra varie sigle sindacali e il ministero».
«Si è discusso – continua – anche delle minacce arrivate ad alcuni commercianti e la Procura ha attivato un pool di magistrati pronti a muoversi su questo tema. Ma senza denunce, possiamo fare nulla».
Lunedì – spiega il prefetto – ci siamo trovati davanti a una manifestazione formata da gruppi eterogenei. Sono passati dai tentativi di occupare le stazioni agli attacchi alle sedi istituzionali, Comune e Regione in particolare, passando per blocchi estemporanei a macchia di leopardo, fatti anche da piccolissimi gruppi che attaccavano e sparivano in pochi minuti. E tutto questo avveniva in città, ma anche in provincia, con incursioni su statali, autostrade e tangenziali. Con le forze a disposizione, era impossibile controllare la situazione».
«Ma non possiamo essere considerati incivili – conclude – perché abbiamo consentito che una città finisse sotto assedio, perché non è stato così. La civiltà consiste nel consentire la libertà di manifestazione», conclude.
E’ innegabile che ci sia stato un grosso cortocircuito in quelle ore in cui quei ragazzi scorrazzavano, creavano barricate, bloccavano un’intera città senza che le forze dell’ordine intervenissero. Non solo. Per calmare gli animi in piazza Castello e in altri luoghi della protesta, gli uomini dei reparti mobili si sono tolti i caschi per stemperare gli animi, creando un caso. L’atteggiamento di quelle ore denota che in questura e prefettura regnava il caos più totale ma soparattutto stride con la gestione di piazza che di solito viene attuata in particolar modo sul movimento studentesco e su quello No Tav, dove difficilmente ci sono passaggi di dialogo.
Un esempio arriva dal fatto che solo dopo 48 ore si hanno i primi fermi e le denunce mentre invece ieri viene evidenziata dai media il fermo di otto studenti vicini all’area antagonista torinese, denunciati tra le altre cose per interruzione di pubblico servizio e manifestazione non autorizzata.
Reati che è evidente a tutti sono stati commessi da migliaia di persone in questi cinque giorni.

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