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venerdì, 4 Dicembre 2020

“Ci sono due Russie: una è quella raccontata dai mainstream occidentali, l’altra quella reale”. Intervista a Mark Bernardini

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Torino, 15 novembre studenti assediano le banche

Torino: studenti in piazza in assedio alle banche. Tensione con la polizia che accenna ad una carica. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Giusi Greta Di Cristina
Giusi Greta Di Cristina
Siciliana, laureata in Lingue, mi occupo di politica estera da dieci anni. Specialista in Scienze Internazionali all'Università degli Studi di Torino, curo un blog ne "L'Antidiplomatico" e collaboro con la casa editrice NovaEuropa di Milano.

Nei tempi recenti il nostro Paese si è visto coinvolto in dinamiche internazionali che più di prima hanno visto il ruolo della Federazione Russa centrale nella comprensione dei fatti del mondo ed in particolare della zona europea. Abbiamo intervistato Mark Bernardini, esperto di politica russa, giornalista e traduttore italo-russo. 

Come si vive in Russia questo difficile tempo segnato dalla pandemia del Covid-19? Come si è comportato il gruppo dirigente nell’affrontare le avversità? E come sta reagendo il popolo russo?
Naturalmente, ci sono differenze e similitudini. La pandemia qui è iniziata il 5 marzo, due settimane dopo l’Italia, e subito si è iniziato con misure progressive diversificate, anche (non solo) sull’esempio dei Paesi più colpiti. Mi riferisco sia alle restrizioni di movimento, sia commerciali, ma anche alle sovvenzioni di aiuto alla popolazione, dalle famiglie agli imprenditori, dai dipendenti agli studenti, dal personale medico ai neonati. Certo, qui come altrove, qualunque cosa si faccia, si troverà sempre chi dirà che si poteva fare di più, ed è comunque vero. Però, posto che non sbaglia chi non fa, complessivamente il giudizio – non solo mio, ma della maggior parte della popolazione – è sicuramente positivo. La sensazione, che personalmente condivido, è che, in una situazione del tutto inedita, il sistema abbia reagito e continui a reagire bene, per quanto possibile nelle condizioni odierne ci si sente protetti.

La Russia, all’indomani della segnalazione dei casi di Covid-19 in Cina, ha immediatamente provveduto a chiudere i canali commerciali che la collegano a quello che rappresenta il suo più importante partner. Si è parlato a tal proposito di “raffreddamento” delle relazioni strategiche tra i due Paesi: qual è il Suo parere?
Assolutamente no. Facciamo un esempio interno all’Italia. Quando si cominciò a parlare di Codogno e furono istituite le cosiddette “zone rosse”, non si sono verificati (se non in misura trascurabile) episodi di razzismo nei confronti dei lombardi. Idem per la Russia rispetto alla Cina. Approfitto però per ridimensionare il valore dell’interscambio tra questi due Paesi. Nel 2017, quindi dopo le sanzioni e prima della pandemia, le importazioni russe dalla Cina ammontavano a 42 miliardi di €, dall’UE a 76 miliardi. Analogamente, le esportazioni verso la Cina corrispondevano a 34 miliardi, verso l’Unione Europea a 141 miliardi.

Qual è la percezione che, secondo Lei, ha il popolo russo della politica estera a guida Putin?
Complessivamente, tutti hanno la consapevolezza da quale baratro vent’anni fa Putin abbia tirato fuori il Paese. E tutti temono un ritorno al passato quando Putin, nel 2024, dovesse andare via. Forse, una cosa che gli si può imputare è proprio questa, anche se non è tutta sua la responsabilità: in vent’anni, non è cresciuta una classe politica degna né alternativa, né di prosecuzione naturale. Naturalmente, qualcuno è d’accordo in toto, qualcuno meno, qualcuno, oggettivamente una minoranza, lo vede come il fumo negli occhi: questi ultimi, in genere sono i cosiddetti “liberali”, definizione che in Russia ha assunto un significato totalmente diverso, quasi opposto al senso originario a cui si è abituati in Occidente. Sono quelli che con le politiche ultraliberiste di El’cin degli anni ’90 hanno lucrato e contribuito a mettere il Paese in ginocchio, totalmente asservito all’Europa e in particolare agli USA. Se invece parliamo di politica estera, qui l’assenso è pressoché totale. Prova ne sia che in ciò gode dell’appoggio di tutti i maggiori Partiti d’opposizione, dai comunisti di Zjuganov (13%) ai liberaldemocratici di Žirinovskij (13%), passando per “Russia Giusta” di Mironov (6%, quest’ultima, giova ricordarlo, fa parte dell’Internazionale socialista). Per dare un riferimento, in seno al Consiglio d’Europa i comunisti fanno parte del GUE, tutti gli altri, compresa “Russia Unita” (54%, il Partito di maggioranza), dopo essere stati privati del diritto di voto dal COE, sono usciti dai rispettivi gruppi e sono confluiti nel gruppo misto.

Quando si parla di Putin il giudizio del mainstream è spesso negativo, talvolta di denuncia: la democrazia liberale lo dipinge come un dittatore e la Russia viene narrata come uno stato dittatoriale con nessun diritto civile riconosciuto, dove i manifestanti vengono torturati, sbattuti in carcere o scompaiono e le elezioni non sono libere. Può raccontarci cos’è in realtà la Russia e cosa Putin?
La sensazione sempre più presente in me è che si parli di due Russie diverse: una è quella raccontata dai media mainstream occidentali, l’altra è quella reale, dove io vivo. E non solo io, ovviamente. Lo schema è facile: si organizza qualche manifestazione senza preventiva autorizzazione, i manifestanti vengono identificati, si fanno qualche selfie, sorridenti, ad usum occidentalis e si torna a casa col senso di essere eroi. Vorrei solo ricordare alcune manifestazioni a cui invece ho partecipato io. Per esempio, a Comiso, nel 1983 e 1984, con un migliaio di pacifisti inermi feriti, la manifestazione del 1985 a Roma contro Reagan, repressa a suon di candelotti lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Finalmente, la “democrazia sospesa” di Genova nel 2001 (qui, per mia fortuna, io non c’ero per altri impegni di lavoro). Per le elezioni, ricordo, una dozzina di anni fa, quelle in cui avevo lo status di osservatore internazionale, in quanto interprete per i due osservatori italiani. Erano due deputati, uno del Partito Democratico ed uno di Forza Italia. Abbiamo girato vari seggi a caso, nessuno poteva sapere prima dove ci saremmo recati. Il massimo della irregolarità di cui siamo stati testimoni è stato un signore che pretendeva di entrare in cabina con la moglie, cosa che ovviamente gli è stata impedita. Al termine, tutti e tre eravamo concordi sulla trasparenza assoluta di quelle elezioni (ecco perché è importante che i due deputati erano di due Partiti contrapposti). Non così diceva invece il comunicato ufficiale degli osservatori dell’UE. I nostri due deputati ascoltavano attoniti. In albergo, furono avvicinati da un ragazzo, corrispondente di Sky TG 24. Cercò in tutti i modi di fare dire loro l’opposto di quel che pensavano. Visto il diniego, è uscito verso la piazza Rossa, dove a ridosso una decina di oppositori, ciascuno con due bandiere in mano, manifestavano contro i presunti brogli. Io avevo terminato il mio lavoro, perciò ero uscito anch’io. Ho sentito con le mie orecchie come istruiva l’operatore, di riprendere dal basso verso l’alto, per mostrare che si trattava di una manifestazione di massa. Ecco a chi sono affidate le notizie sulla Russia in Italia.

La Russia ha significativamente aiutato l’Italia, ricevendo in cambio critiche e neppure un ringraziamento a fine missione. Persino il ministro degli Esteri, Di Maio, intervistato sugli aiuti forniti dai vari Paesi non ha neppure menzionato gli aiuti forniti dalla Federazione Russa. Quanto pensa che essi abbiano inciso in Italia nell’affrontare il virus?
Hanno inciso eccome, almeno a giudicare dai giudizi della gente comune e degli amministratori locali, in stridente contrasto con i maggiori organi di stampa della Penisola. Di Maio, il signor “Vairus”, è l’ultimo a potersi esprimere in merito: oltre all’intervista da Lei citata, basterebbe ritrovare (piuttosto agevolmente) la sua intervista all’aeroporto di Pratica di Mare, in attesa degli aeromobili russi, dove profondeva grandi lodi alla Russia. Per maggiore chiarezza, nessuno – men che mai in Russia – afferma che gli aiuti russi siano stati del tutto disinteressati: oltre ad un fattore di per sé di immagine, l’esperienza dell’ospedale di Bergamo ha consentito ai medici russi di acquisire un’esperienza formidabile, che è tornata molto utile nelle settimane successive, quando il virus ha colpito duro anche qui. Mi limito ad un dato numerico: a fronte di 230 mila contagiati in Italia, ci sono stati finora 33 mila morti, quasi il 15%; in Russia, su 360 mila contagi, sono morte quattromila persone, poco più dell’1%.

Parliamo dello spinoso tema delle sanzioni, che di fatto costituiscono un pesante fardello più per i popoli che le subiscono che per i governanti. Ricordiamo che la Russia è sottoposta a sanzioni per la cosiddetta “annessione” della Crimea: potrebbe dare un Suo parere sulla questione? Come è vissuta dal popolo russo?
Intanto, esiste un problema semantico. Un’annessione è quando uno più grosso invade armi in pugno uno più piccolo, per esempio la Anschluss tedesca dell’Austria. La Crimea, nei secoli, è stata greca, romana, armena, mongola (l’orda d’oro), genovese (la repubblica marinara), ottomana, russa, ma mai ucraina. La ragione è semplice: l’Ucraina non è mai esistita, fino alla rivoluzione di febbraio del 1917. La Crimea è russa dai tempi di Caterina II, dal 1783. Nel 1954, l’allora segretario generale del PCUS Chrušëv trasferì amministrativamente la Crimea dalla Russia all’Ucraina. Giova ricordare che Chrušëv era nato giusto al confine tra queste due repubbliche, entrambe parte dell’URSS. Facciamo un po’ di fantapolitica. Supponiamo che qualche governante decida d’autorità di assegnare la provincia di Piacenza вall’Emilia Romagna alla Lombardia. Poi arriva un Salvini qualsiasi che fonda la Padania e divide l’Italia. E Piacenza risponde “no grazie, noi vogliamo tornare con l’Emilia Romagna”. Che fanno, gli sparano? E’ esattamente quel che è accaduto: con la dissoluzione dell’URSS del 1991, la Crimea, popolata prevalentemente da russi etnici e comunque da russofoni, si è trovata ad essere parte dell’Ucraina. Dopo il golpe fascista eterodiretto da oltreoceano a Kiev, nel 2014 i crimeani hanno organizzato un referendum in cui il 96% ha chiesto di entrare a far parte della Federazione Russa. Ecco perché, indipendentemente dalle possibili diversità di vedute, è corretto parlare di ricongiungimento, non di annessione. Aggiungo che, analogamente, sempre nel 2014, e sempre a seguito del golpe fascista a Kiev, le regioni di Doneck e Lugansk hanno proclamato la loro indipendenza ed hanno costituito le loro Repubbliche Popolari (inevitabile pensare alle Repubbliche Popolari partigiane in Italia nel 1943-1945). Se fossero entrate a far parte della Federazione Russa (non per nulla è una federazione), si sarebbero evitate decine di migliaia di morti ammazzati dai fascisti golpisti. Veniamo però alle sanzioni. Da quando gli USA hanno caldeggiato presso l’UE di infliggerle alla Russia, l’interscambio europeo occidentale con la Russia è crollato, mentre quello degli USA… è cresciuto. Inevitabile domandarsi cui prodest. La Russia ha dunque sviluppato la cosiddetta politica della sostituzione delle importazioni, con parziale ma indubbio successo. Detto molto banalmente, si può vivere tranquillamente senza mozzarella, parmigiano e quant’altro, mentre l’Europa continua ad acquistare dalla Russia il petrolio e il gas, nonostante tutti i tentativi statunitensi di sostituirsi col proprio petrolio e il pericolosissimo gas scisto: il solo trasporto con petroliere non regge alcuna concorrenza. Pensiamo a quanti posti di lavoro, invece, si sono persi in Italia nell’indotto. Bisogna riconoscere che il genio imprenditoriale italico ha reagito bene, creando aziende di diritto giuridico russo ma di proprietà italiana, applicando uno slogan molto efficace quello del passare dal “made in Italy” al “made with Italy”. Insomma, soprattutto in condizioni di pandemia planetaria, insistere con le sanzioni è un vero e proprio suicidio.

Altro gravissimo tema è quello dell’Ucraina. Giusto qualche giorno fa l’Ucraina si è vista costretta a rivolgersi proprio alla Russia per aiuti economici, in quanto strozzata da una parte da quegli stessi meccanismi messi in atto per impedire alla Russia di completare il gasdotto che la renderebbe il Paese più potente di quel mercato, dall’altra dagli effetti devastanti causati dal coronavirus.
La Russia è già il principale fornitore di risorse energetiche, i tentativi americani di usare l’Ucraina come ricatto in quanto Paese di transito finora hanno portato solo allo sviluppo del Nord Stream 2 tedesco, non essendo la Germania particolarmente propensa a farsi ricattare né dagli USA, né tanto meno dall’Ucraina. Tuttavia, la Russia è ovviamente interessata ad aiutare a combattere il coronavirus e i suoi effetti in tutti i Paesi confinanti. In Ucraina si è instaurata oggettivamente una russofobia fratricida, ma non vale l’inverso: nonostante tutto, nel percepito collettivo non c’è odio verso gli ucraini, solo verso la giunta golpista.

A suo parere come potrebbero volgersi i rapporti tra Ucraina e Russia? Potrebbe un cambio di rotta nelle relazioni porre fine alla guerra civile in Donbass?
Quale potrebbe essere un cambio di rotta da parte della Russia? I cosiddetti accordi di Minsk non sono rispettati da Kiev, mentre, se qualcuno si prendesse la briga di leggerli, anziché citarli a sproposito, scoprirebbe che la Russia non è parte in causa.

A proposito di Donbass: Ci racconta come si è vissuta da dentro questa guerra civile, in cui gli attori sono più di quanti se ne vedono?
Difficile per me raccontarla “da dentro”, vivendo io a Mosca, non nelle Repubbliche Popolari. Quel che però mi sento di affermare è che gli ucraini raccontano agli occidentali un sacco di frottole. Non c’è affatto l’esercito russo lì a combattere, anche perché, se così fosse, la faccenda sarebbe terminata ancor prima di cominciare, vedasi in Georgia nel 2008. Aiuti umanitari, certo. Armamenti, sicuramente. Anche taluni esperti militari, per forza. Ma non l’esercito. Nella nostra epoca, quando se uno si mette le dita nel naso per strada, Google potrebbe fotografarlo dal satellite, mi pare impossibile nascondere addirittura delle formazioni combattenti regolari. Ci sono volontari russi? Indubbiamente, come c’erano le brigate garibaldine, gli italiani, i francesi, i sovietici durante la guerra civile spagnola. E come c’erano gli aiuti sovietici in Vietnam. Invece, per anni ci sono state le truppe americane, come c’erano i mercenari fascisti tedeschi e italiani in Spagna, come ci sono mercenari americani e fascisti d’ogni risma europei a massacrare la popolazione civile inerme del Donbass. E spero di non dover spiegare la differenza tra “volontari” e “mercenari”. Perché, facciamoci caso: nel Donbass muoiono i civili e i miliziani, mentre da parte di Kiev muoiono solo i loro soldati, e solo in territorio del Donbass. Sto dicendo che il Donbass, tuttora, non si è mai sognato di sparare o bombardare di là del confine.

Un’ultima domanda: come prefigura il futuro prossimo della Federazione Russa?Nessuno ha la palla di vetro. E chi fa previsioni altisonanti in genere è un fanfarone. Tanto più in presenza di una pandemia di cui ancora non si vede nemmeno il principio di una fine. Diciamo che, salvo un conflitto mondiale, in cui, come è noto, non sopravvivrebbero né vinti, né vincitori, le prospettive sono di continuare a costruire un futuro prospero che converrebbe anche ai loro vicini di casa, e qui mi riferisco non solo alla Cina o ai Paesi dell’ex Unione Sovietica, ma anche all’Unione Europea.

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