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lunedì, 19 Ottobre 2020

Chiara, condannata a non governare

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Marzio Dinamo
Marzio Dinamo
Esperto di comunicazione, grafica e marketing. Con passione per giornalismo, inchieste, cronaca e politica

Di chiara c’è soltanto una cosa, la sua assenza. E la sindaca di Torino rischia di essere ricordata più per quanto non ha mai fatto che per quello che ha detto o ha compiuto. Non abbiamo bisogno di primi cittadini mattatori, ma di leader sì. Oggi l’ex Cinque Stelle, sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, anche sulle pagine de La Stampa, invita la sua collega di Torino a scrollarsi di dosso un po’ di populismo grillino e di cominciare a governare. Ma ci sono almeno due presupposti essenziali per farlo.
Il primo è quello di essere un passo davanti agli altri: si traccia una linea, un orizzonte, dentro cui ognuno – leggi assessori, maggioranza o partito locale – si muove per le proprie competenze. Per indicare questi obiettivi bisogna avere cultura, capacità e carisma. L’altro è quello di sapere fare sintesi, saper scegliere, mettere in pratica le varie istanze, scartare quelle improduttive o controproducenti, creare un’armonia, un equilibrio, certo mai definitivo, tra i progetti e le idee che arrivano dai suoi collaboratori. Anche in questo caso, preferibilmente, dentro un insieme di valori predefiniti. Bisogna avere esperienza e qualità, ma in un modo o nell’altro – ed è qui il punto – bisogna che chi sostiene il sindaco ne riconosca il primato.
A Parma Pizzarotti ha sempre avuto una maggioranza, durante e dopo l’epoca 5 Stelle, che gli ha dato in mano le chiavi del governo, tanto che se l’è preso, quando si è ricandidato, anche a dispetto di Di Maio & co.
Provate a pensare oggi Appendino senza M5s. Fatto? Bene, possiamo allora proseguire. Non soltanto a Torino, ma soprattutto a Torino, i grillini, a dispetto del sostanziale anonimato collettivo – c’è qualcuno che si sia distinto per pensieri, parole ed opere, al di là delle poco lette cronache comunali? – più che membri di una comunità politica, appaiono condomini dello stesso palazzo. Più che interessati a governare lo sono a restare nel loro appartamento. In sintesi coabitano. Ciò che li lega alla loro rappresentante più autorevole, Chiara Appendino, non è il riconoscimento di particolari qualità amministrative, e men che meno ideologiche, ma lo stato di necessità. Perché altrimenti si torna a casa, e per sempre. Tutti. E così dopo l’esaltazione di essere entrati in Sala Rossa, con poche esperienze collettive oltre che politiche, e il riconoscimento inevitabile al contributo che l’immagine di Chiara ha dato alla vittoria elettorale, la spinta si è esaurita. Non si vuole più cambiare la città. Ma resistere ancora un po’, a dispetto delle forze del capitale e della restaurazione.
Dal canto suo la sindaca, anche qui dimostrando un fiuto invidiabile, in questi anni ha riposto la sua fiducia soltanto in due persone, il suo capo di gabinetto, e il suo portavoce. E sappiamo come è andata. Non è stata capace di costruire una squadra, e lei stessa non è stata capace di farne davvero parte. Barcamenandosi tra il suo ruolo istituzionale e quello di luogotenente del Movimento a Torino. Staccandosi fuori tempo dall’una o dall’altra veste. Incapace di scelte impopolari, come suggerisce inutilmente Pizzarotti, e persino di scelte popolari.
Insomma ci troviamo di fronte a una serie di individui pentastellati ai diversi livelli, che si muovono disordinati non si sa per cosa nè verso dove. Che al massimo fanno po’ di ammuina. In queste condizioni la grande fortuna è che l’opposizione non esista, che la marcia dei 500 Si Tav, sia già diventata il preludio a quella dei Quarantamila del prossimo 10 novembre, per ora soltanto nelle cronache dei giornali. Ma gli elementi per un cambio di passo non si vedono.

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