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martedì, 23 Luglio 2024

Caso Emanuela Orlandi, il fratello: "Il prefetto Cavaliere mi disse che il Vaticano ostacolò le indagini”

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Moreno D’Angelo
L’intervista all’ex 007 Giulio Gangi, agente allontanato dal Sisde mentre era a un punto chiave delle indagini sul caso Orlandi (pubblicata sul Corriere.it) e alcune dichiarazioni di Pietro, il fratello di Emanuela, nel corso del programma Rai “Storie vere” del 21 ottobre, hanno riportato l’attenzione sul più torbido e inquietante mistero dell’Italia degli anni ‘80. Alla trasmissione è anche intervenuto il giornalista Fabrizio Peronaci, che sulla sparizione della “ragazza con la fascetta” e le tensioni legate alla Guerra Fredda ha di recente scritto “Il Ganglio”. Un volume che fornisce un quadro aggiornato e storicamente molto documentato sull’intricata vicenda, dando linfa a chi non intende arrendersi a quella che sembra una congiura del silenzio.
Abbiamo interpellato Pietro Orlandi, che da quel lontano 22 giugno 1983 non si è mai arreso alla cortina di fumo che impedisce di conoscere la verità, nonostante le importanti novità emerse in particolare dopo l’entrata in scena del supertestimone indagato Marco Fassoni Accetti, che ha confessato di aver partecipato al sequestro e probabilmente sarà rinviato a giudizio davanti a una Corte d’Assise entro la fine dell’anno.
Orlandi, nel corso del programma lei ha affermato che non solo Gangi ma anche l’attuale vicecapo della polizia e guida dell’Aisi le confidò che il Vaticano fece pressioni per frenare l’attività investigativa sul caso di sua sorella. In che contesto è avvenuta questa comunicazione?
«Io – risponde Pietro – conosco il dott. Nicola Cavaliere dall’epoca in cui si occupò anche della sparizione di Emanuela. Si è prodigato da responsabile della squadra omicidi di Roma e ha sempre mostrato grande umanità verso me e i miei familiari. Ricordo che partecipammo insieme al programma Telefono Giallo. Circa quattro anni fa lo incontrai per fargli ascoltare la cassetta con la registrazione dell’incontro che ebbi con Ali Agca a Istanbul, nel gennaio 2010, quando il Lupo grigio era appena uscito di prigione. Documento che è stato totalmente ignorato dagli inquirenti. Fu in quell’occasione che mi espresse questa considerazione. In particolare sul fatto che i suoi superiori avessero subito pressioni dal Vaticano per rallentare le indagini, mentre queste erano pervenute a una fase chiave».
Come spiega e motiva questo atteggiamento della Santa Sede?
«Premetto che sono legato al Vaticano, che è il mio Paese, il mondo in cui sono cresciuto, come lo era per Emanuela. Sono molto amareggiato e sorpreso. La loro posizione è quella di cercare di dimenticare. Di far entrare la vicenda nell’oblio come altri misteri italiani mai risolti».
Pressioni e blocchi sono risultati evidenti e Pietro Orlandi evidenzia tre punti: 1) l’aver sempre respinto le richieste di rogatoria per interrogare una serie di prelati e personaggi coinvolti a vario titolo nel caso. 2) il rifiuto di fornire agli inquirenti le registrazioni dei dialoghi tra i rapitori e la segreteria di Stato vaticana. 3) Le disposizioni anche scritte sul silenzio assoluto sul caso Orlandi.
Cosa proverebbero le telefonate?
«Le telefonate ci sono state, eccome. Vi era pure un codice, il numero 158 che, pronunciato al centralino, faceva sì che venisse subito data la linea all’interlocutore all’interno del Vaticano». Orlandi ripete una eloquente e disarmante frase che ha più volte sentito dire da inquirenti interessati al caso: «La verità è nel Vaticano, ma che possiamo fare?». E cita anche il magistrato Domenico Sica, da poco scomparso, che si recò in Vaticano per tentare di ascoltare in diretta qualche telefonata dei rapitori. «Quando il giudice uscì dalle mura leonine, arrivò una telefonata all’avvocato degli Orlandi in cui l’anonimo affermava: “È inutile che fate venire il poliziotto al centralino del Vaticano”. Insomma erano ben informati».
«Io mi chiedo perché il Vaticano imponga questo silenzio», insiste il fratello di Emanuela, che torna con la memoria all’episodio di circa un anno e mezzo fa, quando strinse la mano al pontefice argentino pochi giorni dopo la sua elezione: «Sono rimasto molto turbato da una battuta di Francesco, che io e i miei familiari incontrammo all’uscita di Sant’Anna, dopo la messa. Il Papa salutandoci ci disse: “Lei sta in cielo”, riferito a Emanuela. Non ho registrazioni e testimoni. Ma la frase mi colpì. Mia sorella è tuttora iscritta all’anagrafe vaticana. Ho cercato in tutti i modi di avere un incontro che mi chiarisse perché il santo padre abbia fatto una simile affermazione, ma è stato tutto vano».
E così, poche settimane dopo, si giunse al grido “vergogna!” in piazza San Pietro, gridato il 22 giugno 2013, in occasione del 31° anniversario del rapimento, dai tanti cittadini uniti nei gruppi di solidarietà sul caso Orlandi e delusi dal silenzio del Papa. «Oltre al Vaticano – conclude Orlandi – è evidente che anche lo Stato ha accettato passivamente i condizionamenti che caratterizzano tutto il percorso delle indagini. Ho ribadito la frase del vicecapo della polizia anche per dare valore a quanto espresso da Gangi nell’intervista su Corriere.it, in relazione al suo allontanamento nel momento in cui aveva individuato delle piste estremamente interessanti, che andavano oltre la figura di Renato De Pedis».

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