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martedì, 28 Giugno 2022

Caso Emanuela Orlandi. Dopo 39 anni di silenzi per fratello Pietro la verità è vicina

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Sono passati 39 anni da quel 22 giugno in cui la quindicenne cittadina vaticana Emanuela Orlandi sparì nel nulla dopo una lezione di musica a Sant’Apollinaire.

Infinite le piste, le voci, le illazioni, i contrasti, i possibili ricatti, tra depistaggi e improbabili svolte  per un caso che ha visto sempre al centro il Vaticano e le sue “correnti”.  Un caso che ha attraversato epoche,  travagliati contesti geopolitici, a partire dalla guerra fredda che infuriò  tra gli anni 70 e 80, tra ostpolitik e imperi del male. I tempi di Marcinkus e Guido Calvi, Opus Dei, servizi segreti internazionali e Banda della Magliana.  Misteri e intrighi in stile cold case, anche se c’è chi ritiene che le cose in realtà abbiano risvolti molto più lineari e meno scenografici. Vi sono stati momenti in cui si sono ritrovati elementi concreti come il flauto della ragazza e alcune testimonianze che hanno illuso per una rapida soluzione. 

Dopo tanti anni è evidente che solo la tenacia del fratello di Emanuela ha tenuto acceso fino ad ora questa ricerca di verità. Una ricerca che oggi Pietro Orlandi ritiene più vicina. Questo alla vigilia dell’ennesimo sit in  che avrà luogo il 22 giugno  sotto Castel Sant’Angelo, in cui si rinnoverà in modo ancor più determinata la richiesta diretta di verità e giustizia a Papa Francesco.

Le ultima novità riguardano nuovi elementi che metterebbero al centro l’ipotesi che i resti della ragazza o effetti, documenti ad essa legata, siano passati per quel discusso cimitero teutonico, oggetto tre anni fa di scavi e ricerche sulle ossa.  Ci sarebbe un’ulteriore stanza misteriosa nel mirino di queste novità.

Tutto sarebbe legato al fortuito colpo di scalpello di un operaio che scopri la presenza di una camera sottostante in cemento armato che sarebbe al centro di queste nuove rivelazioni. Anche se c è chi afferma che si tratterebbe semplicemente di nuove stanze con funzioni di efficientamento per scarichi fognari e acque reflue. 

Di fatto nei tumuli teutonici si sono trovate solo ossa di oltre un secolo fa, mentre in quella stanza sarebbe stato sistemato qualcosa molto importante legato ad Emanuela che sarebbe poi stato spostato.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ci riferisce proprio su questo passaggio chiave di questi nuovi elementi da lui ricevuti da fonti autorevoli interne al Vaticano. 

Elementi che sono stato oggetto di una comunicazione fatta pervenire a Papa Francesco nel novembre 2021.  Il pontefice, secondo quando riportato da Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, ha risposto alla richiesta, rompendo un perdurante silenzio, riferendo il comune interesse a voler far luce sul caso e indicando  di  informare in merito  il tribunale dello Stato Vaticano. Un fatto davvero sorprendente che ha aperto speranze, per poi ripiombiare nel  secolare silenzio sulla vicenda

C’è chi da tempo invece ritiene che la verità resti lontana e che ormai il caso sia diventato una sorta di cold case che vede tanti protagonisti, più a livello mediatico che sul piano meramente investigativo, per un mistero affascinante, intrigante anche per le troppe piste, che si sono intrecciate nei decenni senza definitivi sviluppi.

Una cosa è certa.  Orlandi resta fermo nel puntare il dito sul Vaticano e in particolare su Papa Francesco, aspettando una risposta e una convocazione. Questo sulla base delle ferma convinzione che il Vaticano sia  a conoscenza di quanto successe alla ragazza, sottolineando il termine conoscenza e non responsabilità.  

Infatti più che sulle possibili motivazioni della sparizione della ragazza si potrebbe intravvedere una possibile risposta alla richiesta su dove si trovino i resti della povera ragazza. Un fatto che , oltre ad inevitabili polemiche, terrebbe conto di una umana esigenza verso la sofferenza dei familiari di Emanuela. 

Un caso  a cui potrebbero essere  collegati altre tragiche simili vicende   come quella di Mirella Gregori, la quindicenne romana scomparsa nel nulla nel maggio 1983, (un collegamento a cui Pietro Orlandi non crede) e di Alessia Rosati sparita nel 1994. 

In ogni caso se i resti sarebbero davvero passati dal camposanto teutonico, indipendentemente dalla stanza,si aprirebbero risvolti che definire  imbarazzanti sarebbe poca cosa. Anche se permane chi è quanto mai critico su questa ipotesi.

Orlandi ipotizza come sia ancora possibile una soluzione “diplomatica” che potrebbe dare pace ai familiari senza sconvolgere il Vaticano. Lo slancio di Papa Francesco ha portato nuove illusioni che però il silenzio susseguente ha in parte smorzato. 

Tuttavia i nuovi elementi potrebbero dare forza per trovare una via d’uscita un mistero senza fine. 

Abbiano chiesto a Pietro Orlandi perché ha affermato: “la verità non è mai stata così vicina”. 

“La novità è la risposta del Papa alla lettera che gli abbiamo fatto pervenire in  cui  l’avevo informato di essere a conoscenza di importanti nuovi elementi che avremmo voluto  condividere. Il Papa sorprendentemente ci ha risposto indicando di condividere i nuovi elementi che potrebbero condurre alla verità con il Tribunale vaticano.  Abbiamo subito presentato istanza urgente diretta al promotore di giustizia del vaticano, l’avvocato penalista Alessandro Diddi, ma poi è ripiombato il silenzio”.

E precisa: “E’ una verità che, più che motivazioni e responsabili della sparizione della ragazza, riguarderebbe il luogo in cui si troverebbero i resti o effetti, documenti legati a Emanuela che, dopo essere passati proprio in quella camera del camposanto teutonico, casualmente scoperta, sono stati trasferiti in un altro luogo”. Luogo che Pietro afferma di conoscere sulla base di quanto gli è stato rilevato.

E prosegue: “i nuovi elementi riscontrati  mi dicono, non tanto quanto sarebbe accaduto  ma che ci sono persone che sanno quello che è successo.  Mi riferisco allo scambio di messaggi tra la fine 2013 e il 2014 di cui possiedo una sorta di screenshot (fotocopie). Messaggi in cui si capisce benissimo che ci si riferisce ad  Emanuela e al voler risolvere una certa situazione”.

 “Quante volte – ha ammesso il fratello di Emanuela – si è sentito vicino ad una svolta.  Uno ci spera sempre, e ribadisco che fino a quando non avrò la prova della sua morte di mia sorella continuerò ad aspettarla”.

Inoltre riemergerebbe l’esistenza di quel fascicolo di cui Pietro afferma di aver sentito parlare da Paolo Gabrieli , (l’aiutante camera  di Papa Benedetto XVI,  scomparso nel 2020), finito nelle grinfie del Vatileaks: “In tempi non sospetti mi disse che sulla scrivania  di padre Georg (segretario personale di Benedetto XVI vide un fascicolo  con la scritta rapporto Emanuela Orlandi, chiuso in una cartellina trasparente”.

-“Per questo voglio essere convocato e verbalizzato in Vaticano. Se mi convochi posso far presente il nome del Cardinale coinvolto in questa vicenda. Ovvio che per rispetto non riferisco i nomi delle autorevoli fonti. In ogni caso la Procura dovrebbe convocare il cardinale coinvolto. Prima o poi dovranno farlo. Ma è forse proprio per questo che non vengo convocato”.

La ricerca di una via d’uscita fa risalire a quella trattativa portata avanti dal Procuratore Giancarlo Capaldo con emissari di Papa Ratzinger nel 2012.

“Quando parlavo di Capaldo all’epoca (2012) nessuno mi dava retta perché in fondo era la mia parola contro la loro. Quell’incontro tra il procuratore e due emissari di Ratzinger aveva come obiettivo una via d’uscita per l’imbarazzo sollevato della tomba di Renatino De Pedis da spostare da Sant’Apollinaire mentre fioccavano le proteste, manifestazioni e anche interrogazioni parlamentari in merito.  Un fatto che creava molto imbarazzo alla Chiesa”, ed ecco la richiesta degli emissari: “Ci risolvete questa situazione. Noi non possiamo farlo perché si penserebbe che vogliamo nascondere qualcosa”. “Ma voi date una mano a me” rispose il procuratore Capaldo. 

Secondo quanto   emerso in questi incontri In cambio sarebbero stati disposti a dare solo un fascicolo con alcuni nominativi che potrebbero aver avuto un ruolo nella vicenda Orlandi”. 

Insomma una sorta di via d’uscita soft.   

Capaldo fece presente agli emissari come “la famiglia voglia sapere se la ragazza sia morta e riavere i suoi resti”. 

Alla risposta “le faremo sapere” sarebbe seguito  un ulteriore incontro  in cui sarebbe stato risposto “Va bene, ci risentiremo”, ma con la condizione di trovare una soluzione  che allontanasse ogni responsabilità del Vaticano e che su queste basi sarebbe stato  possibile ritrovamento dei resti della ragazza.

“Ci sarebbe dovuto essere un altro appuntamento per organizzare la cosa ma non si fecero più sentire. Segui quella famosa dichiarazione del magistrato in cui affermava come in Vaticano vi potessero essere persone a conoscenza dei fatti”.  

Pietro ripercorre questi passaggi vivi nella sua memoria e aggiunge: “In Vaticano sicuramente qualcuno si sarà opposto a questa linea e venne contattato il procuratore Pignatone che fece spostare la salma di De Pedis in cambio di niente, archiviando e diventando poi Presidente del Tribunale Vaticano”.

Per Orlandi questi flashback del passato appaiono ora come tanti pezzi di un puzzle che si vanno ricomponendo. 

  “Non ci sono elementi sul movente ma sul fatto che sicuramente sono a conoscenza di quanto è successo. Per chiudere questa storia tutto dipende dalla volontà del Vaticano. Solo loro possono farlo” sono le conclusioni di Pietro Orlandi, che ribadisce: “Serve la volontà del Papa, del promotore di giustizia che non ci vuole ricevere”, trovando sorprendente il fatto che non abbiano alcun interesse a sapere di quali documenti siamo in possesso.

 “C è un posto in cui occorre andare a controllare” è la pressante richiesta di Pietro Orlandi” che insiste: “So, per quello che mi è stato riferito, che Il cimitero teutonico potrebbe essere un luogo di passaggio di Emanuela o di documenti, oggetti a lei inerenti  che sono spostati da una altra parte  che io conosco. Questo perché la situazione stava diventando pericolosa. Sono cose che potrebbero farci capire cosa sia successo e che  potrebbero essere una prova. Non so, ma sicuramente si tratta di qualcosa di importante. Questo è il mio pensiero che potrebbero essere smentito. Intanto non rispondono mentre avrei anche auspicato un’azione riservata per arrivare a una verità. Ma dopo sei mesi che non ci danno risposta…”.

 Una via riservata?  “Si. Questo attraverso una lettera, una confessione di qualcuno, un qualcosa che possa portare ad una soluzione. Ma evidentemente non si fidano che poi possa rimanere in silenzio. Insomma avrebbero paura di quello che potrebbe davvero emergere.  Io voglio arrivare alla verità”.

Non a caso Orlandi ritorna su una eloquente considerazione dell’ex procuratore Capaldo che riferiva come si sarebbe potuto arrivare solo una verità parziale ma che tutta la verità su questa vicenda non sarebbe mai potuta emergere. 

A rafforzare la sua istanza precisa: “I  protagonisti di questi nuovi elementi non sono certo persone in qualche modo collegabili ai fatti (anche per il dato anagrafico). Si tratta di soggetti autorevoli e informati in quanto vicine a Francesco” e aggiunge:  -“Prima potevo avere dei dubbi  ma oggi ho la certezza che ci siano persone che conoscono tutta la verità”, domandandosi nuovamente:  “Come mai il Papa ci ha risposto in modo assolutamente inaspettato,senza poi  dar alcun seguito? Dopotutto quegli elementi a nostra conoscenza sono anche a loro conoscenza”.

Segue un’amara considerazione: “Loro sono lo Stato vaticano e ho notato come tanti politici e paladini della giustizia, presenti spesso in tv, mi abbiano candidamente ammesso che se  c’è di mezzo il Vaticano sia meglio non impicciarsi”.

“In ogni caso l’oggetto del ricatto non può essere una ragazzina di 15 anni. E’ assurdo. La ragazzina è stata messa in una condizione per creare l’oggetto del ricatto, ma non so come. Questo tra voci, depistaggi e l’intervento di mitomani”.

Un’ultima domanda.  Non vi è il rischio che questo sia diventato nel tempo un grande calderone in cui gli aspetti mediatici esaltano una miriade di soggetti a scapito della mera ricerca della verità?

“A me non interessa apparire in tv ma si tratta di un mezzo importante per raccontare le cose”. E conclude sottolineando: “la cosa che mi colpisce sempre è la solidarietà delle person  che mi mostrano vicinanza e che mi dicono che sono una persona  da stimare perché non accetta che siano sempre i potenti ad averla vinta. Questa è la spinta che mi da la carica anche dopo tanti anni. Ora vorrei a una soluzione per Emanuela e per mia madre per ritrovare serenità”.

In conclusione sottolinea come in Vaticano, l’ambiente dove ha sempre vissuto, l’argomento Emanuela rimanga sempre un tabù: “Quando incontro qualcuno in Vaticano, si guardano intorno come intimoriti. Io spesso premetto “parliamo d’altro” e  c’è chi preferisce evitare di dialogare in pubblico. Come se parlare con Pietro Orlandi implicasse una convocazione in Segreteria di Stato. Come se persistesse il timore che qualcuno possa comunicarmi qualcosa”.

L’ultimo cenno è alla passione per la Roma e per quel braccialetto che porta sempre al braccio, giallorosso come la fascetta di Emanuela.

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