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giovedì, 18 Luglio 2024

Amiat, arriva lo sciopero dopo la vendita di un altro 31%

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Il Comune vende un’altra fetta di Amiat, la società che si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti nel capoluogo piemontese e i lavoratori annunciano lo sciopero. I sindacati della società hanno concordato una mobilitazione di sciopero per lunedì 20 ottobre.
La decisione di Palazzo di Città, di cedere un altro 31% dell’Amiat, per portare nelle casse del Comune almeno altri 19milioni di euro, non è piaciuta quindi ai dipendenti, e tanto meno ai gruppi di minoranza seduti sui banche della sala Rossa. Una percentuale importante che va ad aggiungersi al 49% già ceduto ad Iren nel 2012, alla gestione ventennale del servizio e all’80% dell’inceneritore del Gerbido. La decisione è stata presa ieri pomeriggio in Sala Rossa con una delibera presentata dall’assessore alle Società Partecipate e alla Polizia Municipale, Giuliana Tedesco, che ha raccolto 25 voti favorevoli, 5 astensioni e 5 voti contrari. Inutile l’ostruzionismo dell’opposizione durato più di un’ora della Lega, Movimento 5 Stelle e Michele Curto, capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà.
Le polemiche dal Comune continuano sui social network, altra valvola di sfogo per i consiglieri di minoranza. «Venduto a Iren il 31% di Amiat (con questo fa l’80%). La domanda è la prossima volta tocca alla Mole?» ironizza Fabrizio Ricca capogruppo della Lega. Più duro Vittorio Bertola capogruppo del Movimento 5 Stelle che sulla sua pagina facebook ancora prima delle votazioni spiega che la vendita del 31% «Di fatto, è un modo per trasferire dei soldi da Iren (società “privata” il cui management è nominato da PD e sodali) alle casse esangui del Comune, permettendo ad Amiat di andare avanti con il classico andazzo da società pubblica, che poi alla fine si scarica sulla Tari dei torinesi».
E poi il grillino continua attaccando la decisione del sindaco: «Fassino dice che hanno venduto Amiat e inceneritore perché “ci stiamo ponendo il problema di come andare oltre le discariche, grazie al termovalorizzatore”. Nel 2014. Quando il resto del mondo da anni parla e agisce su “reduce, reuse, recycle”. E poi hanno anche la faccia di dire che Torino crescerà grazie alla “green economy”».
Non tutti però la pensano allo stesso modo. Come ad esempio Federica Scanderebech, «La privatizzazione non riguarda esclusivamente la città di Torino ma è ormai un mutamento storico e culturale che si sta divulgando sempre di più in tutta Italia e non ha colore politico questa idee da perseguire».
«Sono convinta – conclude la Scanderebech – che con questa privatizzazione si possa non solo ridurre il debito pubblico e della città, ma aumenterà gli investimenti nel settore e svilupperà i mercati finanziari con la conseguente diffusione dell’azionariato».
Per ora, solo una cosa sembra essere certa: la scelta della vendita di un’altra parte di Amiat, non ha riscosso successo tra i dipendenti che promettono di scendere in piazza lunedì 20 ottobre.

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