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martedì, 23 Luglio 2024

Se i movimenti incontrano i figli dei forconi

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

I fatti di Torino di questi giorni pongono una questione centrale per chiunque voglia tornare a dare senso al termine sinistra.
Le strade si sono riempite di giovani degli istituti tecnici, provenienti da Barriera di Milano, Vallette, Mirafiori, San Paolo e dalla prima cintura della città.
Sono quei giovani impoveriti dalla crisi, ma cresciuti nel mito delle merci. Si trovano alle Gru, vanno al Motorshow a Bologna, riempono i centri commerciali e tifano per la nazionale.
Sono quella generazione bersaglio dei pubblicitari e della grande distribuzione, figli di persone che un tempo riuscivano a vivere più che dignitosamente anche grazie agli inciuci italiani, di cui oggi sono invece vittime.
Sono di bassa cultura scolastica, al punto che l’ignoranza è diventata quasi uno status da rivendicare.
Ma a parte questo, sono ragazzi e ragazze come tutti gli altri, con le speranze e le passioni degli adolescenti.
Una parte significativa della città con la quale quasi nessun soggetto della sinistra, sia quella istituzionale che dei movimenti, si è rapportata in questi anni.
I giovani studenti militanti e i ragazzi che hanno riempito le strade dietro ai “forconi”, negli ultimi decenni sono cresciuti in mondi vicini, ma lontani culturalmente e relazionalmente.
Oggi però è evidente che se questa distanza non si colma, c’è la possibilità che una destra populista e xenofoba cavalchi le cose.
Non è accaduto in questi giorni, ma il rischio è dietro l’angolo.
Chi avrà il coraggio di sporcarsi le mani e confrontarsi, costruire dialogo e occasioni comuni, potrebbe fare veramente la differenza. Se si salda la sinistra dei movimenti con i ragazzi dei quartieri, tutto potrebbe cambiare.
Ma ci vuole coraggio, tanto. Bisogna abbandonare l’egocentrismo delle organizzazioni e pensare in grande, nel senso che bisogna lavorare per un movimento veramente plurale.
Come negli anni 70, la questione centrale per questa città è quella della migrazione, un tempo dal meridione e oggi dal mondo globalizzato.
E come allora il rischio del razzismo è il vero e unico ostacolo all’unità dei settori popolari.
La scommessa è aperta per chi la vorrà cogliere.
Paolo Sollecito

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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