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lunedì, 15 Luglio 2024

Rsa, non siamo scarti! Cos’è e come funziona la (illegittima) sanità di “serie b”

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Le Rsa – Residenze sanitarie assistenziali  (29 mila posti letto in Piemonte, 13 mila operatori) sono strutture – tutte – accreditate con il Servizio sanitario nazionale/regionale, auotrizzate a funzionare dalla Sanità pubblica per svolgere una prestazione considerata di livello essenziale: garantire prestazioni residenziali a malati non autosufficienti (diciamo anziani, ma in realtà le Rsa sono aperte a pazienti di tutte le età e di tutte le patologie che necessitino di interventi di mantenimento della loro condizione… vedremo cosa vuol o non vuol dire tra poco). Non si tratta quindi di “case di riposo”, dicitura colloquiale per indicare strutture di soggiorno di ospiti anziani, ma di strutture nelle quali i degenti hanno rilevanti e indifferibili esigenze sanitarie, scarsamente corrisposte per una dotazione insufficiente di personale e percorsi terapeutici adeguati.

PRIVATO/PUBBLICO

É vero che le Rsa sono in massima parte gestite da operatori privati (spesso grandi operatori internazionali che si avvalgono di cooperative locali, comunque di notevoli dimensioni, per garantire personale e gestione diretta), ma non sono soggetti privati tout-court, nel senso che la programmazione, il monitoraggio, la sorveglianza sulle strutture sono in capo all’ente pubblico (Regione) che quindi non può mai “chiamarsi fuori” dalla questione Rsa, come ha provato più volte a fare, per bocca dell’assessore Icardi (assessore regionale alla sanità) durante questa pandemia da Covid-19. É però un dato di fatto che la Regione copre ogni anno solo 240-245 milioni di euro di quote sanitarie per i pazienti nelle Rsa, corrispondenti al 3% del bilancio sanitario regionale. Una quota bassissima rispetto al fabbisogno, tanto che in Piemonte almeno 30 mila persone non autosufficienti per le quali è stata fatta richiesta di inserimento in Rsa hanno ricevuto risposta negativa (una risposta non legittima, poichè è la negazione di un livello essenziale). La larghissima maggioranza degli esclusi, disinformati dei propri diritti, ripiega sul ricovero in Rsa in forma privata (3.000-3.500 euro al mese) o sulla gestione domiciliare del malato, molto spesso con enormi sacrifici economici e di realizzazione personale (di solito, le donne – mogli o figlie dei malati – rinunciano in tutto o in parte al lavoro).

PRESTAZIONI INSUFFICIENTI

A fronte di costi esorbitanti e in buona parte scaricati sui privati cittadini (il 50% per i convenzionati, tutta la spesa per gli altri), la qualità delle prestazioni in Rsa è minima: non ci sono medici di struttura in Rsa, ma solo i medici di base dei singoli pazienti, che spesso non si recano in struttura; gli operatori, molto sottodimensionati rispetto al fabbisogno, sono solo operatori socio-sanitari (che non possono somministrare nemmeno le terapie) e infermieri. L’assoluta inadeguatezza della sorveglianza regionale fa sì che le Rsa molto spesso hanno dotazione di personale ancora più bassa dei già risibili standard, con conseguente abbandono terapeutico dei malati.

RSA E COVID-19: CENTINAIA (MIGLIAIA?) DI MORTI

Nella contingenza della pandemia le Rsa sono state oggetto di attenzione da parte dei mezzi di informazione per il dilagare di contagi al loro interno e delle conseguenti morti, ma il vizio è strutturale. La pandemia ha reso evidente che il sistema di presa in carico dei malati non autosufficienti li ha abbandonati dal punto di vista terapeutico. Le Rsa sono espressione di una “sanità di Serie B” destinata ai malati non autosufficienti istituita con i Livelli essenziali di assistenza del 29 novembre 2001 e del 12 gennaio 2017. Mentre la sanità “di serie A” è pubblica, gratuita salvo ticket e non pone sbarramenti all’accesso basati su condizione socio-economica del richiedente la prestazione,  quella “di serie B” (in violazione dell’universalismo della legge 833/1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale) è a pagamento (compartecipazione alta, non ticket, in ragione di quote dal 30 al 60% del costo, 50% per le Rsa), che pone sbarramenti all’accesso alle prestazioni  sanitarie sulla base di criteri socio-economci che nulla hanno a che vedere con la sanità.

COSA FARE?

Per assicurare cure dignitose e giuste ai malati non autosufficienti è necessario:
1) insistere per il  riconoscimento delle prestazioni domiciliari con quota sanitaria riconosciuta dal Servizio sanitario (Asl) senza condizionamenti socio- economici, che possa essere d’aiuto alle famiglie che scelgono volontariamente di gestire il famigliare non autosufficiente a domicilio, non come soluzione di sostituzione rispetto ad un Servizio sanitario latitante, ma come soluzione che consenta al malato di rimanere vicino ai suoi affetti e nella sua dimensione abitativa anche nel periodo della malattia e della non autosufficienza;
2) rivedere completamente l’organizzazione del lavoro in Rsa e aumetare la presenza medica, di medici che lavorino in equipe sul modello ospedaliero. Attenzione, questa maggiore copertura non deve scaricarsi sul costo della retta del paziente: se la retta è incrementata perchè ci sono più medici in struttura, vanno riviste le ripartizioni, altrimenti il 50% dell’utente diventa una cifra ancora più esorbitante dell’attuale;
3) riconoscere da parte della Regione a tutti i malati cronici non autosufficienti la convenzione con il Servizio sanitario regionale/nazionale, cioè la copertura della cosiddetta quota sanitaria. I 30 mila malati esclusi dalle cure dell’Asl sono l’altra faccia – nascosta, dimenticata – della questione Rsa. Non vanno dimenticati, anche nell’interesse di noi tutti che “lavoriamo” ogni giorno per vivere più a lungo e quindi, potenzialmente, essere i pazienti di domani. Di quale Servizio sanitario dipende da come ci muoviamo oggi.

Andrea Chiattaglia
(Fondazione Promozione sociale ONLUS http://www.fondazionepromozionesociale.it/)

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