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giovedì, 28 Ottobre 2021

Porcellana, sicurezza sul lavoro e controlli nell’emergenza Coronavirus

Come si effettuano i controlli su salute e sicurezza dei lavoratori – Intervista ad uno dei più esperti ufficiali di polizia giudiziaria impegnati nel controllo delle attività produttive in funzione della tutela dei lavoratori

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Nicola Rossiello
Romano di nascita, fieramente “terrone” di origini e orgogliosamente torinese di adozione. Poliziotto di professione dal 1986 e da subito impegnato nel Sindacato di polizia. Oggi faccio il Segretario Generale del SILP CGIL Piemonte.

La crisi determinata dall’epidemia da coronavirus sta colpendo duramente il nostro Paese e, oltre a determinare una grande sofferenza nei cittadini, sta mettendo a dura prova la capacità di tenuta generale di ogni settore.
Si tratta di una emergenza che riguarda la salute dei cittadini e, in particolare la salute e la sicurezza dei lavoratori, e che è strettamente correlata alle implicazioni di carattere occupazionale e alle esigenze produttive e di fornitura di servizi e beni di necessità.
La tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori è sempre stata al centro dell’attenzione, in particolare dei diretti interessati e delle nostre rappresentanze. Una particolare attenzione merita la dimensione della vigilanza sulla corretta applicazione delle norme. Parliamo di un settore cruciale ai quali si richiede grande attenzione ed una elevata competenza, un ambito decisivo per la nostra sicurezza e per quella delle famiglie di chi lavora.

Per queste ragioni abbiamo sollecitato il parere di un protagonista del settore, al quale abbiamo chiesto alcune impressioni per meglio comprendere che cosa stia accadendo in questo particolare frangente.
Giacomo Porcellana è un Tecnico della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro ed è uno dei più esperti ufficiali di polizia giudiziaria impegnati nel controllo delle attività produttive in funzione della tutela dei lavoratori. Oltre ad una ininterrotta attività di ispezione, vanta numerose collaborazioni e docenze, un punto di riferimento importante per coloro che fanno della salute e sicurezza sul lavoro un impegno effettivo e motivato.

La sera del 20 marzo scorso, il premier Giuseppe Conte proclamava il fermo delle attività produttive non essenziali e una inedita restrizione della libertà di movimento dei cittadini rispetto alle misure del precedente decreto Cura Italia. Con quel discorso rivolto alla nazione, dichiarava agli italiani: “Mai come ora la nostra comunità deve stringersi forte come una catena a protezione del bene più importante, la vita. Se dovesse cedere un solo anello di questa catena saremmo esposti a pericoli più grandi, per tutti”.

Dottor Porcellana, un messaggio che non ha analogie nella storia del Paese, dalla fine del secondo conflitto mondiale. Non stiamo parlando di una guerra, per fortuna, ma di una vera e propria pandemia che è una vera e propria sfida alla complessità, se correlata alle nostre abitudini di vita e all’organizzazione stessa di ogni settore della nostra esistenza. Qual è la situazione generale, in questo delicatissimo momento?

“Il 20 marzo il Governo ha deciso di assumere un provvedimento senza precedenti nella storia del nostro paese, ma parliamo di una norma che segue e si inserisce in una serie di atti che hanno origine nella Delibera del Consiglio dei Ministri del 31/1/2020, con la quale è stato dichiarato lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili. In quel momento, un po’ in sordina, si è aperta, anche formalmente, una crisi sanitaria che in poco più di due mesi ha cancellato migliaia di vite umane e travolto l’esistenza dei sopravvissuti.L’impatto del virus Sars Cov-2 non ha risparmiato alcun settore e, volendo limitare lo sguardo al nostro Paese, ha modificato le abitudini di vita e di lavoro di milioni di persone”.

Che cosa sta avvenendo nel mondo produttivo del territorio di sua competenza, quali ricadute ha determinato questa emergenza?

“Nonostante mi occupi da molti anni, della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, il mio punto di osservazione mi mostra una visione parziale della situazione. Tuttavia, credo che ciò che osservo sia sintomatico del modo in cui il Paese e le sue Istituzioni stanno reagendo.
Inutile negare che fossimo tutti impreparati a questo scenario. Un rischio di pandemia non era certamente imprevedibile, ma, come spesso accade in questi casi, il passaggio dalla pianificazione astratta alla prova dei fatti non si è dimostrata, almeno sino ad ora, né efficiente né efficace. La frammentazione dei centri di comando tra Stato e Regioni, la produzione di una serie alluvionale di provvedimenti normativi di emergenza, sui quali a cascata si continuano ad innestare circolari più o meno esplicative hanno determinato una condizione di impasse che ha finito per penalizzare anche l’azione di controllo dei Dipartimenti di prevenzione”.

I lavoratori sono vittime sotto diversi aspetti: sotto il profilo della salute, come e anche più della restante parte della popolazione per il livello di maggiore esposizione al rischio di contagio. Qual è la prospettiva che emerge guardando dalla parte di questi ultimi e come si manifesta il disagio?

“Il ‘disagio’ espresso dai lavoratori attraverso denunce più o meno formali finisce per essere incasellato ora nel gesto eroico ora nella ‘lamentela strumentale’, ma in ogni caso sembra che la “straordinarietà” della situazione possa comunque giustificare ogni carenza, ogni mancanza, ogni deroga.

Il sindacato ha preso atto della gravità del momento e ha cercato di mettere intorno ad un tavolo il Governo e le parti datoriali per costruire alcuni punti fermi, capaci, da un lato di garantire la salute e la sicurezza di chi lavora come priorità, dall’altro di rendere compatibile queste priorità con la necessità di produrre beni e servizi in un momento estremamente critico. È evidente che i controlli sono necessari, ancora di più in questo frangente, c’è un riscontro da questo punto di vista tale da poter rassicurare tutti, con quale spirito gli organismi e i soggetti deputati alla vigilanza stanno affrontando il momento?

“I controlli che riguardano l’attuale crisi sono pochi. Nei Servizi di vigilanza si osservano da parte degli stessi operatori diversi atteggiamenti.Emerge la paura per sé, come sentimento di chi, temendo il contagio e tenendo conto della ridotta disponibilità di DPI, preferisce non effettuare sopralluoghi. C’è poi, l’insicurezza come sentimento di chi ritiene di non possedere le conoscenze e le competenze sufficienti ad effettuare le attività di controllo specifiche a fronte di una normativa che viene interpretata in modo così difforme dai diversi commentatori. Alcuni pensano che nel dubbio sia meglio attendere.
E c’è l’inopportunità, sentimento che appartiene a chi ritiene sconveniente svolgere attività di vigilanza che potrebbero arrecare danno alla già fragile economia delle imprese, le quali, essendo aperte, svolgono un servizio di pubblica utilità. Dunque, meglio non interferire con gli strumenti della vigilanza ordinaria.
Ma c’è anche la normalità di chi ritiene che la situazione debba essere gestita senza modificare i propri ‘ritmi’. La vigilanza si può fare, ma senza dedicare una attenzione specifica al Coronavirus.
Infine, una minoranza, ritiene che la situazione richieda uno sforzo ulteriore anche da parte dei servizi di vigilanza, con la definizione di specifici programmi di controllo a tutela dei lavoratori”.

È naturale che il momento emergenziale accentui le criticità di un impegno così delicato ed essenziale, ci sono riflessioni utili in proposito, questo aspetto emerge tra gli addetti ai lavori?

“Questa mia rassegna non è sicuramente esaustiva e, in fondo, non è così diversa dai momenti di ‘normalità’, ma in questa fase le differenze si ampliano e le posizioni si radicalizzano. A ciò si aggiunga che le posizioni di insicurezza e di inopportunità hanno trovato sponda in alcune azioni di ‘lobby’, ovviamente non ufficiali, ma molto interessate”.

Significa che si corre il rischio di frenare l’azione ispettiva a discapito delle necessarie garanzie, proprio in questo momento così delicato, qual è l’evidenza a proposito?

“Il risultato è che la maggior parte delle segnalazioni ricevute non sono ancora state indagate in attesa di ricevere indirizzi operativi e le attività di iniziativa sono figlie dell’iniziativa personale”.

E quali soluzioni si prospettano, che cosa si può prevedere per restituire sicurezza, sotto ogni punto di vista alle lavoratrici e ai lavoratori, ai cittadini, al Paese intero?

“Le soluzioni sono difficili da prevedere. Qualcuno propone la centralizzazione del sistema dei controlli, ma basterebbe leggere la nota dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro del 13 marzo scorso per rendersi conto della criticità che anche questo tipo di ricetta presenta”.

Uno scenario non particolarmente incoraggiante che ancora una volta dimostra, se mai ve ne fosse necessità, che il cammino, spesso fatto insieme da chi come me rappresenta i lavoratori e chi come voi opera a garanzia del rispetto delle regole, resta lontano da quella meta costituita dai principi di tutela normativa ma anche del dovere che uno Stato ha nei confronti di chi lavora. Questa emergenza può costituire un rinnovato punto di partenza, che cosa possiamo aspettarci in conclusione di questo interessante approfondimento?

“In conclusione, penso che solo una azione convinta, coesa e sostenuta dalle parti sociali e dalla società civile possa riorientare l’attuale deriva, attraverso una forte richiesta di controlli pubblici anche alla luce della prossima riapertura delle attività, la cosiddetta fase 2 (convivere con il virus). Nei Dipartimenti di Prevenzione delle ASL ci sarebbe bisogno di avere maggiori risorse, ma già oggi ci sono professionisti capaci che avrebbero bisogno di essere messi nelle migliori condizioni per svolgere efficacemente il proprio lavoro”.

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