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martedì, 23 Luglio 2024

Pd, dopo i congressi serve la politica. Non il regolamento

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Le squallide vicende a cui abbiamo assistito in queste settimane nei vari congressi locali del Pd e gli episodi di profondo malcostume politico equamente distribuito tra il nord e il sud – da Torino e Asti alla Sicilia – confermano, per l’ennesima volta, che la politica non può mai essere schiava dei regolamenti e dello statuto.
Certo, siamo in un partito in cui quotidianamente si esaltano le primarie come strumento salvifico e decisivo per la stessa sopravvivenza politica del Pd. Anzi, molti esponenti di primo piano del Pd ammettono candidamente che una eventuale correzione dello strumento delle primarie porrebbe fine alla esperienza politica del Pd. Insomma, le primarie sono più importanti del progetto politico e del profilo politico e culturale dello stesso Pd.
Ora, al di là di questo singolare e grottesco dogmatismo regolamentare, le vicende di queste settimane ci dicono sostanzialmente una cosa: e cioè, anche e soprattutto nella selezione della classe dirigente la politica non può non avere il sopravvento. Un sopravvento che non deve trasformarsi in arroganza o in degenerazione ma che, al contempo, non può essere subalterna a norme, principi e codicilli burocratici, astratti e aridi. È persin scontato dire, del resto, che il profondo malcostume che ha attraversato il corpo vivo del Pd – da circoli come votifici di massa a confronto politico limitato a pochi intimi, da pacchi di tessere che crescevano come funghi ad una impennata di trasformismo politico impensabile sino a qualche tempo fa – era disciplinato da un regolamento costruito da mesi con un attento confronto tra i vari organi del partito. E cioè, i regolamenti non fermano nessun malcostume politico perché questi dipendono solo e soltanto dalla volontà dei singoli e dalla capacità della politica di autoriformarsi senza imposizioni burocratiche. Dipende cioè dallo stile e dalla concreta volontà di rinnovamento.
Ecco perché, al di là della retorica quotidiana sul nuovismo, sul cambiamento, sul rinnovamento, sulla svolta etica e sulla rottamazione, poi il malcostume si è manifestato in tutta la sua interezza. A cominciare proprio dal tesseramento e dal ritorno dei “signori delle tessere”. Come capitava puntualmente nella fase decadente della Dc e del Psi prima dell’avvento di tangentopoli.
Ma il tema di come selezionare la classe dirigente del Pd, a cominciare proprio dalla dirigenza di partito a livello periferico – che poi può diventare, come capita spesso, la classe dirigente anche a livello istituzionale – resta tuttora aperto. Certo, per centrare questo obiettivo ci vuole un partito, il Pd appunto, che privilegi la democrazia al suo interno, che non si consegni all'”uomo della provvidenza” in versione aggiornata e corretta e che non si fidi dell’uomo solo al comando, attorniato da cortigiani e clientele dediti all’applauso e all’esaltazione acritica. Il “nuovismo” non può diventare l’orizzonte e la bussola del Partito democratico. Il partito di “liberi ed uguali” di impronta popolare non può essere frettolosamente archiviato. E il ritorno del tesseramento, se non è una fonte di corruzione e di malcostume come è puntualmente avvenuto in queste ultime settimane, resta un tassello fondamentale.
Del resto, la democrazia nel partito e la democrazia dei partiti restano due caposaldi essenziali per chi continua a credere che la politica non possa essere appaltata a un leader salvifico o alla pura influenza mediatica. Radicamento sociale e territoriale, legami umani e ambientali, militanza, luoghi di elaborazione culturale e progettualità politica contribuiscono a creare lo “strumento democratico” per eccellenza che resta il partito politico. E il Pd, se non vuole soffocare negli organismi assembleari, pletorici e balbettanti sotto il profilo democratico, deve percorrere sino in fondo la strada maestra della democrazia e della partecipazione. Luoghi di decisione politica, modalità di appartenenza al partito, selezione della classe dirigente e rispetto delle regole democratiche rappresentano, dunque, aspetti fortemente intrecciati, che non possono essere trascurati, pena la riduzione del partito a un semplice cartello elettorale nelle mani degli azionisti di maggioranza di turno. Non c’è rinnovamento senza una selezione democratica della classe dirigente.
Gli stessi strumenti di partecipazione individuati sino ad oggi sono vuoti e insignificanti se non sono accompagnati da una reale e non virtuale democrazia interna. Per il Pd questa resta una sfida discriminante e decisiva. Ed è per questi motivi che nel Pd la politica deve ritornare protagonista. A scapito della centralità dei regolamenti, dei codicilli e delle norme burocratiche.

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