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mercoledì, 12 Agosto 2020

L’Europa all’atrazina

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Redazione
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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Mario Sechi
C’è qualcuno che si ricorda dell’atrazina? Era il 1986 e l’allora Ministro della sanità Carlo Donat Cattin decise di risolvere con un colpo di genio una drammatica emergenza sanitaria. L’atrazina era un diserbante usato intensamente in agricoltura, ma penetrava nelle falde acquifere e inquinava l’acqua. Esistevano dei limiti di concentrazione di atrazina, fissati per legge, e quei limiti in molte parti d’Italia erano stati abbondantemente superati. Insomma, applicando le norme non c’era alternativa: non si poteva bere più l’acqua che usciva dai rubinetti. Il Ministro risolse il problema alla radice: alzò i limiti di concentrazione dell’atrazina e quella che fino ad un momento prima era acqua avvelenata, divenne, per decreto, pura e salutare. Scoppiò uno scandalo che fece finire l’Italia sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo. Ci furono condanne dell’Unione Europea, sentenze del TAR che annullavano il decreto del Ministro e soprattutto si affermò in tutto il mondo l’immagine dell’italietta, furba e imbrogliona, Alla fine, dopo quattro anni, il Governo si decise a proibire l’utilizzo dell’atrazina nelle coltivazioni.
Ieri il Partito Popolare, che guida con Jean Claude Juncker la Commissione europea e ha una risicata maggioranza nel Parlamento, ha deciso di cogliere dalla ricca eredità politica di Donat Cattin l’elemento meno commendevole, applicando alle emissioni inquinanti degli autoveicoli il modello Atrazina. Quindi, mentre in tutta Europa governi e amministrazioni locali cercano in ogni modo di intervenire per ridurre l’inquinamento e migliorare la qualità dell’aria, i burocrati europei, con l’avallo della commissione e del parlamento guidati dal PPE, concedono ai produttori automobilisti di raddoppiare le emissioni degli inquinanti. Nella stessa Europa che chiama a raccolta i leader di tutto il mondo per trovare, con COP 21, una risposta ai cambiamenti climatici causati dallo smog, un manipolo di irresponsabili vanifica, per via regolamentare, dieci anni di sforzi e di battaglie per ridurre le emissioni di gas inquinanti, riportando dalle Euro 6 alle Euro 2.
Si discute molto, in questi giorni, delle polemiche, anche aspre, fra Matteo Renzi e Jean Claude Juncker; La contesa ha certamente un profilo istituzionale, di confronto cioè fra gli interessi di uno stato nazionale e le posizioni comunitarie; ma è soprattutto un confronto politico, e quindi non più fra una nazione e le istituzioni europee, ma fra il segretario del partito leader nel PSE e i capi del fronte conservatore, Juncker e l’esponente della CDU, il partito che guida il PPE, Weber.
Su un punto lo scontro è netto: da una parte chi intende conservare ad ogni costo la posizione dominante ed il controllo assoluto che un apparato burocratico sapientemente selezionato, formato e fidelizzato negli anni, per tutelare le economie nazionali, una in particolare, più forti, esercita sulle Istituzioni europee. Dall’altra chi si propone di scardinare questo sistema, perché esso, con la sua miope sudditanza agli interessi economici e politici di quelle economie, sta minando le basi stesse del patto comunitario e rendendo prevalente, nelle opinioni pubbliche dei paesi membri, un pericoloso sentimento antieuropeo.
E’ questo che davvero non riesce a capire Enrico Letta, che dall’alto dei grandi successi ottenuti per L’Italia, in Europa, quand’era Presidente del Consiglio, impartisce lezioni su come il nostro Governo dovrebbe porsi nei confronti della Commissione europea. Il paradosso non è che la sfida italiana alla burocrazia europea possa produrre il diffondersi di un sentimento anti italiano, ma che la cocciuta difesa di quella burocrazia da parte dei conservatori del PPE, in nome di una malintesa tutela delle istituzioni comunitarie, alla fine porti all’implosione di quelle istituzioni e abbatta l’albero sui cui rami quei burocrati oggi comodamente siedono. Il che va detto non sarebbe così negativo, se non fosse che su quegli stessi rami poggia l’idea e la missione europea e le speranze di sviluppo delle nazioni che la compongono.

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