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giovedì, 18 Luglio 2024

Il sindacato nel mirino della rottamazione renzista

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La temono, la minacciano, la maledicono, ma alla fine della fiera la rinomata palude italiana si ripresenta immancabilmente. E’ un maggio difficile per la squadra di Matteo Renzi, al di là del trionfalismo delle enunciazioni governative. Risultati ne sono stati annunciati tanti, ma finora se ne sono visti poco. Il campo di battaglia è quello del duello fra il Matteo da Firenze e la Cgil della Camusso, il sindacato è nel mirino della rottamazione. La polemica inghiotte la struttura del sindacato, la riforma della pubblica amministrazione, il decreto lavoro e gli orpelli costituzionali. Il maggese di “Renzie” è ben povero, perché non si può scambiare un’erbaccia con un ortaggio, un bluff caritatevole con un stimolo economico.
L’assise congressuale
Il 6 maggio è iniziato a Rimini il 18esimo Congresso della Cgil. Susanna Camusso verrà riconfermata per altri 4 anni come segretario del più grande sindacato italiano. La rielezione è blindata con il 97,6% di voti al documento principale (che porta anche la firma di Landini) e con il 95% del si al Testo unico (sprovvisto però dei dati della Fiom, con i quali si raggiungerebbe comunque il 66%), ma il crinale rimane delicatissimo alla luce delle lacerazioni e delle contrapposizioni casalinghe con le minoranze, Fiom di Maurizio Landini in testa. L’opposizione Cgil contesta inoltre la formazione della platea dei delegati per il Congresso, incaricata di eleggere il nuovo Direttivo, che a sua volta confermerà il segretario nazionale. Niente di nuovo sotto il cielo del sindacalismo, in uno scontro che rassomiglia ad un duello fra chi è specializzato in annunciazioni e chi è allenato in perorazioni. La mischia non è di poco conto, troneggia sulle prime pagine dei quotidiani ma soprattutto sollecita il contrasto quasi personale tra il premier Renzi e il segretario Camusso: il primo ministro diserterà il Congresso della Cgil, scegliendo di evitare una scena odorante di contestazione, provocando la reazione stizzita della Camusso, che ha definito tutto ciò come «un’assoluta mancanza di rispetto nei confronti di una grande organizzazione».
Sodalizio Landini-Renzi?
Fino allo scorso dicembre in casa Cgil era abbastanza concreta l’ipotesi di arrivare al Congresso con una mozione unitaria, ma le controversie sono esplose e le lacerazioni rivelate. Il Testo unico sulla rappresentanza è stato firmato dalla triplice sindacale (Cgil, Uil, Cisl) e dalla Confindustria, ma la Fiom di Landini l’ha contestato. Erano i mesi di lancio dell’allora sindaco di Firenze, le primarie l’avevano appena proclamato segretario del Partito Democratico, lì sono iniziate le lusinghe reciproche nel duo Landini-Renzi, probabilmente nella prospettiva di una bozza di alleanza conveniente per entrambi. Anche Beppe Grillo ha subito il fascino del metalmeccanico radicale, risparmiando il segretario della Fiom dai suoi furenti improperi. All’oggi la strada percorsa da Landini non è stata granché trionfante, si ricordano solamente le frequenti partecipazioni televisive. E pensare che c’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui Maurizio Landini viaggiava sulla cresta dell’onda, ambendo ad aggregazioni sociali e politiche che non hanno trovato terreno fertile nella realtà delle cose, delle lotte.
Rivoluzione renzista
Nessuno se n’è ancora accorto ma Renzi sostiene che «E’ iniziata la rivoluzione. Una rivoluzione pacifica, ma che le resistenze del sistema non fermeranno». Il sistema contro il sistema, chissà chi crede per davvero a questa favoletta di primavera. L’uomo eletto attraverso l’attività riproduttiva dell’establishment minaccia fuoco e fiamme per il Palazzo che governa, per le forze conservatrici che l’hanno fatto arrivare lassù. Il pensiero renziano si produce e riproduce nell’individuazione del nemico di turno, quindi nella narrazione rottamatrice che ne consegue. Lo scontro con la Camusso è il pretesto per combattere un avversario poderoso, il sindacato, indubbiamente poco disponibile alle ristrutturazioni, soprattutto se ciò si traduce in un prendere parte ad una sceneggiatura mediatica orchestrata dal Matteo nazionale e poco altro. Nelle difficoltà si riconoscono gli amici e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non si è risparmiato, prima nominando Renzi capo del governo, eludendo le elezioni politiche, poi partecipando alla battaglia contro i sindacati, sottolineando, nel giorno del 1° maggio, la necessità di riformare il mondo sindacale, offrendo un perfetto assist al fiorentino garante della governabilità italiota, che infatti non si è fatto attendere: «Sogno un sindacato che, nel momento in cui cerchiamo di semplificare le regole, dia una mano e non metta i bastoni tra le ruote». Quindi chi è tifoso del corporativismo?!
Ideologia concertativa
Lo scontro di Renzi con il sindacato avrebbe necessità di una contestualizzazione ancora più ampia e specifica, interpretando i nodi ineluttabilmente aperti che restano sul tavolo se si considerano le strutture istituzionali di governi e sindacati, scansando le veline propagandistiche e analizzando lo stato delle cose. Se Renzi dice che «I sindacati devono capire che la musica è cambiata», non specificando però quale musica vuole suonare, resta debolissima la risposta della Cgil, che reiteratamente propone la solita soluzione che ha già mostrato tutte le sue debolezze: la concertazione. Il moloch della trattativa e della mediazione obbligata non ha condotto a grandi risultati, costringendo spesso i sindacati alla resa o ad accordi al ribasso. L’eliminazione del conflitto come mezzo di battaglia sindacale ha spesso prodotto un esautoramento delle strutture sindacali, bloccando l’imprescindibile necessità di domandarsi che cosa deve essere il sindacato, aggiornando e rinnovando i suoi mezzi di lotta, preoccupandosi di rappresentare le tante e differenti tipologie del lavoro piuttosto che cadere nell’errore di escludere i non garantiti.
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