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venerdì, 4 Dicembre 2020

Il richiamo delle vette

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È difficile considerare lo scalatore semplicemente come uno sportivo, come il praticante di una disciplina atletica. Scalare le montagne è una passione che va molto oltre, che tocca corde ancestrali nel cuore dell’uomo, e lega l’ambiente montano alla mitologia più antica di ogni popolo della terra.

La montagna infatti è sempre stata un luogo sacro e magico, il luogo materiale della trascendenza e della tensione dell’umano verso la sacralità. Nell’antichità (e ancora tutt’oggi in molte culture) gli uomini scalavano le montagne dopo lunghi rituali di purificazione e proprio sui monti poi celebravano riti magici, o costruivano templi. Sulla cima delle vette si manifestava il “sacro”, l’unione più alta del cielo con la terra. Non a caso, i greci identificavano i monti Olimpo, Parnaso e Elicona come dimora di dèi e muse, o Dante nella sua Divina Commedia immaginava il Purgatorio proprio su un monte. Anche nella modernità la montagna mantiene un profondo e misteriosissimo fascino, basti pensare che uno dei romanzi più importanti del Novecento europeo è proprio “La montagna magica” (Der Zauberberg) del grande scrittore tedesco Thomas Mann.

(Fonte: Pixabay Autore: TheDigitalArtist Licenza: Pixabay License)

Le montagne continuano ad incantare ancora oggi, lo dimostra il crescente numero di scalatori, di club, di riviste e di siti dedicati al mondo dell’alpinismo. Dalle vette delle montagne, un tempo inaccessibili, ci arrivano oggi tantissime immagini mozzafiato grazie all’incredibile sviluppo della tecnologia degli ultimi decenni. Abbiamo la testimonianza diretta e dettagliata di imprese ad alta quota apparentemente impossibili.

Tuttavia, nonostante le montagne ci siano diventate “mediaticamente” accessibili, la sensazione che vive uno scalatore nel salire su un monte può essere difficilmente riportata, la sua passione difficilmente spiegata. La scalata è infatti sacrificio, è allenamento costante, è gestione di emozioni fortissime, è il confronto con il rischio e le nostre inquietudini più profonde. La scalata rappresenta un momento di dubbio, di pressione e di paura che secondo il poker mind coach Elliot Roe porta a tirare fuori il meglio di noi, tanto da prenderla come immagine utilizzabile in molti altri campi e in molti altri tipi di sfide. La montagna è un simbolo, un’immagine, è la sfida per eccellenza, la madre di tutte le sfide.

Proprio per questo tanti esperti sostengono che vivere la montagna possa avere un ruolo terapeutico molto importante nella vita degli uomini, soprattutto per la vita degli uomini contemporanei. Scalare una montagna è senza dubbio un modo per avvicinarsi ad una natura impervia molto lontana dall’esperienza quotidiana dell’uomo di città. Il duro allenamento mette l’uomo in contatto con il suo senso del dovere e con una fatica fisica che difficilmente potremmo provare in un contesto comune.  Inoltre, raggiungere un obiettivo, superando molti ostacoli, è una soddisfazione incomparabile. Scalare aiuta a trasformare energie negative come la paura e la rabbia in spinte propulsive, in emozioni positive e creative che ci portano a superare noi stessi. Si vive il brivido del rischio e del superamento del limite, accorgendosi che spesso il “limite” altro non è che una condizione mentale. Questo ovviamente non significa però sfidare la natura in modo irresponsabile. Il bravo scalatore è una persona di grande consapevolezza, ha grande coscienza tanto delle condizioni della montagna che si appresta a scalare quanto di sé stesso, delle sue capacità e dei suoi limiti personali. Conoscere i propri limiti è infatti il primo passo per superarli attraverso un allenamento progressivo e costante, sapendo riconoscere quando arriva il momento di fermarsi. È bene guardarsi dai comportamenti di chi ha troppa fiducia nelle sue capacità e si pone con sprezzo del pericolo. È fondamentale essere rispettosi tanto della montagna quanto del proprio corpo, provare una “sana” paura guardando alla vetta di un monte è necessario.

La montagna non richiede solo allenamento e costanza, ma anche grande intuito e capacità di risolvere imprevisti in pochi decimi di secondo. Si possono fare le migliori previsioni per calcolare ogni possibile evenienza, ma il pericolo e l’imprevisto sono sempre dietro l’angolo. Occorre senza dubbio una certa propensione, una vocazione, una sensibilità speciale, un sesto senso nei confronti della montagna, ma questo non basta. L’esperienzaè la migliore maestra, l’elemento maggiormente in grado di permetterci di interpretare con sempre più padronanza la montagna e il suo richiamo.

(Fonte: Pixabay Autore: TheDigitalArtist Licenza: Pixabay License)

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