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martedì, 16 Luglio 2024

Il Paese dei gelsomini insanguinati

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Benché ai quattro angoli del Paese, il giorno dopo, molti ostentino accurate analisi e connesse certezze, dalla nube del baccano tunisino filtra ben poco, le informazioni sono parziali e contraddittorie, cadendo con estrema facilità nell’improvvisazione, a beneficio di qualche titolo forte o interpretazione di comodo. Come sempre, il pericolo vien scosso quando la bomba è oramai esplosa. È avvenuto lo stesso anche per la Libia. L’Occidente guarda al mondo arabo con il paraocchi, insistendo su alleanze e tattiche che si sono fin qui rivelate dannose, considerando la frontiera islamista come un prodotto endogeno rispetto alle sue politiche neocoloniali. Necessariamente, non ci si può approcciare ad una qualsiasi forma di generica considerazione se non viene analizzata la complessità di quello spazio di universo che vien provincialmente etichettato o come Stato Islamico o come “mondo libero” minacciato dalla barbarie.
Stamane dalla Tunisia, dopo il tentato assalto al Parlamento e il sanguinoso attacco al museo del Bardo, arriva lentamente qualche elemento in più su quel che è avvenuto ieri e sulla situazione attuale nel Paese dei gelsomini. Nove sospettati sono stati arrestati, quattro di questi avrebbero legami diretti con l’attacco. I terroristi erano «muniti di cinture esplosive» e dotati di armature «molto avanzate», ha dichiarato il ministero dell’Interno della Tunisia. Mentre resta incerto il bilancio della strage al museo del Bardo: secondo l’ultimo bollettino diffuso dal ministero della Sanità, le vittime dell’attentato sarebbero 23 di cui diciotto turisti stranieri e cinque tunisini (tra i quali i due attentatori).
Si fa presto a dire Isis. Anche se la radice politica dell’attacco è realisticamente non troppo distante dalla realtà, il giochetto dell’incolpare di ogni cosa l’Isis è diventato quasi una macchietta nel panorama dell’informazione nostrana, ma anche un espediente di giustificazione e allarme. In Tunisia, serbatoio di foreign fighters islamisti (3mila tunisini si sono aggregati alle truppe del Califfato), nelle scorse settimane si è consumata la caccia del governo al gruppo Okba Ibn Nafaa, attivo nell’area montuosa di Kasserine ed affiliato all’Isis. Sarebbero due le bande che si rifarebbero all’Isis, Jund al Khalifa e Ansar Sharia, con la prima ritenuta più che disponibile ad affiliarsi alla rete dello Stato Islamico laddove, oggi, questo passaggio risulta conveniente per influenza politica e supporto armato. Ieri però, i primi indizi, a posteriori dell’attentato al Bardo, hanno condotto ad al-Qaeda nel Maghreb islamico, gruppo jihadista considerato vicino all’Isis (non è chiaro quanto aderente all’arcipelago delle truppe di Abu Bakr al-Baghdadi).
Quando le acque si saranno calmate, sarà possibile comprendere meglio lo stadio del trambusto tunisino. Nel frattempo, prima o dopo, in Italia ed in Europa, si alzerà il grido di chi vuol fare la guerra anche alla Tunisia?

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