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Il mattatoio di Odessa

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

“Quanto è bella e brava Majdan, quanto è eroica e ribelle, quanto è romantica e anche liberale”. La vulgata democratica sulla piazza ucraina non può essere messa in discussione, pena la gogna e l’accusa di simpatie putiniane e sovietiche… Piazza Majdan è un piazzale che si trova a Kiev, capitale dell’Ucraina, ma la battaglia campale per il fronte orientale l’ha trasformata in brand simbolico e rappresentativo di una parte, che eccede la sua collocazione geografica e che quasi viene venduta come soggetto politico dell’Ucraina che verrà. Sembra che le analisi e le interpretazioni degli avvenimenti non sia possibile realizzarle fuori dagli schemi novecenteschi, bypassando le contrapposizioni tra Occidente e Oriente, tra democrazia e tirannia. Le semplificazioni tornano sempre utili per propinare immondizie e menzogne mediatiche, sfuggendo alla complessità degli eventi per rifiutare la realtà dello scontro, ucraino (e non solo).
Il mattatoio di Odessa
La più feroce delle stragi, il più grave degli scontri. Venerdì scorso, il 2 maggio, a Odessa, ha trionfato la barbarie. Guardando le riprese video e gli scatti fotografici è difficile negare le responsabilità e l’ordine delle cose. A Odessa non si è consumata “solamente” una strage, sarebbe persino riduttivo definirla così, perché lo scenario sembra essere stato quello di un mattatoio. Davanti la Casa dei sindacati stazionavano parecchie decine di manifestanti russofoni, sistemati nel loro accampamento di protesta. Poco distante si giocava la partita di calcio tra il Chernomorets Odessa e Metalist Kharkiv, alla fine della quale gli ultras delle 2 squadre si sono uniti per marciare a favore dell’unità dell’Ucraina. La direzione del corteo si è rivelata inevitabile e scontata: la piazza dei filorussi. L’accampamento è stato attaccato e distrutto violentemente con bastoni e catene e armi da fuoco dagli ultras nazionalisti e dai neonazisti di Pravij Sektor (Settore Destro). Un gruppo di russofoni è riuscito a rifugiarsi nel palazzo dei sindacati, pensando di averla fatta franca dalla ferocia dei neonazisti. Una pioggia di bombe molotov contro il palazzo assediato ha completato l’orrendo lavoro di rappresaglia, incendiando l’edificio: molti sono morti bruciati vivi o asfissiati dal fumo, altri si sono disperatamente gettati dalle finestre. Nei video che circolano in rete si vedono chiaramente poliziotti che sparano contro le persone che si gettano dalle finestre, militanti di Settore Destro che coordinavano le operazioni con la loro fascia rosso-nera al braccio. Tatiana Ivananko, sopravvissuta alla strage, ha dichiarato all’emittente russa Rt che gli scampati dalle fiamme all’incendio sono stati finiti dai neonazisti con mazze da baseball e armi da fuoco. Il balletto del numero dei morti all’oggi restituisce una cifra spaventosa, sono almeno 46 le persone uccise. (l’articolo continua dopo il video)

L’organizzazione della componente ultras
Nel puzzle ucraino i gruppi ultras delle squadre di calcio hanno svolto e svolgono un ruolo di primo piano, a partire dalla rinomata piazza Majdan, andando poi ad assumere centralità organizzativa nei rispettivi territori di appartenenza. Calcio e politica, compartimenti per nulla stagni, all’insegna di razzismo e neonazismo. Memorabile la battaglia che gli ultras della più importante e famosa squadra d’Ucraina, la Dynamo Kiev (tra le altre cose spina dorsale di Settore Destro), diedero al governo di Victor Janukovych. Le tifoserie hanno aderito in massa alle proteste anti-governative e alle movenze russe, dimostrandosi organizzati e violenti, risoluti e determinanti. La sedicente divisione tra Est e Ovest dell’Ucraina se comparata all’espansione territoriale delle organizzazioni ultras sparisce, perché le curve attive sono dappertutto (Dinamo, Karpaty, Vorskla, Dnipro, Chernomorets, Metalist, Shakhtar, ect). Anche molti giocatori delle squadre di calcio non si sono sottratti alla guerra del posizionamento, tanti hanno partecipato alle manifestazioni, altri hanno rimediato offese e botte (come Vladyslav Kalytvyncev, centrocampista della Dynamo Kiev nato a Mosca che ha subito la frattura alla mascella in un agguato tesogli sotto casa).
Il peso della storia di Odessa
Indimenticabile nella storia del cinema rimane la celebre sequenza della scalinata nella “Corazzata Potemkin” di Sergej Michajlovic Ejzenstejn, conosciuta in Italia soprattutto per la critica cinematografica del ragionier Ugo Fantozzi, nella scena ribellistica dell’impiegato vessato dal grande capo e dalle sue fissazioni. La scalinata di Odessa è il simbolo di una città dell’estremo Sud-Ovest ucraino, situata a un passo dal confine con la Moldavia, caratterizzata da una genealogia multietnica, costruita dalla russa Caterina II alla fine del ‘700 sulle terre conquistate ai turchi, diventando per 500 anni l’habitat di tartari lituani polacchi bulgari e tanti altri popoli, venendo eletta per secoli come patria elettiva di un’imponente comunità ebraica. Nel ‘900 Odessa venne occupata dai nazisti e dai loro alleati fascisti romeni che l’annetterono alla Transnistria. Nel 1941 vennero uccisi per strada 25mila ebrei, per rappresaglia dopo un attentato contro gli occupanti, chi sopravvisse venne deportato nei lager nazisti. Odessa venne liberata nel 1944 dall’Armata Rossa dell’Unione Sovietica, tornando a essere un importante porto commerciale, però non recuperando più le caratteristiche cosmopolite che l’avevano fatta contraddistinguere. Oggi il collocamento di Odessa risulta difficile, sicuramente è lontana dal nazionalismo presente in altre regioni (nelle ultime elezioni politiche la maggioranza di voti l’ha racimolata lo schieramento filorusso di Yanukovich), resta nell’aria la speranza di riacquistare quello status di grande porto commerciale oramai perso.
L’interessato framing occidentale
L’interpretazione delle notizie, nei media mainstream occidentali, si è naturalmente svolto secondo analisi e letture di comodo, raggirando il cuore dei fatti e distorcendo la ragione della strage. Se il 3 maggio sulle prime pagine di tanti giornali l’assalto al palazzo dei sindacati veniva imputato ai russofoni qualche domanda ce la si deve porre, perché è difficile pensare che si sia consumata una scena di suicidio collettivo. La stampa italiana ha ovviamente espresso il peggio di sé, vendendo caricature e accantonando ben presto la notizia. Le veline provenienti da Kiev hanno avuto la meglio, la rivoluzione di Majdan non può essere macchiata e l’imbarazzo non conosce miglior antidoto nel silenzio. Gli inviperiti editoriali e gli addolorati speciali riservati alla Libia o alla Siria o alla Jugoslavia o a quale altra interessata guerra non se ne sono letti o visti, la scelta dei buoni e dei cattivi per il teatro ucraino è stata già presa.
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