Immaginiamo un Paese. Ma non un Paese qualsiasi.

Immaginiamo un Paese ricco di giacimenti petroliferi, socialista e circondato da monarchie bardate. Un Paese in cui i diritti delle donne vengono riconosciuti, il laicismo è garantito e le religioni e le differenze etniche, tutte, rispettate.

Immaginiamo questo Paese che, ad un certo punto, deve essere abbattuto e che su questo disegno distruttore si trovano a essere d’accordo tutti: le monarchie che sentono il loro ruolo economico minacciato da un modello politico differente e le cosiddette democrazie occidentali, che con quelle monarchie ci fanno affari d’oro, come d’oro sono i Rolex che si fanno regalare ogni volta che passano da lì per stringere accordi multimiliardari.

Immaginiamo anche la propaganda mediatica per favorire questo disegno di sangue: non solo le tv e i giornali prezzolati dei Paesi che guadagneranno da questi accordi, ma anche quelli dei Paesi alleati e, come se non bastasse, tutte quelle organizzazioni non governative che ci hanno educati a credere come umanitarie, spinte alla salvezza del prossimo e dai più nobili e disinteressati dei sentimenti.

Questo Paese esiste. Questo Paese è la Siria.

Abbiamo cercato, anche dalle pagine di questo giornale, di smontare tutte le false notizie montate ad hoc per punire uno stato che alla prova dei fatti si è dimostrato essere più forte di tutte le aggressioni ricevute, gli attacchi spropositati, la guerra di frontiera appoggiata anche dall’Unione Europea. Il copione è sempre lo stesso: difesa dei diritti umani, armi chimiche, mancanza di democrazia.

A nulla sono bastate le dichiarazioni delle popolazioni locali a difesa del proprio governo e del diritto all’autodeterminazione, né la dimostrazione che i documenti che provavano la presenza di armi chimiche erano stati falsificati.

Nulla è bastato, perché l’obiettivo era e rimane quello di distruggere la Siria, deporre Assad, consentire agli Usa di appropriarsi dei giacimenti petroliferi, alla Turchia di prendersi Idlib e a Israele di comandare sul Golan.

Sic et simpliciter.

Una guerra sporca, sporchissima. Ove i moderni mezzi di comunicazione servono da megafono ai potenti che ne detengono il controllo. Un’arma questa che dà la possibilità di dirigere l’attenzione e creare un unico punto di vista.

Per il raggiungimento dei propri obiettivi Israele, Usa e Turchia hanno usato oltre alle forze militari i mezzi più meschini per farsi strada nell’invasione – perché di questo si parla, di una invasione – del territorio siriano. La più squallida fra queste è stata di certo la mossa da parte di Washington di usare i cosiddetti ribelli curdi, ovvero cittadini siriani spinti dal desiderio di creare uno stato indipendente sia dalla Siria sia dalla Turchia, il Kurdistan. In cambio del supporto, poi rivelatosi un bluff, gli Usa hanno ottenuto dai curdi il via libera nei territori siriani più ricchi di giacimenti petroliferi. Ma appena Erdogan ha ritenuto essere arrivato il momento giusto, Trump ha mollato i curdi per avallare le richieste folli del suo alleato.

Abbiamo già raccontato questi avvenimenti? Sì. Eppure se c’è un elemento impressionante in tutta questa vicenda è l’assoluta cecità di parte della società, proprio quella che si definisce di sinistra e dirittoumanista.

Dinnanzi alla montagna di menzogne costruite per gettare discredito nei confronti della Siria – e dei Paesi che stanno aiutando Assad a difendere il suo stato, Russia e Iran in primis ça va sans dire – il popolo acculturato, che ha studiato, laureato difende proprio Erdogan. Quello stesso Erdogan che è a capo di un Paese che si accusa – a ragione peraltro – di essere nazionalista, violento con le donne e i dissidenti, estremista, dittatoriale insomma. Persino davanti al ricatto bello e buono di queste ultime ore, quando dopo il veto greco di far entrare in guerra la Nato al fianco della Turchia in Siria Erdogan ha risposto spingendo migliaia di “siriani” sulle sponde greche: anche in questo caso, insomma, è colpa di Assad.

Quel che sta accadendo in Grecia negli ultimi giorni rappresenta la cartina da tornasole ad un tempo del fallimento delle politiche europee all’interno dell’Eurozona e dei suoi rapporti con gli alleati che eredita dalla Nato. La Turchia detiene il secondo esercito più forte all’interno dell’Alleanza Atlantica, un esercito che fa paura, guidato da un uomo che non si è fatto scrupoli a tenere sotto scacco l’Unione Europea sul tema della migrazione, ottenendo ben sei miliardi (e uno in arrivo che sta rifiutando per fare ancora più paura) e spostando l’asse decisionale dalla sua parte.

La “catastrofe umanitaria più grande a cui si sia assistito”: così sono stati definiti gli scontri tra migranti e forze dell’ordine e civili avvenuti a Lesbo, in Grecia negli ultimi due giorni. Il che ci fa pensare ad almeno due cose: la prima è che dovrebbe essere logico che chi ha causato lo scoppio della crisi non può che essere stata la Turchia, poiché fino al giorno prima a quegli immigrati non erano stato consentito varcare la soglia. In questo senso, Turchia e Ue sono parimenti responsabili dello scempio al quale si sta assistendo. La seconda cosa è che se questa è la più grande catastrofe umanitaria mai vista in Yemen, in Palestina e nella stessa Siria non stia accadendo nulla. Al contrario, tutto il mondo è contro la Siria – come lo era contro Gheddafi, per esempio – e ha individuato nei bombardamenti russi il fatto che i migranti stiano spingendo sulle coste greche. Sembra che nessuno riesca a trovare quantomeno curioso l’elemento temporale dietro questa migrazione di massa: il giorno prima la Grecia pone il veto ad un intervento Nato in Siria a fianco della Turchia e il giorno dopo scoppia la catastrofe umanitaria. Al contempo, i grandi dirittoumanisti dei nostri tempi – dai governi alle Ong, da Saviano a Gad Lerner – fanno molta fatica a guardare alla Siria come a uno stato sovrano che è stato invaso, depredato, bombardato da eserciti stranieri e che, in questi otto anni, si è solo difeso.

Quanto agli altri Paesi poi risulterebbe ipocrita denunciare e attaccare Arabia Saudita e Israele, che tra l’altro avrebbero solo da guadagnare dalla disfatta di Assad.

Ritornando alla crisi in Grecia ci chiediamo, con molta sincerità, come avrebbe potuto rispondere ad una ondata migratoria del genere un Paese come quello greco, martoriato da una dieta europea che ha tagliato stipendi e pensioni, che ha spinto al suicidio padri di famiglia, che ha visto la più alta mortalità infantile degli ultimi 50 anni dovuta alla mancanza di cure ospedaliere neonatali. I cittadini si erano già espressi negativamente rispetto alla possibilità di aprire l’ennesimo centro per immigrati e rifugiati e non si può non comprendere che dinnanzi ad evidenti problemi economici, causati dall’austerità a marchio Ue, un popolo che non ha sufficienti risorse per sé non può garantire sostegno ad altri. Ed è anche inutile agitare bandierine di sgomento contro la Grecia, dipinta da un giorno all’altro come stato xenofobo e razzista perché non si tratta di questo: in Europa da troppo tempo i paesi del Mediterraneo (simpaticamente etichettati come PIIGS) hanno sentito ricadere sulle proprie spalle tutto il peso al negativo della globalizzazione e né le pacche rassicuranti della signora Von der Leyen né, al contrario, le accuse di mancanza di umanità restituiscono ai popoli il maltolto. Che la gente si sia abbruttita, magari incattivita, è innegabile: la fame fa questo brutto effetto.

L’Unione Europea con la vicenda siriana ha probabilmente raggiunto il più basso dei punti raggiungibili a livello di credibilità ad un tempo politica ed economica: gli aiuti ad Erdogan preferiti ad aiuti agli Stati europei frontalieri, le sanzioni alla Siria che sono andati ad influire in maniera massiccia nelle difficoltà dei cittadini siriani, hanno mostrato al mondo la mancanza di strategia di una potenza cosiddetta civile che non riesce a smarcarsi dalla dipendenza ideologica e militare costituita dalla Nato e dagli Usa, anche assumendosi – non sappiamo quanto consapevolmente – il rischio di essere l’oggetto dei prossimi sbarchi di massa benedetti da Erdogan. E se Erdogan ha usato milizie di terroristi islamici per insanguinare la Siria non vediamo perchè non possa un giorno decidere di indirizzarli altrove. D’altronde non è più un segreto da tempo il fatto che Idlib, quella Idlib per la quale si consumano le dita di Saviano e Lerner a furia di scrivere che lì le forze militari siriane e russe stanno bombardando ospedali e scuole ammazzando migliaia di civili, è da otto anni sottoposta al controllo di gruppi terroristici provenienti dal Medio Oriente e dall’Europa, dei mercenari oggi al soldo dei turchi, ma che l’Europa ha armato, che la sinistra e le ong (Amnesty International e Save The Children fra le altre) hanno coccolato chiamandoli ribelli e che, come appunto nel caso di Saviano e Lerner, vengono esaltati in chiave anti-Assad. Ad Idlib, da otto anni, i civili sono usati come scudi umani o passati sotto esecuzioni, i giornalisti quando scoperti vengono impalati. È contro i gruppi islamici che si batte da otto anni l’esercito regolare e non per uccidere la sua gente. Ed è ciò che sta continuando a fare, con l’aiuto dell’aviazione russa. Ed è veramente intollerabile che si alzi il coro del “save the children of Idlib” ogni qualvolta ci svegliamo al mattino e scopriamo che l’esercito regolare è riuscito ad avanzare nella riconquista del territorio sovrano.

In questo momento, per come la guerra si è evoluta e continua ad evolversi, chi non sta con Assad sta con Erdogan, tertium non datur. E se comprendiamo la difficoltà del cittadino medio, alle prese con i maggiori siti giornalistici tutti contro Assad (parlano tanto di fake news perché ne producono a centinaia) e con la paura del contagio da Covid19, non possiamo accettare la testardaggine di chi può capire e decide di non farlo, magari corroborando le false tesi. Marx ebbe modo di affermare che i mezzi di comunicazione sono sempre in mano ai gruppi dominanti e così anche il cinema dà il suo contributo nella narrazione dominante. Parliamo dell’acclamato film documentario “For Sama”, tradotto in italiano col titolo “Alla mia piccola Sama”. Il film documentario narra le vicende della regista protagonista, Waad al-Kateab, che racconta cinque anni di guerra in Siria, ad Aleppo per la precisione, da ribelle, in una Siria che vuol disfarsi del regime di Assad, sull’onda delle “primavere arabe” (di cui tutti ormai conosciamo progettatori ed esiti). Il documentario è l’urlo all’Occidente affinché intervenga militarmente accanto alla popolazione contro il terribile dittatore. Peccato che quei ribelli decantati dalla regista non siano altro che gli aderenti ad una frangia siriana di Al Qaeda di cui, a ben vedere da documenti riscontrabili facilmente on line, la famiglia Kateab aveva una conoscenza diretta. Basta fare un giro su internet per scovare più di una foto di Hamsa al-Kateab, marito della regista e presentato nel documentario come ultimo medico rimasto ad Aleppo, in compagnia di Maayouf Abu Bahr. Ai più questo nome non dirà nulla, ma dubitiamo non ricordiate quella foto tremenda di un gruppo di terroristici islamici ad Aleppo (quelli che da noi vengono ancora chiamati “ribelli moderati”) sorridenti prima di decapitare un ragazzino siriano.

L’Europa, gli Usa, le Ong: tutti hanno accordato a Erdogan, direttamente o meno, un appoggio che potrebbe rivelarsi fatale, replicando l’esperienza libica.

La Russia di Putin, grande alleato di Assad e accusato di star lì per interessi geopolitici simili se non uguali a quelli statunitensi e turchi, è al momento il miglior alleato possibile di Assad e l’unico Paese che era riuscito ad ottenere dai turchi una tregua sulla carta che Erdogan non ha rispettato appena ha potuto. Un comportamento vissuto da Mosca come un tradimento e un non riconoscimento del ruolo da mediatore. A questo sono seguiti attacchi da ambo le parti, morti fra i siriani e i turchi ma un evidente arretramento delle truppe turche, con la conquista di territorio sovrano da parte delle forze siriane. Probabilmente è stata la consapevolezza di poter perdere che ha spinto Erdogan a tentare una sferrata e nel contempo fare pressioni alla Nato. Il veto greco ha acuito la sensazione di poter essere lasciato da solo da Europa, Nato e Usa (gli Stati Uniti stanno respirando grazie al momentaneo rallentamento dell’economia cinese) e la morte di soldati turchi sono stati la scusa per radicalizzare gli attacchi e usare l’arma dei migranti.

Quel che registriamo è, ad ogni modo, l’arretramento non solo nello scenario di guerra ma anche nel campo dei rapporti politici, che hanno costretto il presidente turco a incontrarsi proprio ieri, 5 marzo, col presidente russo. Dal canto suo, Putin ha rimesso in scena il gioco della diplomazia, delle parti che devono discutere anche se i propri eserciti si stanno scannando e anche se, all’indomani della morte dei soldati turchi la redazione in Turchia di Sputnik news è stata presa d’assalto e i giornalisti arrestati con l’accusa di azione sovversiva.

Dopo sei ore di riunione tiratissima è stato raggiunto un memorandum di tre punti:

-il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte del 6 marzo;

-la creazione di un corridoio di sicurezza largo sei chilometri a nord e sud dell’autostrada M4;

-il pattugliamento congiunto da parte di Russia e Turchia, a partire dal 15 marzo, lungo l’autostrada M4.

È impossibile non vedere come dietro ai convenevoli della diplomazia i due presidenti si stanno tenendo molto stretti l’uno con l’altro per controllare le azioni di entrambi.

C’è però una differenza sostanziale fra i due che è venuta fuori più di una volta durante questo lungo incontro: Erdogan ha più volte affermato di essere in Siria per liberare il popolo dal regime di Assad e che le truppe turche non lasceranno Idlib e il Paese fin quando il popolo non lo chiederà, Putin ha ribattuto che Assad è il legittimo presidente della Siria, che le truppe turche hanno invaso illegalmente il Paese e che ad Idlib si deve porre fine alla violenza. Aggiungiamo noi che le immagini che accompagnano la liberazione dalle truppe dei miliziani sono sempre di giubilo e gioia e mai abbiamo visto manifestazioni pro Turchia in Siria.

La situazione è tutta in divenire e la battaglia di sangue si gioca oggi a Idlib, dopo che Aleppo ed altre città sono state liberate.

La Siria è l’unico Paese laico del Medio Oriente, dalla fiorente economia e dagli sviluppati rapporti internazionali. È un Paese che non si arrende, nonostante tutto.

La Siria è un Paese in cui il diritto all’autodeterminazione è stato sacrificato sull’altare degli interessi economici e geopolitici di Stati interessati ad acquisire quel territorio, come già accaduto altrove.

La Siria è la dimostrazione, ancora una volta, che il diritto internazionale è carta straccia e che il mondo ha bisogno di un altro equilibrio.

E di tempi decisamente migliori.