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domenica, 14 Luglio 2024

Contro l’Isis un'alleanza internazionale

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Recentemente Sergio Romano, già ambasciatore e adesso commentatore del Corriere della Sera, scriveva che «occorre combattere l’Isis con fermezza. Ma vi sono due modi per giudicarne l’importanza. Il primo è quello di considerarlo una naturale patologia dell’Islam, un vecchio nemico che assume vesti nuove, a seconda dei tempi e delle circostanze, per meglio attentare all’esistenza della società occidentale e dei suoi valori. Il secondo è quello di trattarlo come un fenomeno storico, un evento di cui è opportuno, per meglio combatterlo, conoscere le cause lontane e vicine. Mentre il primo nasconde spesso un pregiudizio razziale verso l’intero mondo da cui proviene e finisce inevitabilmente per trasformare la resistenza occidentale in una mobilitazione sociale e culturale che evoca l’atmosfera delle crociate, il secondo permette di mettere a punto le sinergie migliori». Mi pare un approccio giusto e corretto se si vuole condurre un’azione puntuale di condanna e di contrapposizione efficace a quella violenza brutale a cui stiamo assistendo ormai da troppi mesi.
E, su questo versante, non si può non concordare sempre con Romano quando sostiene che le grandi rivolte arabe del 2011 hanno sì contribuito ad abbattere regimi pseudo democratici e retti da elite corrotte che si erano arricchite alle spalle dei cittadini ma, al contempo, i ribelli dei vari Paesi non avevano quadri politici, un progetto e una efficace idea di futuro. Motivi, questi, che sono stati determinanti nel dar vita ad un cosiddetto “vuoto istituzionale” aprendo, seppur involontariamente, la strada a quei gruppi islamici che erano stati a lungo la sola opposizione al regime. E, accanto a questo elemento, non si può anche dimenticare che se non ci fossero stati due campi di battaglia, in Siria e in Iraq, in cui reclutare nuovi adepti e volontari probabilmente non ci sarebbe stata questa diffusa e dura recrudescenza della violenza a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi. Perché il tema del reclutamento, come tutti sappiamo, è sempre stato un elemento centrale di ogni gruppo rivoluzionario.
Ecco perché, di fronte ad una tragedia che inquieta e preoccupa ormai tutto il mondo, non si può continuare a discettare come se questa violenza fosse troppo lontana da casa nostra e quindi possiamo permetterci il lusso di osservarla come spettatori. Adesso, come dicono in molti, forse c’è bisogno di un corpo militare di intervento e di interdizione sotto le bandiere dell’Onu, giacché qualsiasi operazione condotta da americani e inglesi verrebbe subito qualificata come atto di guerra da buona parte delle milizie arabe.
Ma accanto ad un rinnovato ruolo dell’Onu, credo che non si possa rinunciare anche al dialogo. Almeno con quelle realtà che il dialogo lo accettano e lo assecondano. Anche nel mondo musulmano. Non certamente con i terroristi. Un dialogo che, comunque sia, non può e non deve sottovalutare la spirale di violenza, di ferocia e di barbarie a cui assistiamo quotidianamente dagli organi di informazione. Una barbarie e una violenza che debbono essere interrotte. A maggior ragione dagli organismi internazionali. Gli unici in grado di poter intervenire con forza ed efficacia nei paesi in crisi e dove la conflittualità ha assunto ormai livelli pericolosi per l’intera comunità mondiale.

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