17.6 C
Torino
domenica, 14 Luglio 2024

Iscritti e Pd, in gioco il ruolo dei partiti

Più letti

Nuova Società - sponsor
Redazione
Redazione
Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

E’ curioso che, in un momento particolarmente delicato per la vita economica e sociale del nostro paese, ci si soffermi sulla “quantità” degli iscritti ai partiti. In particolare nel Pd. Una discussione un po’ surreale ma quando diventa oggetto di dibattito politico nazionale è ovvio che il tema si impone all’attenzione della pubblica opinione. O almeno di quella parte che legge i quotidiani, segue i vari talk televisivi ed è appassionata al futuro della politica italiana e, nello specifico, in una politica democratica.
Ma, per restare al tema, non c’è dubbio che la caduta verticale degli iscritti al Pd non è solo il frutto di una momentanea dimenticanza di chi si riconosce in quel partito, di un distacco dal partito o di una volontà di proseguire l’impegno politico al di fuori del Pd. Nulla di tutto ciò. La caduta degli iscritti è riconducibile ad altre motivazioni.
Innanzitutto il profilo del Pd è cambiato. Ed è cambiato in profondità. L’avvento alla segreteria di Renzi ha impresso non solo maggior vivacità e dinamismo al Pd ma ne ha mutato le caratteristiche principali. Nulla più a che vedere con i partiti del passato, con l’apparato pesante e asfittico, con la centralità degli organismi decisionali, con la militanza di base che passava attraverso gli iscritti e i lunghi dibattiti delle sezioni e dei circoli. Una pagina, questa, superata e ormai non più praticabile all’interno del principale partito italiano. Al contrario, sono altre le peculiarità che caratterizzano oggi il Pd. Velocità decisionale, rapporto “diretto” del leader con il popolo- e non solo con il popolo di riferimento del partito, ma con tutti gli elettori – minor ruolo per le componenti interne e, di conseguenza, un partito emanazione del suo capo e sempre più cartello elettorale. Una impostazione, questa, che ha portato – come tutti sanno – il Pd ad ottenere un consenso al di sopra del 40 per cento alle ultime consultazioni europee. Un partito che, così impostato, inesorabilmente si scontra con i sostenitori del partito del passato, dove la militanza, la discussione nelle sezioni, l’autorevolezza delle dirigenze locali erano centrali rispetto a qualsiasi altra considerazione.
Si tratta, quindi, di una mutazione genetica. Ovvero, di una trasformazione radicale della concezione del partito e del suo ruolo nella società contemporanea. Ma si tratta di due modelli che difficilmente sono compatibili. Al di là e al di fuori di qualsiasi polemica contingente o strutturale. Si confrontano, cioè, 2 modelli di partito dove è difficile, se non impossibile, trovare elementi di reale convergenza politica e culturale. Non voglio dire che una parte deve soccombere rispetto all’altra ma è evidente a tutti che i teorici del “partito pesante” con un forte apparato e una secca militanza radicata in tutti i circoli non è affatto compatibile con un “partito del leader”, veloce nella decisione e organizzato prevalentemente per gestire campagne elettorali e campagne di opinione su singoli temi che portano consenso e simpatia al partito e al suo leader.
Ecco perché il capitolo degli iscritti al Pd, e alla sua progressiva caduta di numeri e di importanza, è destinato a segnare il dibattito all’interno e all’esterno del partito. E proprio su questo tema, apparentemente solo quantitativo e secondario, si giocherà anche l’unità politica, o meno, del Partito democratico.
Un confronto, comunque sia, destinato a segnare la stessa evoluzione dell’intera politica italiana. O meglio, del destino e del ruolo dei partiti politici.
Giorgio Merlo

- Advertisement -Nuova Società - sponsor

Articoli correlati

Nuova Società - sponsor

Primo Piano