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sabato, 13 Luglio 2024

Boniperti a quota 90

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

«Qualche anno poteva ancora giocare». Questa frase la sentii pronunciare mio padre nell’estate credo del 1961. Erano parole che riconobbi subito come sincere, dettate dal dispiacere che quel giocatore non l’avrebbe mai più visto in campo. Fu in quell’occasione che mi divenne decisamente familiare il nome di Boniperti, diventato un ex della Vecchia Signora. Anni dopo, scoprii che tanti altri avevano condiviso quella sorta di rimpianto per un’uscita di scena giudicata decisamente fuori sincro con l’immagine calcisticamente elegante che sapeva emanava. L’unico ad essere certo che il tempo fosse quello giusto era lui, il geometra Giampiero Boniperti, nato a Barengo in provincia di Novara nel giorno del 152esimo anniversario della Rivoluzione americana, il 4 luglio del 1928, figlio del podestà nell’anno sesto dell’era fascista.
Libri, cronache e servizi televisivi si sarebbero poi spesi nel raccontare con sobrio gusto quell’addio, in cui gli scarpini da calcio restituiti negli spogliatoi al magazziniere Crova diventano il segno del commiato. A 33 anni Giampiero Boniperti usciva da una porta in calzoncini per rientrare dalla stessa in doppiopetto.
Una vita nella e per la Juventus con una carriera che resiste nella memoria: 459 partite ufficiali, 188 goal dal 1946 al 1961; 38 maglie azzurre, 8 reti. Quindici anni di storie, aneddoti, malizie, insinuazioni che sfociavano invariabilmente sul potere di condizionamento della Juventus sugli arbitri, un condizionamento che aveva lui, dicevano le malelingue, come latore. Elegante nello stile e duro nel temperamento in campo, personalità al limite del cinismo fuori, tipico di chi non fa sconti alla vita, per non ritrovarsi in credito con qualche rimpianto. Alto senso del dovere al servizio del potere con il pregio di non aver mai nascosto nulla delle sue idee classiste. Un leader negli spogliatoi rispettato, anche se non amato. Ma l’amore non è un requisito che nel calcio fa segnare, però fa sognare se ci vuoi arrivare.
E Boniperti la Vecchia Signora l’ha amata fin da bambino.
Nel 1969 amministratore delegato della Juventus, poi presidente, una scalata da predestinato al vertice, promosso da geometra ad architetto non honoris causa, ma a causa delle vittorie, tante, costruite su campagne acquisti geniali disegnate dal comunista Italo Allodi, con cui realizzare il più proficuo dei compromessi storici sportivi.
Il bilancio degli scudetti: cinque da giocatore, nove dietro la scrivania, insieme a coppe grandi e piccole, esaltanti e dolorose come quella dell’Heysel in Coppa dei Campioni nel 1985. Lo ricordo alla messa in suffragio delle vittime di Bruxelles, in una parrocchia nei pressi di via Genova, se la memoria non mi tradisce, fiero e per nulla disposto a cedere alle polemiche su quel trofeo grondante di sangue, a chi suggeriva di restituirlo. Stretti quei denti aguzzi da ricordare un pescecane, sibilò: “Quei morti sono nostri”. La partita contro il Liverpool era definitivamente arrivata al Novantesimo.

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