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venerdì, 19 Luglio 2024

L’olio esausto è una bomba ecologica. Anche a Torino è ora di riciclare più e meglio

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Solo un quarto dell’olio esausto prodotto in Italia (una media di 5 kg per abitante) viene opportunamente riciclato. Questo significa che gran parte degli italiani, dopo una bella frittura, getta l’olio inutilizzabile nel lavandino o nel wc. Un gesto naturale che però ha gravi conseguenze sotto l’aspetto ambientale e che costituisce anche un danno economico visto gli ampi utilizzi del prodotto riciclato, sollecitati anche da apposite direttive europee e oggetto di varie sperimentazioni che non sembrano aver ancora dato in questi anni concreti risultati.

Insomma nel mondo sempre più bio, con i diktat sul riciclo che imperano, per l’olio esausto vegetale la situazione nel nostro Paese è ancora deludente, Piemonte compreso, con una raccolta per abitante che resta davvero limitata e non riesce a fare l’auspicato salto di quantità.

Un fenomeno preoccupante in quanto il potenziale inquinante di questo prodotto, non adeguatamente raccolto e trattato, è altissimo e può costituire una vera bomba ambientale, in grado di produrre seri danni agli ecosistemi, ma pochi se ne rendono conto, istituzioni comprese.

L’olio esausto forma una pericolosa pellicola sugli specchi d’acqua impendendone l’ossigenazione. Bastano piccoli sversamenti per inquinare enormi quantitativi d’acqua. (un solo chilo di olio vegetale esausto può galleggiare e inquinare uno specchio d’acqua di ben 1.000 metri quadrati). Inoltre può apportare danni a tubature di casa, fognature e compromettere anche la fertilità dei campi, arrivando anche a intaccare le falde se viene sciaguratamente disperso in campagna.

Il tema riguarda anche le grandi imbarcazioni e navi da crociera che sversano in mare grandi quantità di olii esausti.

Solo da poco tempo alcuni Comuni si sono attivati per una sua raccolta più efficiente, ad esempio, il Comune di Milano ha ampliato i punti di raccolta di olio esausto vegetale in accordo con i principali supermercati. Il Comune di Bologna ha potenziato la sua raccolta con oltre 500 appositi contenitori messi a disposizione da Hera, nelle stazioni ecologiche e alle colonnine stradali presenti anche in diversi comuni della provincia. L’accordo con l’Amministrazione comunale, ha permesso di incrementare ulteriormente questa raccolta e renderla sempre più agevole per i cittadini, aumentando in modo capillare il numero delle colonnine stradali a disposizione. Tutto ciò in attesa di un apposito piano organico generale d’intervento.

Tuttavia i dati restano impietosi: solo circa un quarto dei circa 280 mila di olio esausto prodotti in un anno viene riciclato (di questi due terzi sono dovuti al consumo domestico mentre il resto proviene da ristorazione e usi industriali).

Certo è positivo che in Italia quasi tutto l’olio esausto raccolto (95%) venga riutilizzato nella creazione di biocarburanti, a differenza di quanto si registra negli altri paesi europei che, in gran parte, privilegiano un suo impiego nella creazione di energia termica.

Siamo quindi virtuosi rispetto alle indicazioni comunitarie che fissano un forte aumento nella rigenerazione degli olii esausti, (85% entro il 2025), quando la Spagna rigenera il 68% degli oli, la Francia il 60%, la Germania il 50% e il Regno Unito solo il 14%.

Tuttavia, anche se è efficiente la gestione dell’olio esausto raccolto, resta sempre basso il livello di raccolta rispetto a quanto prodotto in particolare dalle famiglie italiane che finisce, come detto, per quasi i tre quarti del totale nei lavandini.

Appare evidente che, senza adeguati supporti di raccolta sistematica e diffusa, sia raro trovare qualcuno che conservi la bottiglia con l’olio usato della frittura per smistarlo presso l’isola ecologica (che spesso molti ignorano anche dove si trovi).

A Torino, città che dovrebbe avere un’alta coscienza ecologica, almeno nei principi di chi la governa, su questo fronte non si registrano concreti passi avanti, né sono in atto significative iniziative per migliorare la raccolta, nonostante alcune sperimentazioni e collaborazioni con i centri universitari avviati negli anni passati.

Solo l’attivazione di un sistema capillare di raccolta finalizzato al riciclo per condominio, per quartiere può portare a diffondere comportamenti eticamente corretti da parte di cittadini, sul modello di quanto si registra per plastica, vetro, organica e carta.

In fondo basterebbe mettere un contenitore, dove già sono presenti gli altri cassonetti, per raccogliere l’ olio usato “sotto casa” e organizzare un sistema di raccolta mirato attraverso il consorzio CONOE (Consorzio Nazionale di Raccolta e Trattamento degli Olii esausti), attivo nel riciclo oli esausti, o tramite altri soggetti.  Il consorzio nel 2018 ha raccolto circa 76 mila tonnellate, sulle 260 mila prodotte.  Il tutto coinvolgendo ovviamente amministrazioni locali del territorio e altri soggetti.

Altro tema su cui occorrerebbe intervenire è la ancora bassa consapevolezza delle conseguenze di  un errato smaltimento degli oli esausti. Ovvio che senza adeguate iniziative di sensibilizzazione e di effettivo miglioramento della raccolta il quadro resterà inadeguato. Insomma è inutile sviluppare campagne di informazione se poi non si forniscono gli strumenti per una reale raccolta agevole e diffusa.

Questo deficit rappresenta un vero spreco anche sotto l’aspetto economico in quanto tutto l’olio raccolto e riciclato può essere impiegato in vari modi: produzione biolubrificanti, prodotti per l’edilizia, utilizzo nell’industria saponiera e per bio asfalti che potrebbero sostituire il petrolio grezzo nella realizzazione dei manti stradali

E’ comunque nella produzione di biodiesel che viene riciclato gran parte degli olii esausti trattati, con evidenti beneficio per la bolletta energetica nazionale pari a circa 18 milioni di euro. Un dato che potrebbe salire a ben 75 milioni di euro se tutti gli oli vegetali esausti, generati in Italia, fossero recuperati come biodiesel attraverso le filiere del consorzio Conoe o altri soggetti.

Il consorzio, che fino ad ora ha operato in un sistema di fatto di monopolio, comincia a registrare la presenza di altri soggetti specializzati. Il primo passo in tal senso ha visto protagonista il Consorzio Ren Oils che si è potuto avvalere di una sentenza del Tar del Lazio che, nel luglio 2018, ha rigettato l’istanza presentata da Conoe per bloccare il riconoscimento del nuovo soggetto come operatore del settore. Un precedente importante che apre le porte a nuove compagnie con un possibile abbattimento dei costi e una possibile maggiore dinamicità ed efficienza nella raccolta e nel trattamento degli olii esausti.

Si apre insomma un nuovo contesto che dovrebbe agevolare l’auspicabile attivazione di seri interventi, coordinati e generalizzati su tutto il territorio, per migliorare il livello di olii esausti raccolti e trattati.

Infine ricordiamo come i ritardi italiani su questo fronte si scontrino anche con le direttive comunitarie sulle energie rinnovabili che spingono per un maggiore ricorso ai biodiesel (in particolare quello prodotto da olii esausti vegetali) in quanto assicura anche un alto livello di risparmio di gas serra, superiore al 90% rispetto al combustibile fossile. Un’importante chance per decarbonizzare il parco auto presente e futuro.

Una grande opportunità per rilanciare il riciclo e quella tanto decantata economia circolare che non pare ancora incontrare adeguata attenzione.

In assenza di azioni concrete istituzionali sul territorio, per migliorare la raccolta di olio esausto, si stanno sviluppando iniziative oltre che nelle realtà metropolitane anche in diversi piccoli Comuni e associazioni sensibili all’ambiente.

«In fondo non c’è nulla da inventare ma è necessario attivarsi per organizzare un’efficace sistema di raccolta, omogeneo e capillare non solo limitato alla volontà isolata di qualche amministrazione locale» a parlare è il consulente tecnico ambientale torinese Attilio Colombrita – che aggiunge: «A Torino, l’Amministrazione comunale, grazie al coinvolgimento di tutte le Circoscrizioni, potrebbe mettere in atto un processo di informazione capillare, anche a partire dalle scuole. Il cittadino spesso ha comportamenti scorretti dettati dall’abitudine e dalla non conoscenza. Quando vi saranno contenitori per l’olio esausto nei condomini e nei quartieri sarà molto più semplice coinvolgere la cittadinanza e migliorare il livello di raccolta».

Insomma gli slogan ambientalisti e i buoni propositi di alcuni esponenti politici non bastano più. Dopo tutto l’olio esausto è remunerato e perché si dovrebbe rinunciare a una produzione che consentirebbe di alleviare la nostra bolletta energetica oltre ai vantaggi ambientali?  Se una goccia di olio esausto è una bolla di sapone quando si avvierà una produzione di saponi e detergenti dichiaratamente provenienti dal loro riciclo con tanto di logo ecologico (“dal fritto al sapone“)?

Un ulteriore critica arriva da Massimo Perletto, che ha fondato nel 2012 la MPoli Srl di Alba, attiva nella raccolta e nel riciclo di olio esausto vegetale: «Purtroppo nella valutazione dei rifiuti spesso prevalgono criteri quantitativi che non tengono dei reali coefficienti di pericolosità, ovvero di impatto ambientale, che per l’olio esausto vegetale sono altissimi come per il settore delle batterie d’auto e le comuni pile» e aggiunge: «Facciamo parte del Conoe ma operiamo sul territorio senza particolari aiuti e quanto raccolto viene destinato alla produzione di biodiesel».

Anche il patron di MPoli sottolinea come sia fondamentale la collaborazione dei cittadini che vanno informati per avviare circuiti virtuosi: «Siamo molto impegnati sul piano della sensibilizzazione e certo ci vorrebbe maggiore attenzione dal mondo politico, ma i tempi stanno cambiando e, non a caso, anche l’Eni sta puntando su bioraffinerie con significativi investimenti».

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