Si chiama Péter Magyar, ha 45 anni e tutto lascia ritenere che possa diventare il nuovo premier ungherese, chiudendo ben 16 anni di dominio del sovranista Viktor Orban, in quella che è diventata una “democrazia illiberale” più vicina a Mosca che alla Ue. I sondaggi danno in forte vantaggio Magyar, il suo partito Tisza (Rispetto e Libertà) è al 41%, circa sei punti sul Fidesz di Orban al 35%). Ma il dato da non sottovalutare è l’ampia area di indecisi (tra il 20 e il 25%) che potrebbe riservare sorprese. La lotta tra filo russi ed europeisti è quanto mai dura e ci si aspettano colpi di coda del 62enne leader magiaro che, secondo Peter Magyar, “sta trasformando il Paese in una dipendenza di Putin”.
Obiettivo del leader democratico, affiancato dal partito democratico europeo, è contrastare ogni deriva autoritaria e le interferenze di Mosca, portando pienamente il Paese nella famiglia democratica europea sui valori di libertà, democrazia e stato di diritto.
Un’elezione che va ben oltre i confini nazionali. Una sorta di referendum tra chi intende legare l’Ungheria a Bruxelles e chi è per una sovranità che rientri nell’orbita di Mosca. In questo quadro si levano le critiche anche di alcuni europarlamentari (verdi, ppe) per minacce, ingerenze e disinformazione straniera sulle elezioni e sul loro svolgimento in un clima libero e corretto. Critiche che vedrebbero all’opera i servizi segreti militari russi.
Attacco all’Unione Europea
Ma cosa spinge Trump, Putin e anche la Cina a sostenere il patriota di Budapest? Sicuramente per Russia e Stati Uniti prevale l’appoggio al paese sul Danubio come elemento chiave per contrastare l’Unione Europea. Ruolo svolto benissimo da Orban con i suoi veti e le sue manovre per bloccare ogni discorso di integrazione come vero agente di Mosca. Un’integrazione che darebbe vita a un gigante economico e politico di 500 milioni di persone, forte di una politica estera e una difesa comune.
La presenza di Pechino in terra magiara vede prevalere l’interesse economico legato ai suoi grandi impianti di batterie per auto elettriche da tempo attivi. Fabbriche (anche della Corea del Sud) in cui lavorano molti stranieri (su cui Orban chiude un occhio) che sono ora oggetto di critiche da parte degli ambientalisti.
Trump in aiuto di Orban
Per sostenere il per la prima volta traballante Viktor, l’amico Trump ha fatto volare il vicepresidente JD Vance a Budapest, in piena campagna elettorale, in un paese che ha meno di 10 milioni di abitanti che conta molto sugli equilibri europei, per sostenere Orban, faro per il mondo sovranista e per le destre europee (Meloni compresa), che contrastano ogni discorso di integrazione europea, vista sia da Trump che Putin come il fumo negli occhi. Non a caso Orban è stato presente in quella congrega di dittatori e autocrati, diretta da Donald Trump, chiamata “Board of Peace”.
Vance non è nuovo a queste mission elettorali in Europea (l’anno scorso appoggio la destra tedesca estrema del AfD (Alternative fur Deutschland).
A Budapest il vice di Trump non si è risparmiato nelle accuse alla Ue dei burocrati per vergognose interferenze nelle elezioni (una cosa che fa pensare all’antico detto “chi lo dice lo è”), affiancando alle lodi per l’autocrate magiaro, paladino dei valori cristiani dell’occidente, definito con Putin tra i leader che hanno fatto di più per la pace in Ucraina… Abbiamo letto giusto “pace”. Anche il tycoon si è complimentato telefonicamente con Orban per la sua politica di chiusura verso i migranti, oltre ai suoi costanti contrasti con le direttive dell’Unione Europea. Ma il legame con Trump di questi tempi non sembra proprio una garanzia di successo, come si è visto per la Meloni sconfitta nel referendum. Tanto più nel corso dell’attacco all’Iran, voluto proprio dal tycoon, dagli sviluppi globali inquietanti e imprevedibili.
Dietro il calo dei consensi di Orban
Il modello Orban, per la sua linea filorussa, per non parlare delle posizioni verso la comunità Lgbtq+i e migranti, è una democrazia illiberale contro cui sono cresciute le proteste.
Le manifestazioni e le critiche contro Orban che si sono moltiplicate nel 2025 su diritti civili, tenuta democratica, quadro economico sociale negativo, salari e ambientalismo, sono una delle chiavi di lettura del calo di consensi di Orban, subendo fischi e contestazioni, anche in quelle campagne che erano il suo baluardo.
I giovani con Peter Magyar
Il 45enne Peter Magyar, con il suo partito Rispetto e Libertà, (Tisza) per scalfire quello che ha definito “un sistema feudale” ha evitato il ricorso a toni offensivi, slogan ideologici e convention all’americana contro i suoi avversari, incontrando piazze piene di giovani. Il leader europeista, molto attivo sui social, proviene dal partito di governo Fidesz, (che conosce dall’interno) diventandone il suo grande oppositore, su posizioni moderate che pescano tra i delusi di Orban e nel malcontento popolare di un governo che allontana Budapest dall’Europa.
Ripristino dello stato di diritto, miglioramento sistema sanitario pubblico, minori diseguaglianze economiche sono alcuni dei punti chiave del suo programma, in cui si parla di temi concreti come stipendi, sanità, inflazione e sulla necessità di riprendere la strada europea. Il suo slogan “ora o mai più”, utilizzato dai dimostranti georgiani, si affianca al “Non abbiate paura” di Papa Wojtyla.
Timori dei colpi di coda governativi
L’Ungheria di Orban è una realtà in cui il potere esecutivo è dominante, anche sulla Corte costituzionale, sviluppando timori per pratiche clientelari, voto di scambio, ricorrendo a forme di verifica del voto espresso. Sono fattori che, pur considerando il vantaggio degli europeisti rilevato dai sondaggi, lascia spazio a sorprese, a partire quel circa un quarto di elettori indecisi. I pessimisti non escludono il rischio scontri e violenze, aspettandosi, dal patriota senza scrupoli magiaro, qualche mossa non proprio regolare. . Troppi sono gli ostacoli dell’«autocrazia elettorale» messa a punto dal Orban, perché il largo vantaggio nei sondaggi dell’opposizione guidata da Peter Magyar si traduca automaticamente in una maggioranza operativa nell’Országház, il Parlamento di Budapest. Su questo scontro pesa la questione Ucraina, tema chiave della campagna elettorale di Orban che cita lo spauracchio di un diretto coinvolgimento militare verso Kiev in caso di vittoria degli europeisti.
Aldilà dei proclami elettorali il voto sul nuovo parlamento magiaro peserà sui rapporti tra Europa e Kiev e sugli equilibri regionali del cosiddetto gruppo di Visegrad. Gli osservatori mettono inoltre in guardia sui altri rischi legati agli ostacoli che una nuova maggioranza potrebbe incontrare da parte di istituzioni e strutture locali da tempo consolidate espressioni del potere orbaniano, un quadro che potrebbe dar corso a stati di crisi prolungate.
Ora tutta l’Europa democratica tifa per il cambio di governo che metta fine all’anomalia orbaniana, come auspica il segretario del Partito democratico europeo Sandro Gozia, ma i giochi non sono ancora fatti.





