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lunedì, 21 Settembre 2020

Intervista a Fabrizio Peronaci: “Troppi omicidi irrisolti e ancora tanti errori investigativi”

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

«Dopo quattro libri nel filone del giallo ecclesiastico, volti a scandagliare misteri e segreti di Stato, sono tornato all’investigazione più classica, quella sugli omicidi irrisolti, che suscita nell’opinione pubblica una sfiducia diffusa ma anche un sano desiderio di giustizia». A parlare è il giornalista-scrittore Fabrizio Peronaci, che così commenta l’uscita di “Morte di un detective a Ostiense e altri delitti”, volume in cui ripercorre diversi enigmi legati alla cronaca nera della sua Roma.

Un approccio diretto, avvincente, che al pathos unisce una scrittura avvolgente e richiami ai risvolti sociali, politici e culturali delle vicende. Si tratta di cold case, ovvero crimini irrisolti, talvolta sconfinanti (come per le scomparse del giudice Paolo Adinolfi e del super-esperto in guerre elettroniche Davide Cervia) nel molto italico mondo del depistaggio e dell’uso disinvolto della ragione di Stato.

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Il lavoro di documentazione e denuncia ha un risvolto nel gruppo Facebook “Giornalismo Investigativo” fondato dal caposervizio del Corriere della Sera, ormai diventato fonte importante per raccogliere opinioni, testimonianze e nuovi spunti che possano contribuire alla soluzione dei tanti casi giudiziari aperti in Italia. È da ricordare l’impegno di Peronaci sulla vicenda di Emanuela Orlandi, con la pubblicazione del libro scritto a quattro mani con il fratello della quindicenne, Pietro, del volume “Il Ganglio” e di centinaia di articoli per togliere il velo a verità occultate, circostanza che si ritrova anche in tanti altri casi romani e nazionali.

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Il libro in uscita, primo della collana “Fattacci di Roma”, riesamina tredici crimini del decennio 1990 – 2000. Omicidi insoluti il cui racconto prende per mano il lettore in una sorta di passeggiata noir nella capitale, tra luoghi e personaggi, facendo rivivere il periodo storico di riferimento.

Peronaci, com’è nata l’idea di riprendere gli omicidi e misteri romani della fine del secolo scorso?

La proposta è degli amici di Typimedia, casa editrice dinamica e innovativa, presente in tutta Italia. Una sfida che ho accettato con entusiasmo, perché condivido l’idea di base, recuperare il rapporto con il nostro territorio, il nostro ambiente: conoscere meglio la storia delle città e dei quartieri, compresi i fatti anche dolorosi del nostro passato, ci regala memoria e consapevolezza. Oggi con l’informazione digitale tutto brucia troppo in fretta. Un libro restituisce respiro e senso alle cose.

Anche raccontando i fatti più brutali?

Certamente, il dolore e la morte sono essenza della vita. D’altra parte a cosa attingono i grandi narratori della letteratura? Raccontare le tragedie degli uomini assolve poi a un altro compito: dare conforto alle famiglie, quasi sempre lasciate sole nella ricerca della verità.

Perché questo titolo particolare, che mette in rilievo la morte di un detective e un quartiere specifico, l’Ostiense?

Va premesso che i tredici delitti raccontati sono avvenuti a Roma, ma potrebbero essere ambientati in qualsiasi città d’Italia e del mondo. Dinamiche, motivazioni, stati d’animo legati alla violenza omicida, purtroppo, sono analoghi ovunque. Il caso del detective ucciso con un colpo alla nuca al binario 10 della stazione Ostiense, rispetto agli altri, ha una dimensione cinematografica incredibile: ho immaginato il capitolo come una lunga sequenza di fotogrammi.

Solo un romano potrebbe far respirare l’aria dei luoghi e i contesti umani connessi. Quanto contano questi fattori?

Moltissimo nell’analisi dell’ambiente nel quale matura un fatto deviante. Ognuno dei tredici crimini racconta la vittima, l’ipotetico assassino, il contorno delle persone vicine, ma anche l’humus sociale, che è fondamentale: l’indolenza borghese di un quartiere come Prati nel delitto della parrucchiera, il vitalismo dei nottambuli a spasso a piazza Navona nel caso di Maga Magò, la disperazione desolata di certe periferie nelle quali Cinzia, Ivano, Pina e tanti altri trovarono la morte, quel misto di decoro borghese e chiusura nel proprio nucleo tipico dei quartieri alti, come la Cassia, dove il tuo vicino potrebbe essere un killer spietato e non te ne accorgi…

Quanti sono gli omicidi irrisolti in una realtà come Roma?

La media annua complessiva è sui quaranta: considerando che almeno un delitto su quattro resta senza colpevole, parliamo di dieci killer che ogni anno girano tranquillamente in città. Oltre cento nel decennio. Un dato inquietante. Il mio libro vuole essere anche un avviso: guardatevi attorno, certi fattacci non accadono solo e sempre agli altri.

Perché tante sconfitte nonostante l’evoluzione delle tecnologie, ad esempio per l’estrazione del Dna?

È una domanda che tormenta molti questori e comandanti dell’Arma. È vero, lo sviluppo delle tecniche investigative non ha migliorato le statistiche. La percentuale di casi irrisolti, anche a livello nazionale, non è scesa nell’ultimo trentennio. Evidentemente le nuove indagini, vincenti grazie al Dna o alla comparazione delle impronte, hanno compensato un calo di efficacia dell’investigazione vecchio stile, che resta decisiva e si basa su tempismo, fiuto, interrogatori ben condotti, fatica, senso di squadra. Esempio: se avviene un delitto e magari per pigrizia non suoni a tutti i citofoni, in cerca del testimone oculare, commetti un errore imperdonabile.

Avviene spesso a polizia e carabinieri?

Diciamo che da una disamina puntuale dei tredici casi emerge una certa fragilità del nostro sistema investigativo, che troppe volte si arrende davanti alla complessità di un’inchiesta e preferisce dedicarsi al caso che fa più scalpore mediatico. Ma questo è sbagliato: l’azione penale è obbligatoria per tutti i crimini e non devono esistere delitti di serie B.

Uno dei fattori-chiave di questi drammi incagliati, specie quando emergono risvolti politici o diplomatici delicati (come la chiamata in causa del Vaticano), è “il mistero”. Un dato reale oppure fittizio, messo avanti per non procedere?

È vero che talvolta indecifrabili misteri o complotti sono usati come alibi per coprire verità scomode. E troppo spesso i giornalisti si adeguano. Per quieto vivere o opportunismo preferiscono tenersi lontani da argomenti spinosi. Nel mio piccolo, cerco di essere orgogliosamente minoranza, tenendo fede al patto con i lettori: raccontare tutto, anche a costo di avere qualche grana.

Sussiste una differenza sostanziale tra il cold case visto come un affascinante racconto noir, buono per serial tv e magazine scandalistici, e il lavoro di scavo del giornalismo investigativo?

Certo che esiste, ma eviterei atteggiamenti snob. Oltre che i giornali cartacei o web, oggi anche molte trasmissioni televisive si occupano di fattacci: e questo è un bene. Tutti insieme raccontiamo la vita, le difficoltà degli uomini, i tentativi di rinascita, e non le esistenze virtuali di vip e starlette oppure l’infinito chiacchiericcio della politica, quasi sempre sganciato dalla realtà. Occuparsi di omicidi, in fondo, significa parlare di lavoro che non c’è, malasanità, assistenza sociale inadeguata, mancanze della parte pubblica che devono essere colmate.

Per realizzare questo libro è entrato in rapporto con le vittime, spesso disarmate davanti a misteri troppo grandi per loro, come i familiari di Alessia Rosati, sparita da casa a 21 anni nel 1994 senza un perché

La dignità di padri, madri, figli, fratelli davanti al dolore enorme di una perdita commuove sempre. E mi spinge a continuare in queste indagini, di stimolo alla magistratura. I genitori di Alessia sono strazianti: aspettano notizie da un quarto di secolo, nel loro appartamento di Montesacro rimasto immutato, e nessuno dei tanti che sanno, amici della figlia ed esponenti dei movimenti in cui lei militava, si degna di dire nulla. Paura, certo. Ma anche vigliaccheria.

Tra i tredici casi esaminati in “Morte di un detective a Ostiense e altri delitti” c’è la possibilità che se ne risolva qualcuno?

Per almeno 4-5 le novità emerse dal lavoro di scavo sono eclatanti. In un caso l’assassino è tra le righe del libro, citato di persona. In un altro la nuova pista promette clamorosi sviluppi. Per il giudice Adinolfi vittima di lupara bianca nel centro di Roma è tutto scritto a chiare lettere nelle carte, ma manca un quid: la volontà vera di fare luce sulle collusioni esistenti, decenni fa come oggi, tra poteri istituzionali, economici e criminali.

Ultima domanda: nel suo impegno ha avuto a che fare con realtà legate ai Servizi segreti, presenti ad esempio nel caso di Alessia. Hai mai avuto timori nel fronteggiare queste situazioni ammantate dall’alone di mistero?

Ci si abitua, ma è dura. Da giovane mi capitò di essere pedinato e oggetto di uno stalking telefonico pesantissimo, con chiamate notturne ogni mezz’ora, per settimane. Ho subito danni alle auto 3-4 volte. Ora il controllo è più raffinato: ad esempio lavorare sul caso Orlandi assieme al fratello Pietro mi ha fatto percepire la forte sensazione, diciamo, di un controllo persistente. Ma questo è il prezzo da pagare a un privilegio che non dimentico: quello di svolgere un lavoro meraviglioso, che rappresenta un pilastro fondamentale di una democrazia, anche se molti spesso tendono a dimenticarlo.

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