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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Fabrizio Morri

Dopo le elezioni politiche del 2013, che avevano registrato la “non vittoria” – per dirla con Bersani – era maturato il convincimento circa la necessità che il Pd avviasse una profonda riflessione sulle prospettive e promuovesse una nuova classe dirigente. Queste le ragioni fondamentali della mia adesione alla candidatura di Renzi a segretario e del mio impegno a promuovere a Torino una nuova leva di quadri. Con la mia elezione a segretario provinciale del Pd, a novembre del 2013, a seguito di una combattuta campagna congressuale non priva di punte di astiosità e di desueti settarismi, prese corpo a Torino il progetto di rinnovamento politico e di messa alla prova di una nuova generazione di dirigenti. Ciò avvenne con la costituzione della mia segreteria e, successivamente, con le elezioni regionali che videro un grande successo della lista Pd in provincia di Torino e la elezione di un consistente numero di nuovi giovani consiglieri. Il progetto di rinnovamento del Pd si poneva in coerenza con il grande sforzo compiuto dalle amministrazioni comunali di promuovere il rinnovamento e il rilancio della Città attraverso una nuova vocazione di città di servizi avanzati, della cultura e dell’Università e del Politecnico, del turismo, senza abbandonare, anzi!, la sua antica vocazione di città manifatturiera. Come è noto a questo progetto si dedicarono Castellani, Carpanini, Chiamparino e, poi, Fassino. Ognuno di essi servì il progetto di rinnovamento con le sue idee e le sue responsabilità: senza abbandonarne l’energia rinnovatrice ed anzi arricchendone contenuti ed obiettivi. Per me, che tornavo ad un impegno politico di direzione a Torino dopo tanti anni, era motivo d’orgoglio scoprire che la mia città del post Olimpiadi era ben diversa dalla percezione che i non torinesi avevano di essa, solo qualche anno prima. Essa registrava un profondo cambiamento economico, sociale e culturale che suscitava interesse in tutt’Italia, di cui sono personalmente testimone in quanto molti miei colleghi parlamentari mi chiedevano informazioni sul “miracolo torinese” e sul modo migliore di visitare la città, oltre che notizie sui suoi ristoranti. Il lavoro svolto in questi anni ha consolidato il processo di rinnovamento, che dovrà conoscere ulteriori sviluppi nei prossimi mesi. Naturalmente non posso ignorare come accanto a successi importanti, quale la vittoria in Regione, abbiamo dovuto registrare la dolorosa sconfitta del 2016 a Torino ed in non pochi comuni della provincia. Sconfitta, va pur detto, che è figlia certo di errori e sottovalutazioni che possiamo aver compiuto nel corso della difficile azione di governo in un contesto generale di crisi economica, di mancanza di risorse, di crescenti vincoli di bilancio e di processi di impoverimento di ceti sociali colpiti da una micidiale miscela di disoccupazione, sottoccupazione, precariato e riduzione dei redditi e così via. Non deve neppure essere sottovalutata la pressione derivata dalla massa di immigrati (circa il 15 % della popolazione) e degli effetti sociali e culturali che essa provoca. Ciò nonostante Piero Fassino ha compiuto scelte amministrative lungimiranti in settori vitali per il futuro di una “Grande Torino“ ed i cui effetti benefici per la città si vedranno in futuro, sempre che l’attuale amministrazione non ne mini le basi con provvedimenti improvvidi, di scarso respiro e che prefigurano una Torino sempre più piccola, marginale ed insignificante nel contesto italiano ed europeo. Nelle recenti elezioni amministrative, accanto a sconfitte dolorose ad Asti ed Alessandria, registriamo nella provincia di Torino una inversione di tendenza che ci ha portati a vincere a Grugliasco, Chivasso, Rivalta, Castellamonte ed in altri centri minori. Non enfatizziamo di certo il significato di questi successi. Certo però questi risultati ci dicono che i tanti che vedono il Partito Democratico morto e sepolto dovrebbero fermarsi a riflettere. Con tutti i suoi difetti il Pd resta la risorsa fondamentale della democrazia italiana e degli equilibri futuri nel governo del paese. Certo esso è la forza più risoluta contro il dilagare della demagogia populista propria dei nuovi reazionari e dei vecchi fascisti.

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