“Dopo 37 anni dalla scomparsa di Mirella io sono qui ancora a chiedermi perché chi sa non parli”. E’ il pensiero-appello di Maria Antonietta, sorella della quindicenne Mirella Gregori, scomparsa nel nulla il 7 maggio 1983 a Roma.
A 37 anni dalla sparizione di Mirella, la giustizia non è riuscita a trovare i responsabili di questo tremendo atto, che ha lasciato in pena una famiglia per un tempo infinito, tuttavia sussistono ancora i presupposti per fare luce anche dopo l’archiviazione: alcuni testimoni sono ancora in vita, mentre sulle motivazioni il quadro appare sempre più chiaro, nonostante anni di depistaggi e insabbiamenti.
Un quadro che lega la vicenda a quella di un’altra quindicenne sparita 46 giorni dopo: la cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Anche se c’è chi si ostina ancor oggi a vedere i due casi privi di punti di contatto, le due storie sono strettamente correlate tra loro e connesse a uno degli eventi più importanti del secolo scorso: l’attentato a Papa Wojtyla del 13 maggio 1981 alle ore 17.17.
La sparizione di Mirella Gregori non ha avuto il boom mediatico della “ragazza con la fascetta”, ma analizzando i dettagli della vicenda il suo rapimento ha risvolti pesanti e molte stranezze.
Mirella Gregori aveva 15 anni quando è stata fatta sparire. Una brava studentessa, andava bene in italiano. La sua era una famiglia semplice che gestiva un bar. Nulla poteva far pensare che il destino di questa ragazza potesse rientrare nei feroci piani di chi stava operando ricatti e pressioni nell’ambito di una guerra fredda in uno dei momenti più torbidi della nostra Repubblica (P2, Marcinkus-Ior, Calvi-Ambrosiano) mentre, a livello internazionale, si registrava un vero e proprio scontro tra l’asse Reagan – Wojtyla e l’impero del male, che cominciò a dare i primi scricchiolii nel blocco sovietico per l’attivismo del Papa, avviato nella sua Polonia, sponsorizzando a fior di dollari la protesta del sindacato Solidarnosc.

Il caso Gregori passò quasi in sordina se non fosse per il suo essere collegato al rapimento della Orlandi, che ebbe un palcoscenico mondiale fin da subito grazie all’appello del Papa Wojtyla durante l’Angelus del 3 luglio 1983. Un caso quasi unico che un pontefice richiamasse la sparizione di una giovane tra le migliaia che avvengono ogni anno in Italia. Stessa cosa vale, anche se passata in silenzio, per Mirella Gregori, ma su un altro fronte: quello del Capo dello Stato italiano. Sembrerebbe fantapolitica, ma i riscontri sono eclatanti per una sparizione, anzi un apparente allontanamento spontaneo da casa, che (come per Emanuela) finì in una trappola, e non si sa quando e come scattò il sequestro. Un fatto che non scatenò proteste, manifestazioni, comitati, anche se qualcuno capì e si attivò per la portata e la pericolosità del caso.
Ma vediamo lo sviluppo della vicenda.
Qualcuno il 7 maggio 1983 citofonò a casa Gregori in via Nomentana 91: “Sono Alessandro puoi scendere?”. La ragazza era dubbiosa ma alle 15.30 si decise a scendere e, molto probabilmente, passò come d’abitudine dal bar sotto casa, dove disse che doveva incontrare degli amici a Villa Torlonia. Una sua amica fu l’ultima persona conosciuta con cui disse qualcosa. Da lì non se ne seppe più nulla.
Tutto questo accadde 46 giorni prima del rapimento, come detto, del rapimento di Emanuela Orlandi. I due eventi furono subito visti come legati da un sottile macabro filo, anche se il rapimento di Mirella all’inizio fu di fatto ignorato da media. Nessuno poteva immaginare che la vicenda facesse parte di una incredibile trama internazionale. Nessuno tranne uno dei protagonisti dello scorso secolo: il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che prese la questione molto a cuore.
Ma torniamo agli inizi.
Fin dal suo incipit la vicenda registra stranezze. Da un lato ci sarebbe una barista che la vide per ultima, e che per il suo comunicare sui fatti “poco chiaro” insospettì non poco gli inquirenti che l’accusarono di reticenza. Questa persona vide l’accompagnatore di Mirella che la condusse verso il baratro. Un baratro addolcito dalla presenza di un bel giovane con cui convisse per qualche tempo.

A tal proposito il quadro di sospetti è confermato da una nota del Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) del 31.10.83, pubblicata dal giornalista Tommaso Nelli su Cronacadossier, in cui si precisa come la figlia dei gestori del bar sotto l’abitazione dei Gregori conoscesse l’identità dell’uomo che convinse Mirella a seguirla prima della sua sparizione. L’accusa delle barbe finte è quella che, su questi fatti fondamentali per trovare il bandolo della matassa della vicenda, non si indagò a sufficienza.
E’ stato poi appurato che il vero Sandro o Alessandro De Luca, amico e compagno di scuola di Mirella, non c’entrasse con quel personaggio che chiamò la ragazza il 7 maggio. In ogni caso la sorella Maria Antonietta, piena di ansia, si aggirò la sera stessa per Villa Torlonia alla ricerca di Mirella, ma invano. Niente. Svanita nel nulla. Una delle sue ultime immagini la ritrae sorridente a due passi dal Pontefice, insieme alla sua scolaresca una settimana prima di sparire.
Ma c’è una circostanza che fece sollevare non pochi dubbi agli inquirenti. Il fatto che la ragazzina conoscesse, secondo la madre, un uomo che faceva parte dei servizi di sicurezza del Vaticano e con cui pare si intrattenne diverse volte nel bar sotto la loro abitazione. Un luogo che pare abbia un ruolo ricorrente in questa vicenda.
La madre rivide quell’uomo, che faceva parte della scorta di Papa Wojtyla, nel corso di una visita alla Parrocchia San Giuseppe il 15 dicembre 1985. il suo nome è Raul Bonarelli. Dopo aver segnalato il caso, decise di soprassedere e ritrattò ogni sospetto. Nel 1997 il procedimento verso ignoti per sequestro di persona fu archiviato e il vice capo della polizia vaticana fu anche fregiato del titolo di Cavaliere della Repubblica italiana.

Un cenno merita anche un’altra curiosa anche se marginale coincidenza. Mirella aveva lavorato come promotrice dei prodotti Avon, e proprio un lavoro esageratamente retribuito (375mila lire per una giornata) per questa casa di cosmetici fu proposto a Emanuela Orlandi poco prima della sparizione avvenuta il 22 giugno 1983.
Il caso Gregori fu quanto mai controverso perché, più che un rapimento, l’adolescente fu condizionata per uno spontaneo allontanamento che assunse la forma di una fuga amorosa. Si sospetta che il telefono del nido della coppia trappola fosse tra i numeri in possesso (o a cui telefonò) l’amerikano o meglio il fotografo Marco Fassoni Accetti. Nessuno è in grado di sapere quanto durò la convivenza e quando iniziò il sequestro o se la povera Mirella fu subito “tacitata”, usando il gelido gergo dei rapitori. Infatti vi è la triste sensazione che la ragazza sia stata eliminata molto rapidamente, secondo il parere espresso dallo scomparso avvocato Gennaro Egidio. Un vero esperto della querelle Orlandi Gregori, legato ai servizi, secondo il quale per la ragazza “non vedo molte speranze”.
Col senno di poi sono emerse strane affermazioni di Mirella su improvvise ampie disponibilità finanziarie che la madre lesse come stupidaggini adolescenziali.
Certo quel bar sotto casa Gregori ha forse tenuto nascosto qualcosa di importante.
Non a caso diversi anni dopo, l’11 luglio 2005, nel corso del programma Chi l’ha visto?, incentrato sul caso del boss della Magliana Renatino De Pedis sepolto a Sant’Apollinaire, qualcuno telefonò per dire: “E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei… con l’altra Emanuela”. Insomma sempre frecciate su qualcosa di poco chiaro in quel bar.
Per questo servizio la redazione di Rai Tre ricevette delle minacce da telefonate anonime che forse così anonime non erano.
Come detto, Sandro Pertini prese invece la vicenda Gregori molto sul serio, con trasporto. Lo testimonia una serie di sue iniziative e appelli tesi a smontare una spirale di violenze che avevano come vittime delle giovani innocenti. E questo sorprendentemente avvenne con grande riservatezza pochi giorni dopo i sequestri.
A Roma ogni giorno spariscono molte persone ma per Mirella il presidente partigiano intuì che si trattava (avvisato sicuramente dai servizi segreti) di un rapimento che rientrava nell’ambito della lotta senza quartiere aperta in Vaticano per contrastare la linea anticomunista di papa Wojtyla. Un fatto di portata politica internazionale. Se la cittadina vaticana Emanuela Orlandi sparì per fare pressioni sulla Santa Sede, per Mirella Gregori l’obiettivo fu proprio la Presidenza della Repubblica, (come attestano le richieste dei rapitori e le reazioni di Pertini), in quanto solo il Capo dello Stato avrebbe potuto concedere la grazia ad Ali Agca, l’attentatore del Papa che ritrattò sorprendentemente il 28 giugno 1983 “in diretta tv” le accuse ai bulgari subito dopo il sequestro di Emanuela.

Un fatto che deve far riflettere.
Pur di scongiurare il peggio per le ragazze Sandro Pertini avviò una delicata e particolare trattativa attraverso un dialogo “in codice”.
Una pista che trova riscontri su concreti elementi per molti anni ignorati.
Un ritaglio de La stampa del 3 agosto 1983, ripreso da Nuova Società il 7 agosto 2018 (“Caso Orlandi-Gregori, Sandro Pertini sapeva e temeva il peggio: ecco i documenti“, che si può leggere in fondo a questo articolo), lega il rapimento di Emanuela Orlandi a quello di Mirella Gregori di cui per la prima volta si parla sui media.
(“Con Emanuela è scomparsa un’altra sedicenne romana”). L’articolo parla di un fatto di grande rilievo: una lettera scritta da Pertini alla madre di Mirella Gregori il 21 giugno 1983, in cui assicura il massimo impegno per la risoluzione del caso. Un passo ufficiale rilevante, anche in considerazione del fatto che del rapimento di Mirella Gregori non si era mai data notizia in pubblico.
Un fatto che dimostra la presa di coscienza del doppio ricatto attuato con i rapimenti delle due ragazze. Vi è poi quell’intervista- comunicazione di Pertini, lanciata da una nota Ansa, in cui il 20 ottobre 1983 si fa esplicito riferimento al caso Gregori, rivolgendo un appello ai rapitori della ragazza. Un fatto che dimostrerebbe la presa di coscienza della pericolosità della situazione e la traccia evidente di una possibile e riservatissima trattativa. Questo a seguito di diverse telefonate al bar gestito dai genitori di Mirella in cui si richiedeva con insistenza di fare pressioni sul Presidente della Repubblica.
Sempre in quel periodo i rapitori di Mirella indicarono ai genitori anche dettagli e marche degli indumenti di Mirella che dimostravano come la ragazza fosse in loro possesso.
Ecco i testi di due telefonate ricevute dal padre di Mirella nel settembre 1983: “Perché fino a quando non c’è un appello per il Presidente noi non possiamo dire niente su questa questione ..” “Per avere informazioni sulla figlia rapita i Gregori devono ottenere che il Presidente della Repubblica faccia un appello pubblico per la liberazione di Alì Agca”. Impressionante il tono del genitore che ascolta impietrito le indicazioni dei rapitori della figlia, in modo da evitare ogni reazione negativa da parte dell’interlocutore.
C’è da chiedersi come mai queste telefonate decisamente importanti (quasi sicuramente del settembre 1983), siano state rese pubbliche solo pochi giorni fa nel corso del programma Chi l’ha visto? del 13.5.20. Telefonate che non sembrano essere state analizzate e decodificate (tanto più con gli strumenti tecnologici odierni) per individuare i responsabili. Presentate in tv in modo slegato da ogni contesto che potesse spiegare la complessa vicenda e che, sorprendentemente, poteva anche apparire come una sorta di telequiz popolare per riconoscerne la voce dopo 37 anni. Una voce forse dell’est. Strano che queste importanti telefonate non sembrino state oggetto di indagini o verifiche, visto che sul caso Gregori gli elementi di contatto con i rapitori risultano alquanto scarni.
Nello stesso programma è stata presentata anche una telefonata (con voce italiana, forse dell’amerikano) a quel famoso codice 158 che rappresentava la linea rossa del Vaticano, attivata per parlare del caso Orlandi. Un codice che qualcuno avrebbe letto come legato al segreto di Fatima (13.5.1917).
Sempre nel mese di settembre Pertini ricevette i genitori della Gregori (in modo riservato) e rivolse un appello per la liberazione della ragazza, dopo le telefonate in cui con insistenza i rapitori chiedevano di coinvolgere il Capo dello Stato.
Dopo molti anni di silenzio segnaliamo inoltre che sul caso Gregori si era rilevata una possibile relazione tra la Santa Teresa d’Avila (molto venerata dall’ordine dei Carmelitani Scalzi), morta il 15 ottobre 1582 e la possibile data della fine della ragazza sequestrata. La data risulterebbe in un crogiolo di codici e “lettere da Boston”, che fanno da cornice a questo mistero e che si sono dimostrate tutt’altro che una bufala, ma senza particolari sviluppi.
Alcuni fatti realmente verificabili dimostrano che le pressioni su Pertini furono tutt’altro che un’ipotesi o un’opera di mitomani. VI sono riscontri concreti: Appena si ha notizia del rapimento Orlandi Agca ritrattò le accuse contro i tre bulgari addetti alla Balkan air indagati e messi sotto torchio, nell’ampia istruttoria del giudice Ilario Martella per aver appoggiato la criminale missione del lupo grigio.
Agca condannato all’ergastolo non appellò la sentenza e verrà realmente graziato (senza clamore) dopo 19 anni di detenzione, estradato in Turchia nel 2000 dove tornò libero dopo un’altra detenzione. Con i suoi noti pseudo deliri e proclami si assicurò una sorta di polizza vita, ma è evidente che dietro il suo destino vi siano i frutti dei due sequestri. E’ una grazia che è valsa il suo silenzio, i suoi deliri e le sue versioni continuamente cangianti, come messo in risalto nei giorni scorsi da una diretta Fb del giornalista investigativo Fabrizio Peronaci. E, per quanto in ritardo, quella grazia invocata nelle telefonate ai genitori di Mirella Gregori arrivò. In cambio Agca parlò e continua a parlare molto ma non ha mai detto chi armò la sua mano e chi lo aiutò nel suo piano che, prima che essere “predestinato dal mistero di Fatima”, fu dettagliatamente organizzato con voli, alberghi, supporti e coperture logistiche.
Il caso Gregori è rimasto irrisolto ma elementi, indizi e testimonianze non mancherebbero se ci fosse una vera volontà politica di ricerca dei responsabili oltre ogni evidente ragion di Stato (o meglio di Stati). Certo il quadro che ha sacrificato agli interessi dei ricatti internazionali la vita di due ragazze appaiono sempre più evidenti.
Agli interrogatori del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, al memoriale del fotografo supertestimone Marco Fassoni Accetti, si aggiunsero nel tempo un nugolo di indagati. Due anni fa si ventilarono anche nuovi possibili contributi, di chi sapeva ed aveva sempre taciuto. Sviluppi che poi non diedero i frutti sperati per chi auspicava una possibile riapertura del caso archiviato nel 2015.
Nonostante l’assoluta minor rilevanza mediatica del caso Gregori temi e argomenti da approfondire sono ancora molti per quella ricerca di verità che i parenti della ragazza e tutte quelle persone che non si sono mai arrese alla logica del silenzio.
Insomma siamo ben lontani da quel confuso polverone di ipotesi da cold case, che spesso i media hanno fatto passare al pubblico creando confusione e incredulità in un vortice di piste spesso inverosimili rispetto una seria analisi di fatti complessi, che emergono sempre più nella loro validità storica, per una verità che latita da 37 anni.

Dopo la recente archiviazione delle presunte inchieste vaticane a basi di ossa, molti si sarebbero aspettati di più da un Papa riformatore che arrivava dalla fine del mondo. Ma la verità legata al trittico Agca-Orlandi-Gregori, con annesse altre tragiche esecuzioni di giovani innocenti come Katy Skerl (gennaio 1984) e Paola Diener (ottobre 1983), lasciano aperti interrogativi e soprattutto resta aperta la questione di quella tomba del Verano che nessuno intende aprire per verificare se certe testimonianze, per quanto inquietanti, sul trafugamento del corpo della Skerl, corrispondano al vero e per capire cosa ci sia oggi in quella tomba, invece di rincorrere improbabili ossa teutoniche, anche se con perizie private.
Come mai i negazionisti dell’affaire internazionale e della Vatican connection non fanno mai cenno agli interventi di Pertini legati alla sparizione di Mirella Gregori, inserendo quelle telefonate e gli altri elementi in una logica storica stringente e fattuale? Altro che “teoremi suggestivi ma totalmente infondati”. Tutto sarà pure archiviato ma in realtà una verità esiste, e non è così nascosta, per quanto complessa.





