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lunedì, 20 Aprile 2026

Ma come si permette?

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Ma come si permette consigliera Paoli di accusarci, di buttarci addosso fango così impunemente senza conoscere e rispettare le nostre storie individuali e collettive, il nostro impegno, i sacrifici di tanti di noi, il nostro esporci in una lotta che spesso ci ha visti solitari gridare con forza contro quel cancro che è stata ed è la mafia e sono le mafie? Ma come si permette?

Scusate, ma sono offeso, arrabbiato, amareggiato da quanto affermato, con superficialità e ignoranza, dalla consigliera grillina nel corso della riunione della Commissione Legalità, fortemente voluta e tenacemente condotta dal Partito Democratico nella scorsa consiliatura, una delle prime esperienze in Italia, la prima in una grande città.

Le scuse le devo perché questa improvvida e delirante uscita mi obbliga a ricostruire esperienze personali che mi appartengono, che sono il mio fondamento come persona impegnata in politica, ma che solitamente non ostento. Ci siamo impegnati e ci impegnamo nella lotta alle mafie non per ricevere medaglie, ma perché è un dovere morale imprescindibile battersi contro “la cultura della morte”, contro chi calpesta il diritto, la dignità umana, la vita.
Ho iniziato a far politica nei primissimi anni ’90 in un movimento che si chiamava, ironia o profezia della sorte, “La Rete” (l’unico partito ad avere delle persone nel simbolo) che nasceva allora in Sicilia come espressione di quella “Primavera di Palermo”, che segnava una discontinuità politica nell’amministrazione di quella città e di quell’isola.

Abbiamo lavorato fianco a fianco, e siamo cresciuti e maturati con loro, con Nando Dalla Chiesa, Claudio Fava, Libero Mancuso. Tutti orfani di mafia, con galantuomini del calibro di Alfredo Galasso e Antonino Caponnetto, il “padre” del pool antimafia, e, nonostante gli errori politici che indubbiamente dobbiamo aver commesso, abbiamo contribuito, ciascuno con il proprio ruolo e con le proprie capacità, a costruire quel clima sociale che ha permesso di raggiungere inimmaginabili risultati dopo gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino e dopo la strategia della tensione con gli attentati di Roma e di Firenze.

Il fatto che allora, dopo decenni di omertà, di silenzi, di indifferenza, anche in una città come Torino, e in molte altre parti d’Italia, si incominciasse a parlare di mafia, a manifestare contro la mafia, a sostenere l’azione degli inquirenti e dei giudici, significava dimostrare che la mafia non era un fatto locale, che il popolo siciliano, e calabrese, pugliese, campano, non era solo in questa lotta e che non tutti loro fossero mafiosi, o collusi. Avevamo, in quell’impegno, maestri come Diego Novelli e Angelo Tartaglia (s’informi consigliera Paoli).

Molti di noi hanno fatto scelte politiche diverse, ma molti di quei miei compagni di allora sono oggi con me in questo Partito Democratico che ha in Pio La Torre un perenne punto di riferimento nel proprio Pantheon ideale. Quel Partito Democratico che avendo nove anni di vita ha una storia che è fatta dalla storia di ciascuno di noi, ma che a Torino ha proposto la cittadinanza onoraria al giudice Di Matteo (vede che ha detto una castroneria?) e che ha intitolato una via a don Puglisi. Perché la cultura della legalità si costruisce anche attraverso questi semplici gesti simbolici. Con l’insulto, l’offesa e l’ignoranza non si costruisce nulla.
Mi appello al Presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci e alla Sindaca Chiara Appendino e al loro senso istituzionale e alla loro capacità di andare oltre la becera contrapposizione da ultras affinchè la consigliera si scusi pubblicamente con i tanti militanti, simpatizzanti ed elettori del Pd, con i tanti cittadini e le persone impegnate con onestà e dignità nella vita politica e sociale della città da lei offesi, perché solo con il rispetto reciproco e con una democrazia sana si può costruire una diffusa cultura della legalità.

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