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mercoledì, 22 Aprile 2026

L'Europa che non c'è

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Nemmeno Peter Pan ci crederebbe, non consumerebbe le sue fatiche per fare rotta su una destinazione veramente troppo immaginaria, dovendo per di più affrontare la problematicità di convincere frotte di bambini capricciosi a seguirlo… La metafora è probabilmente iperbolica, ma se gli Stati nazionali non si sentono granché bene nemmeno l’assemblamento continentale se la passa serenamente. L’interrogativo che ritorna a meno di un mese dalle elezioni è quello del “che cos’è l’Europa”. Non è affare di europeismo o meno, di populismo o il suo contrario, è una domanda che non trova risposta fuori dagli slogan e dai catastrofismi, forse perché la ragnatela politica e economica europea si sente così garantita da considerarsi immune ai venti di euroscetticismo, eurocriticismo, europopulismo e compagnia. Gli Stati aderenti all’Unione Europea colmano il vuoto europeo regalando motivazioni nazionali per andare a votare il prossimo 25 maggio, così è sempre stato e così si ripeterà, altrimenti il rischio di trovarsi con un numero di cittadini votanti da prefisso telefonico non sarebbe certo ma indubbiamente probabile.
Un dibattito europeo
Nel frattempo quaggiù, nel profondo Sud Europa, nessuno se n’è accorto ma il 28 aprile è andato in scena su Euronews il primo confronto elettorale europeo. Un’ora e mezza di dibattito su economia, integrazione politica, immigrazione, diritti, euroscetticismo e politica estera. Si è svolto a Maastricht, si sono confrontati i candidati alla presidenza della Commissione europea. La diretta televisiva ha coperto 28 paesi, venendo tradotta in 13 lingue. Il confronto si è svolto in inglese, con interventi di 30 secondi per ogni candidato, difatti il dibattito non è decollato e si è fermato alla riproposizione degli slogan elettorali o poco più. Il grande assente è stato il greco Alexis Tsipras, leader del raggruppamento della sinistra unitaria, che ufficialmente ha declinato l’invito per il poco preavviso (un mese), ma dietro le quinte si mormora che sia stato il difficile rapporto con la lingua inglese a consigliarlo di desistere. Le altre forze erano tutte presenti: il Partito Popolare Europeo (di cui fa parte Forza Italia) con Jean-Claude Juncker, ex premier lussemburghese e capo dell’Eurogruppo durante i primi anni della crisi, il Partito Socialista Europeo (al quale aderisce il Partito Democratico) con Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento europeo, i Liberali (appoggiati da Scelta Civica) con l’ex premier belga Guy Verhofstadt, i Verdi con la tedesca Ska Keller (ma è candidato anche l’attivista francese José Bové, non presente però al dibattito). Junker è finito nel mirino degli altri tre, che l’hanno attaccato più volte perchè responsabile dell’impasse europeo, permettendo a Schulz, vero rappresentante dell’establishment di Bruxelles con i suoi vent’anni da deputato europeo, di presentarsi come rampante esponente d’opposizione invece che come rappresentante della coalizione socialista-popolare che governa da sempre l’Europarlamento…
Ideologia europeista
A poche settimane dalla tornata elettorale anche i media mainstream hanno premuto l’acceleratore della propaganda, laddove è difficilmente rintracciabile una comunicazione scissa dalla vulgata politica, anzi. L’obiettivo dichiarato è smontare il proselitismo contro l’Europa, spesso dipinta come la madre di tutti i mali o la risoluzione di ogni inconvenienza. Il terreno della battaglia resta povero, in un’opera di quasi convincimento sull’utilità del voto del 25 maggio, perché (dicono) che con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore l’1 dicembre 2009, «i cittadini acquisiscono il potere di far nominare dai governi il presidente della Commissione Europea, tenendo conto dei risultati delle elezioni, dopo aver consultato il Parlamento europeo». L’elezione quindi avverrà attraverso la votazione parlamentare. Non si capisce quale dovrebbe essere l’elemento di galvanizzazione democratica che si dovrebbe manifestare nella partecipazione elettorale: l’aggettivo “indiretto” rimane un caposaldo della democrazia d’Europa, che non può che andare ovviamente ad alimentare e giustificare i roboanti strilli contro i banchieri, i burocrati e le loro disinvolte compagnie. Nonostante ciò, l’Unione Europea sostiene che “This time is different”, slogan della campagna per la promozione elettorale, ma chi ci crede davvero?!
Comunque vada, anche con gli euroscettici al 29% (come ha illustrato un recente sondaggio di Open Europe), la tenuta del patto europeo non potrà cadere in una situazione pericolosa e catastrofica, come ha dichiarato l’arrogante presidente del Consiglio Europea Herman Van Rompuy: «Qualunque cosa succeda ci sarà una forte maggioranza di deputati pro-europei attorno ai cristiani-democratici, ai liberali e ai verdi». La grosse koalition difenderà l’Europa che non c’è, this time is not different!
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