17.6 C
Torino
domenica, 14 Luglio 2024

La sinistra vuole una Commissione d’inchiesta parlamentare sui casi Orlandi, Gregori e Simonetta Cesaroni

Più letti

Nuova Società - sponsor
Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

In Vaticano la verità la conoscono e una Commissione d’inchiesta parlamentare può contribuire a fare chiarezza su casi, rimasti senza risposte e senza un colpevole, per rispondere alla sete di verità e giustizia delle famiglie delle vittime e dell’opinione pubblica.

E’ il leitmotiv degli interventi che hanno caratterizzato la presentazione della proposta per costituire una Commissione d’Inchiesta Parlamentare sui casi Emanuela Orlandi, Mirella Gregori e sull’uccisione di Simonetta Cesaroni. L’iniziativa di Pd, Azione e Movimento Cinquestelle, non intende però porsi come azione politica di parte e conta su nuovi contributi, oltre l’opposizione governativa. Non a caso Carlo Calenda ha ricordato come sarebbe un dovere anche del Governo attivarsi, anticipando una lettera al ministro della Giustizia Carlo Nordio.

“La commissione d’inchiesta parlamentare non è sostitutiva del ruolo della magistratura. Non trovano colpevoli e sono strumenti per favorire una ricostruzione storica” – ha ricordato Roberto Morassut (Pd), primo firmatario dell’iniziativa – che ha precisato come  “possa tuttavia raccogliere elementi e testimonianze e racchiuderli in una relazione conclusiva che può essere trasmessa all’ autorità giudiziarie che, in  autonomia, farà le sue valutazioni. Certo una spinta parlamentare che ha il suo peso”. Una spinta che si spera possa portare alla riapertura di indagini e approfondimenti in grado di sbloccare casi archiviati da anni, senza un movente e un colpevole e oggetto di depistaggi, su cui però non si è mai fermata la sete di verità e giustizia. Anche se l’esperienza delle passate commissioni parlamentari non pare certo entusiasmante nei risultati ha però contribuito a tenere viva la comprensione e l’attenzione su alcuni dei tanti misteri italiani.

L’altra firmataria, la pentastellata emiliana Stefania Ascari, ha ricordato come in commissione antimafia siano emersi nuovi particolari legati alla vicenda Simonetta Cesaroni (il giallo di Via Poma dell’estate 1990) e come, sulla base dei nuovi elementi acquisiti e inoltrati alla Procura di Roma, si sia riaperto il caso contro ignoti. Si tratta di aspetti che “potrebbero far sobbalzare dalla sedia”, partendo da un’intercettazione del 2008 rimasta sepolta tra le carte, ha concluso la deputata.  

Certo può sorprendere una commissione d’inchiesta parlamentare che mette insieme casi dagli ampi risvolti politico internazionali, come quelli Orlandi-Gregori, con quello dell’omicidio della povera Simonetta Cesaroni.

Il senatore Carlo Calenda non ha dubbi sul fatto che il Vaticano sappia molto di più di quello che dice, puntando il dito  su lacune e soggezione emerse nell’agire dello Stato in questa vicenda, ricordando come ora non ci si possa più  ignorare  il poco credibile non ne sappiamo nulla della Santa Sede. Bisogna andare fino in fondo. “Sarebbe utile anche per la Chiesa perché le cose emergono”, – ha aggiunto il leader di Azione – spiegando come in altri casi, in cui la Chiesa si è mossa con ritardo pensando di proteggersi, in realtà abbia avuto più danni di quanto sarebbe avvenuto in un contesto di chiarezza “. “Abbiamo grande rispetto per il Vaticano come stato sovrano e per il suo magistero, ma siamo una Repubblica laica che interloquisce in modo paritetico anche con lo Stato Pontificio. Uno stato sovrano può rifiutarsi di rispondere ma non il Vaticano che ha nella sua reputazione il suo carisma” ha concluso Calenda.

 “Dopo 40 anni senza risposte la sparizione di Emanuela Orlandi rappresenta un buco nero nella storia di questo paese”, è il pensiero di Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, che  sottolinea come resti comunque alta la solidarietà che supporta dopo tanti anni la richiesta di giustizia.

“E’ la prima volta che qualcuno si occupa a questi livelli della sorte di mia sorella”. A parlare è  Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella, la quindicenne romana  scomparsa nel nulla  il 7 maggio 1983 che ammette: “Abbiamo sempre vissuto un po’ nell’ombra del caso Orlandi.  Ci sono però dei punti di connessione”. La Gregori ammette di non sapere se  le ragazze siano state rapite insieme o finite in due situazione diverse e aggiunge: “Nella mia vita si sono affacciati diversi personaggi come Accetti e Agca. Sono tuttavia emerse incongruenze nei verbali delle dichiarazioni degli amici e molte cose che andrebbero approfondite (come la presenza e i contatti con la ragazza del vice responsabile della guardia vaticana Raul Bonarelli, richiamato al silenzio dai suoi superiori fedeli alla linea  “nessuna collaborazione con la giustizia italiana”.  

Federica Mondani, legale della famiglia Cesaroni, vede la possibilità che qualcosa di buono arrivi. “Le commissioni non sono certo un ostacolo alle inchieste ordinarie”.

Vede il bicchiere mezzo pieno anche Pietro Orlandi“Sono contento di questa iniziativa che può fare chiarezza su molti punti. Non si tratta solo della scomparsa di una ragazzina. C’è il coinvolgimento dello stato vaticano dello stato italiano e di stati stranieri”. 

Pietro Orlandi è poi entrato nei dettagli di uno dei passaggi più toccanti della monumentale vicenda della sorella sparita il 22 giugno 1983. Si tratta della cassetta con i lamenti di una ragazza oggetto di sevizie, fatta ritrovare il 17 luglio 1983. ”Degli analisti mi stanno aiutando a individuare quelle voci presenti nelle cassetta della torture. A mio padre dissero che si trattava di stralci di film porno da parte di un mitomane, ma già all’epoca gli analisti del Sismi avevano individuato delle voci. Voci che sono state poi manipolate” (si parlò di tre voci maschile con accento romanesco fatte poi sparire).

“Da anni cerco quella cassetta originale ma inutilmente” ha aggiunto il fratello di Emanuela, “certo io non sono autorizzato ad andare nell’archivio della Questura ma una Commissione parlamentare potrebbe..”.

E’ stato anche sottolineato come tutti siano venuti meno a quei  Patti Lateranensi, oggetto di revisione il 18 febbraio 1984, con le firme del cardinale Agostino Casaroli e del capo del Governo Bettino Craxi. “In questi 40 anni è emerso l’atteggiamento di chiusura del Vaticano e dello Stato Italiano venendo meno a quell’art 1 del Concordato che parla di collaborazione per il bene del paese. Una collaborazione di fatto nel nascondere le cose” è il lapidario giudizio di Pietro Orlandi che apre un flash su un altro momento topico: Quando nel 2012 l’Ansa riportò questo commento del Procuratore Giancarlo Capaldo , dopo un incontro con emissari del Papa: “Vi sono personalità in vaticano che sono a conoscenza di quanto successo”. Si trattava di un autentica svolta  ma,  subito dopo, quel magistrato fu sollevato da un inchiesta ormai avviata verso l’archiviazione avvenuta nel 2015. 

 In tal senso Pietro cita una ormai nota intercettazione in cui la moglie di Renatino De Pedis ha così rassicurato un preoccupato Don Vergari, il discusso  rettore indagato di Sant’Apollinaire:  “Stia tranquillo ora è arrivato il procuratore nostro che archivia tutto”. “Certo sarà stata una coincidenza” è stato il sarcastico commento di Petro Orlandi che ha aggiunto: 

“Anche sugli ultimi riscontri legati a messaggi whatsapp del 2014,  in cui due  persone,  vicine a Papa Francesco e al cardinal Abril, discutono su telefoni riservati della Santa Sede su come spostare effetti o resti di Emanuela, non mi è possibile , pur essendo un cittadino vaticano , verbalizzare le nostre dichiarazioni presso il Tribunale della Santa Sede come ci aveva consigliato il Papa Francesco  in una lettera, in cui mi  esortava a condividere gli elementi di nostra conoscenza. Il dott  Alessandro Diddi, promotore di giustizia nominato da Papa Francesco, rifiuta ogni contatto per ascoltare i nostri elementi e soprattutto i nomi di persone e cardinali che dovrebbero essere ascoltati dalla giustizia vaticana.  Insomma non voglion che faccia i nomi di persone coinvolte e questo vale sia per la vicenda dei messaggi whatzapp sia per le dichiarazioni del dottor Capaldo.

Servizi segreti

“Se dovesse essere aperta questa commissione parlamentare (bicamerale) si potrà anche approfondire il coinvolgimento di  servizi di diversi paesi stranieri   tra i quali sono risultati molto attivi quelli  francesi dell’ex Service de documentation extérieur et de contre-espionnage (SDECE) ora DGSE, oltre alla  DDR (Stasi), al servizio di intelligence militare russo (GRU)  e a quella Cia da sempre di  casa in Vaticano. Non sempre questi interventi furono legati a vere e proprie azioni sulla vicenda ma come supporti strumentali. 

Ragionando sul mare di piste emerse in questi 40 anni per Pietro Orlandi sussiste un legame tra tutte le ipotesi e ciascuna ha  elementi di verità in un contesto in cui Emanuela è stata usata per creare l’oggetto di un ricatto

La commissione d’inchiesta parlamentare può rappresentare un passo importante per smuovere una verità attesa da quarant’anni per un caso che continua a essere oggetto di pseudo svolte e rivelazioni in un mare di piste, testimonianze e depistaggi. Certo resta chiave la figura del reo confesso fotografo Marco Fassoni Accetti, l’uomo autoaccusatosi dei rapimenti Orlandi e gregori,  che ha più volte dimostrato di conoscere molti particolari della vicenda a partire dal flauto della ragazza fatto ritrovare nell 2013 e dell’ultimo riscontro da poco confermato, sulla tomba trafugata del Verano in cui avrebbe dovuto riposare Kety Skerl. Un personaggio ormai da tempo ignorato  da Pietro Orlandi che lo ritiene un mitomane. 

Il cerchio intorno a evidenti responsabilità dietro le mura leonine e non solo continua a stringersi, nonostante il silenzio espresso in modo eloquente dal cardinale Becciu nel giugno 2017: “Quello che dovevamo dire l’abbiamo detto. Per noi il caso è un caso chiuso”.  

Vedremo se la Commissione d’Inchiesta riuscirà a trovare l’appoggio delle forze governative perché , come ha sottolineato Morassut, “si tratta di uno strumento importante che  può determinare lo sblocco  di situazioni come queste che si sono fermate ad una archiviazione che non ha risolto la domanda fondamentale di verità”.

- Advertisement -Nuova Società - sponsor

Articoli correlati

Nuova Società - sponsor

Primo Piano