di Vittorino Merinas
Gesù aprì nel mondo ebraico una parentesi rivoluzionaria sui rapporti, allora prescritti e vigenti, tra il genere maschile e quello femminile. Considerati da lui generi paritari, si relazionò con essi di conseguenza, sfidando le costumanze in atto e le critiche dei bacchettoni e degli ipocriti che lo seguivano per contrastarne comportamenti ed insegnamenti. Né per lui c’era differenza tra donna e donna, tra Marta affaccendata nella gestione della casa e la sorella Maria, sensibile ed attenta a problematiche debordanti le pareti domestiche. Giudea o samaritana, santa o peccatrice, con tutte si intratteneva amabilmente, interessato alle condizioni di ciascuna, pronto a mitigarne le sofferenze ed a porvi rimedio senza discettarne le cause. I vetusti ed ipocriti lapidatori della peccatrice, a qualcuno nota forse per averla frequentata, si squagliano alla chetichella man mano che nei ghirigori che Gesù traccia sul terreno leggono qualche propria segreta vergogna.
Se ad entrambi i generi manifesta sostanzialmente lo stesso rispetto e la stessa attenzione, non si può negare, ad una accurata lettura dei vangeli, una maggiore sintonia di Gesù col genere femminile. Perché uomo? Certamente, ma anche e di più perché percepiva le donne più prossime interiormente e più affidabili come depositarie di idealità e valori. Ed i fatti lo confermeranno. Saranno esse a non abbandonarlo quando i maschi da lui prescelti si squaglieranno tremebondi d’essere coinvolti nei suoi problemi con le autorità religiose. Esse l’affiancheranno sulla via del calvario e staranno ferme e forti sotto la croce, senza timore d’essere individuate e colpite come sue seguaci. Sole, ritorneranno al sepolcro per accudire il cadavere, trovando, sconcertate ma esultanti, la tomba vuota e l’angelo annunciante la resurrezione.
Chiusa la parentesi di Gesù, cos’è rimasto nella chiesa della sua risoluta rivalutazione dell’originaria parità di genere? Poco più di nulla! Il maschio si riappropriò tosto del seggio primaziale e lì è tutt’oggi incollato. Un’operazione d’occultamento delle ricche e variegate potenzialità femminili anche nell’ambito dell’esperienza di fede, che ha tra i suoi protagonisti, primario per tempo e rilevanza, colui che si è impadronito di Gesù senza averlo mai né visto né frequentato: Paolo di Tarso. Operazione in lui vistosamente contraddittoria per aver avuto tra i suoi primari collaboratori donne come Giunia, Priscilla e Lidia, e pure per il fondamentale principio teologico da lui espresso nella lettera ai cristiani della Galazia: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” Unità ed identità poi intorbidite da quanto scriverà ai Corinzi: “Voglio che sappiate questo: Cristo è il capo di ogni uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo”.
Stando a quest’ultima sentenza, la donna arriva a Dio attraverso una duplice mediazione, Cristo e l’uomo, che si riverbera già nel momento della preghiera durante la quale “l’uomo non deve coprirsi la testa perché è immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo. Infatti, l’uomo non ebbe origine dalla donna, ma fu la donna ad essere tratta dall’uomo, né fu creato l’uomo per la donna, bensì la donna per l’uomo”. Dottrina con pesanti e significative conseguenze nella vita delle comunità cristiane. Infatti, continuava Paolo, “le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso di parlare. Stiano, invece, sottomesse come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualche cosa interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea”. Parole che dimostrano come Paolo avesse poca o nessuna conoscenza del comportamento di Gesù nei confronti della donna, al punto di tradirlo rifacendosi alla Legge e alla tradizione ebraica ormai cassate dall’avvento del Nazareno.
Un complesso dottrinale che fa della donna un sovrappiù senza significanza né apporti alla vita sia religiosa che sociale, dove ogni positività ha il marchio della mascolinità. Un quadro negativo a cui il santo di Ippona, Agostino, apporterà un’ulteriore negativa pennellata accusando la donna d’essere anche d’inciampo al maschio nel suo cammino verso la santità.
Una negatività complessiva che sarà fatta propria da un’altra colonna della dottrina cattolica, Tommaso d’Aquino, il quale, per argomentarla e ulteriormente rimarcare la pericolosità della femmina sul cammino devozionale del buon maschio, si rifà al suo maestro Aristotele. “La donna non doveva essere creata nella prima creazione delle cose. Dice infatti Aristotele che la femmina è un maschio non riuscito. Niente di difettoso doveva esserci nella prima formazione delle cose. Quindi la donna non doveva essere prodotta in essa.” Questa donna, o “maschio non riuscito” a permanente discredito d’un Dio creatore incapace e pasticcione, non doveva ed evidentemente non deve tuttora dominare sul “maschio riuscito” e per questo ”non fu formata dalla testa. E siccome non deve essere disprezzata dall’uomo come una schiava, per questo non fu formata dai piedi”. In sintesi, per Tommaso “l’uomo è il principio ed il fine della donna come Dio è il principio e il fine di tutte le creature”. (3, continua.)





