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giovedì, 30 Maggio 2024

“La crisi ha cambiato il lavoro: le vecchie ricette non servono più”. Incontro con Dario Gallina

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Nelle grandi crisi sistemiche il singolo non può fare la differenza, ma sono la squadra, la visione nazionale a essere fondamentali. A parlare è Dario Gallina, presidente Camera di Commercio di Torino. Lo fa a ridosso della diffusione con Unioncamere dei dati congiunturali sul secondo trimestre 2020. Un annus horribilis nel quale è scesa in pista una safety car per gestire l’emergenza e raddrizzare un percorso che poteva essere ben più disastroso, la perdita che si prevede a fine anno, come sottolinea lo stesso Gallina, non dovrebbe essere al di sopra del 10 per cento.

La rilevazione è stata condotta nel mesi di luglio con riferimento ai dati del periodo aprile-giugno 2020, ha coinvolto 1.719 imprese industriali piemontesi, per un numero complessivo di 96.569 addetti e un valore pari a circa 52,1 miliardi di euro di fatturato. Dall’indagine emerge come, nel periodo aprile-giugno 2020, l’impatto dell’emergenza Covid si sia mostrato con tutta la sua forza. Se nel I trimestre 2020 la produzione manifatturiera regionale aveva registrato una flessione del 5,7%, il calo produttivo nel II trimestre è quasi triplicato (-15,3%). 

Che dati sono quelli presentati con Unioncamere?

I dati sono molto negativi perché si riferiscono al secondo trimestre del 2020, riflettono una situazione molto grave in quanto includono la parte del lockdown, anche a livello produttivo. Ci sono dei settori che cedono di più, come quelli dell’industria tessile, abbigliamento o quelle della meccanica. Sopportano leggermente meglio quelle del comparto alimentare anche se in teoria in quel periodo  avrebbe potuto lavorare di più.

Come dobbiamo rapportarci a questi numeri?

Bisognerebbe chiudere gli occhi e non guardarli, ma puntare a ciò che è possibile per il trimestre che ci porterà alla fine dell’anno.  C’è grave incertezza: ci si aspettava una ripresa più semplice, una normalità più vicina, invece non è così. Ci sono dei settori che per una ripresa devono guardare sicuramente al prossimo anno, e non nei prossimi mesi. Senza dubbio il turismo. Tutto ciò che riguarda il movimento congressuale, i convegni: è un settore fermo anche perché le regolamentazioni sono ancora molto stringenti per ciò che riguarda gli incontri con il pubblico.   

Ogni crisi importante porta con sé delle opportunità di rilancio, di crescita dopo lo stop. Lo crede possibile?

Le opportunità ci sono. Quand’ero ancora presidente di Unione Industriale, nell’indotto manifatturiero alcune riprese sono state possibili grazie anche agli incentivi che abbiamo chiesto con urgenza. Fortunatamente la parte automotive ha ricevuto degli ordini anche sull’aspettativa degli incentivi; quindi la filiera si è in parte rimessa in funzione. 

Qual è il compito dell’impresa in questa crisi?

E’ quello di ripensare a tanti modelli di lavoro e di businnes per le aziende. E poi è fondamentale guardare all’impalco sociale con una necessità di rimboccarsi le maniche tutti insieme per portarci agli appuntamenti dei rinnovi contrattuali con una visione diversa.

I rinnovi contrattuali dovranno tenere conto di tutto questo?

Nelle piattaforme contrattuali, tra le parti datoriali e sindacali, bisogna trovare un’innovazione che fino ad oggi è mancata. Anche negli anni passati sono sempre stato critico sul modello delle relazioni industriali, e oggi vedo una svolta. Quindi, è necessario basare sulla produttività la contrattazione di secondo livello nelle fabbriche, ma soprattutto lavorare sulla competitività e sulla produttività, tenendo conto che stiamo affrontando un momento drammatico. Non si può pensare di lavorare a un rinnovo pensando solo alle parti economiche; dobbiamo mettere le aziende nelle condizioni di poter competere. Sono necessari grandi sforzi, che già in parte sono stati fatti, nell’adeguamento tecnologico e nella formazione. Molte aziende si stanno rinnovando in questa direzione.

Ci sono però dei capitoli sui quali c’è resistenza.

La produttività del lavoro in Italia è costantemente calata. Quindi non è un tema salariale, ma è un tema di produttività dovuta a organizzazione, formazione, lavoro, non solo basato sul salario. Questa doccia fredda porta davvero a ripensare tanti modi di lavorare. Se ci si sta concentrando su quello che è la perdita dello straordinario, se uno lavora in smart working, bisogna avere una percezione un po’ diversa. E’fondamentale pensare a come riportare le aziende sul mercato e far arrivare gli ordini. Questo passa attraverso la produttività del lavoro, che qui in Italia ha perso moltissimi punti rispetto agli altri Paesi europei. 

Cambia il modo di lavorare: il commercio che si muove on line ne è un esempio.

Per questo è importante non pensare di restaurare quello che c’era prima: il commercio, la ristorazione, le piccole realtà imprenditoriali sulla rete, il servizio a domicilio, il delivery, sono settori sui quali come Camera di Commercio stiamo spingendo lavorando su una piattaforma di territorio che metta  nelle condizioni gli esercenti ad avere una visibilità sulla rete, senza dover essere costretti a passare per le grandi piattaforme internazionali. 

Il lockdown ci ha insegnato ad un nuovo tipo di turismo, quello virtuale.

Il turismo è uno di quei settori in drastico cambiamento. Abbiamo la possibilità di modificare l’attrazione turistica, e lo dobbiamo fare bene. E’ necessario saper interpretare e accettare i nuovi trend, e saper sfruttare ciò che in fondo offre il nostro territorio, con eventi molto più virtuali, come sta facendo il salone del gusto, con un ricco programma di eventi on line: sono gli stumenti attraverso i quali poter compensare e perchè no capitalizzare i contatti con il pubblico con dei numeri superiori. 

In questo contesto come si collocano opere che già sono parte del presente, come il parco della Salute, o la Città della Manifattura e dell’Aerospazio?

Rimangono fondamentali e devono essere accelerati: la città della manifattura e la città dell’aerospazio sono progetti importanti che devono essere accelerati, ospitare l’istituto italiano per l’intelligenza artificiale è anche sotto questo punto di vista un’ottima notizia che ci induce a immaginare il distretto di Torino e del Piemonte molto più importante e ambizioso. A questi, insieme con le infrastrutture e le grandi opere, dobbiamo agganciare importanti progetti grazie ai finanziamenti europei.

A proposito: quanto potrebbe arrivare al Piemonte dal Recovery Fund?

Dal Recovery fund di cui si sta parlando molto, pare possano arrivare al Piemonte tra i tre e i quattro miliardi. Dobbiamo essere in grado di fare sistema per permettere che queste priorità di opere siano approvate e finanziate nel più breve tempo possibile. In questi casi la politica è necessaria per dare la guida. L’Europa ci ha dato  la possibilità di avere finanziamenti forse tra i più importanti tra gli Stati europei: è d’obbligo utilizzarli bene. Non vorrei che ne fossimo incapaci ed essere obbligati tra qualche anno a restituire quanto ricevuto. Non solo sarebbe gravissimo ma avremmo perso una grande occasione.

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