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venerdì, 12 Agosto 2022

Immuni è veramente un problema per la nostra privacy? Intervista a Ettore Gendusa

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Siamo alle porte della Fase 2 e il dibattito di queste ore riguarda la possibilità di monitorare la diffusione del coronavirus attraverso l’applicazione per smartphone Immuni che dovrebbe tracciare le persone infette e monitorarne le attività sociali.

Cos’è Immuni e come funziona noi di Nuova Società ne abbiamo già parlato qui, ma oggi vogliamo approfondire l’aspetto che più di tutti sta “allarmando” i cittadini: la possibilità per l’app di accedere ai dati sensibili degli utenti e quindi violare la loro privacy.

L’app è ancora in fase di sviluppo, ma da quanto si apprende dagli ideatori, la società milanese Bending Spoons, dovrebbe funzionare attraverso il Bluetooth. Una tecnologia che permette lo scambio di dati e informazioni tra apparecchiature elettroniche attraverso frequenze radio a corto raggio.

Ma parlando di Immuni questo scambio di informazioni come funzionerà? Lo abbiamo chiesto a Ettore Gendusa, consulente legale e data protection officer.

Come funziona lo scambio dei dati?

“Tramite il Bluetooth è possibile registrare le interazioni umane che avvengono fino a un metro. Chi scaricherà l’applicazione conserverà sul proprio cellulare le informazioni relative alle interazioni con le altre persone che dispongono di Immuni.
Nel momento in cui un utente dovesse risultare positivo, avrà la possibilità di registrare il dato sul proprio telefono e l’app notificherà alle persone con cui ha avuto contatti la possibilità di aver contratto il coronavirus. Il Bluetooth utilizza un ID temporaneo e anonimo che varia spesso. Non si sa ancora se l’app sarà in grado di effettuare un calcolo di probabilità del contagio sulla base dei dati forniti: ad esempio non si saprà se il contagiato è un semplice passante incrociato sul marciapiede o il collega di lavoro”.

L’applicazione sarà collegata al Servizio Sanitario Nazionale. In che modo verranno conservati i dati?

“Ancora non sono stati rivelati molti dettagli sul funzionamento tecnico dell’applicazione. Probabilmente la loro archiviazione avverrà in un server ministeriale. La società che l’ha creata ha dichiarato che l’applicazione risponderà ai criteri emanati dalla Commissione Europea tra i quali la la temporaneità dell’archiviazione e l’anonimità di questi dati”.

Quali problematiche potrebbero nascere?

“Il fattore sicurezza è fondamentale. La dispersione dei dati raccolti può causare gravi danni, soprattutto a livello di speculazioni economiche. Ad esempio un gruppo assicurativo che viene a conoscenza di questi dati potrebbe trarne vantaggio per la stipula di polizze vita. Tutti noi stiamo quindi attendendo le garanzie che ci fornirà la società produttrice.
Altro problema è il confronto con le garanzie costituzionali. Andiamo incontro a un fenomeno che probabilmente sarà temporaneo, ma comunque con questa applicazione mettiamo in mano al sistema nazionale la possibilità di sorvegliare in maniera costante i cittadini”.

Ma cosa cambia rispetto ai dati che forniamo utilizzando applicazioni come ad esempio Facebook o Google Maps che già troviamo sui nostri dispositivi?

“Una applicazione come ad esempio Google Maps utilizza una tecnologia diversa: il GPS. Siamo quindi tracciati e profilati il che significa che Google analizza tutte le nostre attività associandole al nostro nome e cognome. In Immuni non c’è utilizzo del GPS ma del Bluetooth quindi i dati non dovrebbero essere associati alla nostra identità.
Inoltre sono diverse le finalità di utilizzo. Google Maps e altre applicazioni hanno finalità commerciali, l’insieme delle informazioni che forniamo attraverso i social e le altre app vengono analizzate da parte di chi le produce, un’analisi che porta dei profitti.
Immuni risponde a un interesse pubblico, la sanità.Il tema critico è che siamo nella fase di avvio di una attività che esporrà i cittadini ad una sorveglianza che, se non temporanea e controllata, è ai limiti con i nostri principi costituzionali, e non è fantascienza. Chi ci garantisce, ad esempio, che in un futuro non ci sia imposto di essere costantemente geolocalizzati per una finalità cui non saremo d’accordo?”

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