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lunedì, 24 Giugno 2024

Il caso di Emanuela Orlandi a un passo dalla verità

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Pubblichiamo l’intervento di Fabrizio Peronaci, giornalista del Corriere della Sera e scrittore, autore del libro “Il crimine del secolo”, uscito nelle scorse settimane

Il caso di Emanuela Orlandi a un passo dalla verità. Non resta che riaprire l’inchiesta giudiziaria. Al movente primario (affaristico-criminale) si sovrappose un movente depistante (la ritrattazione del turco Agca) che fu utilizzato per salvare l’Est dalle accuse sull’attentato al Papa, decisivo l’indizio Avon-Nova.

Il sequestro Orlandi-Gregori è finalmente giunto a un passo dalla soluzione grazie alle molte novità emerse nelle ultime settimane. Per venire incontro alle esigenze di chiarezza e divulgazione su un caso tanto delicato e complesso può essere utile riepilogare, con un quadro d’insieme, sia le molte connessioni stabilite sia gli elementi indiziari e probatori da considerare prioritari. Tale analisi di scenario fornisce per la prima volta una motivazione solida alla scomparsa delle ragazze, individua il movente, indirizza verso gli ambienti nei quali cercare i responsabili e, fattore non secondario, inserisce il mistero di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori (1983) nel proprio esatto contesto, in particolare negli effetti scaturiti dall’evento primario, l’attentato al Papa di due anni prima (13 maggio 1981). Quest’ultimo tassello si rende necessario per spiegare qualcosa che – per quanto incredibile – è successo, vale a dire che per molti mesi oscure entità dotate di indubitabile calibro criminale (altrimenti sarebbero state smascherate dalle forze dell’ordine) pretesero la scarcerazione dell’attentatore turco Alì Agca in cambio delle due quindicenni.La verità sul giallo che da quasi quattro decenni turba l’opinione pubblica si può articolare in 10 mosse, desumibili sia dall’infinità di indizi da me riportati nel libro “Il crimine del secolo”, sia dalle successive acquisizioni da esso innescate, grazie al contributo di due fonti ben informate. Ecco dunque l’itinerario logico-cronologico che, grazie a un lavoro investigativo unico e spesso controvento, regala alle famiglie e a un intero Paese qualcosa che è stato negato fin dall’inizio: la verità dei fatti, dalla quale muovere per individuare e punire (se ancora in vita) i responsabili.

1 – Contesto storico: la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori avviene in un periodo caratterizzato da gravi tensioni all’ombra del Vaticano (scandalo Ior-Ambrosiano, omicidio del banchiere Roberto Calvi, sostegno del sindacato polacco Solidarnosc, Guerra fredda) e nella fase di maggiore visibilità mediatica di un’inchiesta giudiziaria lacerante per gli equilibri geo-politici, quale quella del magistrato Ilario Martella inerente la pista bulgara per l’attentato al papa.

2 – La scomparsa di due minori riferibili più o meno direttamente ad ambienti vaticani poteva quindi essere funzionale a un ricatto, con l’intendimento di lasciar tornare a casa le ragazze una volta che l’obiettivo fosse stato raggiunto. Il sesso femminile degli ostaggi avrebbe facilitato (come poi è regolarmente avvenuto) depistaggi di ogni genere, per indirizzare le ricerche su piste riferibili a un movente sessuale, mai suffragato da nulla (cosa diversa è se poi, nel corso della loro detenzione, Emanuela e Mirella possano essere state vittime di abusi; tale circostanza purtroppo non è da escludere).

3 – Alcune evidenze – i pedinamenti di alcune ragazze prima della doppia sparizione, le voci fatte circolare dai servizi segreti francesi di un imminente sequestro – accreditano un’azione in itinere già molti mesi prima delle scomparse di Mirella (maggio 1983) e di Emanuela (giugno 1983) e portano a escludere un’azione non premeditata e ben pianificata.

4 – Su entrambi i casi si accese immediatamente un faro ai più alti livelli istituzionali. La famiglia Gregori ebbe contatti con il pontefice e il Quirinale prima ancora che sparisse Emanuela, mentre lo stesso Wojtyla intervenne con un appello pubblico per la liberazione della figlia del commesso pontificio neanche due settimane dopo la scomparsa. E’ la dimostrazione che i vertici dei due Stati sapevano che era in corso un ricatto di inaudita rilevanza (poi coperto con il comodo schermo della ragione di Stato e del segreto pontificio).

5 – La prima mossa dei rapitori fu chiedere la liberazione del turco Agca in cambio della restituzione degli ostaggi. Prim’ancora che tale richiesta fosse resa pubblica, un effetto le due scomparse lo avevano già determinato: il 28 giugno 1983 (sei giorni dopo il mancato ritorno a casa di Emanuela) il turco ritrattò infatti le accuse contro i funzionari bulgari in servizio a Roma di essere stati i mandanti dell’attentato da lui commesso, dando inizio alla demolizione (poi andata in porto con le assoluzioni al processo) del castello istruttorio allestito dal giudice Martella.

6 – Le richieste di scambio Agca-ragazze non furono però mai suffragate da una prova (ad esempio la classica fotografia con un giornale in mano) dell’esistenza in vita. Al più, si ebbe prova di scambi di informazioni comprovabili, ottenute tramite contatti con i reali detentori di Emanuela e Mirella. Si può di conseguenza profilare uno scenario: che il gruppo assertore dello “scambio” (pista internazionale) si sia inserito nel doppio sequestro per ottenere risultati ben precisi e al tempo stesso “dare una mano” ai veri sequestratori, nell’ambito di una trattativa criminale rimasta occulta, allestendo un gigantesco depistaggio basato sui comunicati falsamente deliranti.

7 – In questo quadro, l’azione di Marco Accetti, supertestimone che spunta 30 anni dopo, è rivelatrice: l’uomo, presente marginalmente sulla scena dei fatti per i suoi contatti (e azioni di dossieraggio) con prelati dell’epoca, nel 2013 accredita l’ultimo depistaggio. La sua insistenza sulla matrice politica del doppio sequestro (resa evidente dalle tre pagine di auto-accusa da me integralmente riportate negli allegati a “Il crimine del secolo”) tenta di riportare l’attenzione su una pista che è pure esistita, ma in via accessoria, in subordine rispetto a quella principale, di carattere economico, rimasta sempre coperta.

8 – Il movente prioritario del sequestro Orlandi-Gregori è stato di carattere economico. Lo scenario è riassumibile in questi termini: la bancarotta del Banco Ambrosiano e il flusso di finanziamenti verso la Polonia a favore di Solidarnosc avevano fortemente esposto la Santa Sede e lo Ior dello spregiudicato monsignor Marcinkus nei confronti di creditori temibili, dall’elevato profilo affaristico-criminale (mafia, “mala” romana, frange massoniche). Gli stessi ambienti, con l’intento di riavere indietro i soldi e con il supporto di elementi dei servizi segreti, organizzarono quindi il doppio sequestro. Il progetto, prima che entrasse nella fase operativa, iniziò a circolare e arrivò alle orecchie di qualche apparato d’intelligence sia occidentale sia orientale. In questo frangente, non è da escludere che elementi dei servizi oltrecortina (infiltrati massicciamente sia in Vaticano sia nello Stato italiano) abbiano subodorato la possibilità di ottenere un proprio tornaconto dalla scomparsa di due giovani cittadine e avuto il tempo di allestire il movente secondario del doppio rapimento. Non è neanche da escludere che vi siano stati contatti e una sorta di “patto” tra i due fronti, i sequestratori della prima ora (movente economico) e quello inseritisi successivamente (movente di politica internazionale, legato alla Guerra fredda): l’interesse dei primi consisteva nel fatto che l’intervento dei secondi avrebbe funzionato da formidabile arma di distrazione di massa dell’opinione pubblica, ponendo in ombra l’obiettivo vero e i retroscena inconfessabili (le relazioni tra ambienti religiosi e malavita) del duplice sequestro.

9 – La nuova prova di tale ricostruzione (resa nota nei giorni scorsi dal gruppo Fb “Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci”) è rappresentata dall’esistenza di un ente pontificio di cui non si è mai parlato. All’epoca dei fatti, l’obolo della Santa Sede (lo stesso oggi al centro del processo contro il cardinale Becciu, segno che i problemi sono rimasti gli stessi…) veniva gestito dalla fondazione pontificia NOVA. Guarda caso le stesse lettere (un anagramma perfetto) della casa di cosmetici AVON di cui parlò Emanuela nella sua ultima telefonata a casa, attorno alle 19 del 22 giugno 1983. I rapitori con la finta proposta di lavoro per la AVON intesero quindi effettuare un rimando, comprensibilissimo in ambienti ecclesiastici, alla fondazione NOVA, che gestiva l’obolo per le opere caritatevoli, e dunque anche parte dei fondi destinati alla Polonia. AVON-NOVA: in quegli anni le azioni sottotraccia si effettuavano tramite messaggi criptati che, se decodificati in maniera esatta, potevano diventare risolutivi a fini investigativi. I rapitori di Emanuela e Mirella, in sostanza, mandavano a dire ai destinatari del ricatto: badate che noi sappiamo cosa avviene all’ombra delle opache finanze vaticane, dateci indietro i soldi oppure per voi saranno guai.

10 – Va infine considerata l’altra prova, svelata nel libro “Il crimine del secolo”, relativa alla presenza operativa nel sequestro Orlandi-Gregori di taluni elementi dei servizi di sicurezza occidentali. Tale partecipazione viene supportata da un indizio-chiave anch’esso mai decodificato, la sigla “S.R.” contenuta in alcuni misteriosi moduli pubblicitari apparsi all’epoca delle scomparse (maggio-giugno 1983) su due giornali romani (“Il Messaggero” e “Il Tempo”). La sigla era da leggersi come “Servizi Repubblica”, vale a dire il Sisde. In pratica, si era trattato di una vera a propria firma dell’azione criminale, mai compresa in 38 anni (o, più probabilmente, compresa in certi ambienti e taciuta). Il “prelevamento” della quindicenne Emanuela Orlandi e della coetanea Mirella Gregori, stando a questo scenario, sarebbe stato una vera a propria operazione di intelligence ideata da ambienti criminal-finanziari, per esercitare ricatti contro un gruppo coperto vaticano, con il supporto decisivo di 007 senza scrupoli, per ottenere la restituzione del danaro prestato e non rientrato (dalla malavita). Esattamente quanto denunciò Ercole Orlandi, il papà di Emanuela, persona seria e schiva, mai alla ricerca di visibilità mediatica, in una delle poche interviste da lui concesse (al Corriere della sera, nel maggio 2001) nella quale testualmente dichiarò: “Mia figlia rapita dai servizi segreti”. All’epoca, era una indicazione motivata, seppure non supportata da riscontri, da parte di un collaboratore del Papa che di certo aveva i suoi motivi per una denuncia pubblica tanto forte. Oggi, finalmente, la verità conduce nella stessa direzione, confortata da un’analisi di scenario e da una mole di elementi indiziari ragguardevole, cui si è giunti grazie all’esercizio del libero giornalismo. Un quadro che difficilmente gli organi inquirenti potranno ignorare. Se il sistema giudiziario è davvero genuinamente interessato a fare giustizia, la strada è obbligata: riaprire in tempi brevi le indagini, con una nuova inchiesta che riconnetta i fili di quella archiviata nel 2015.

Tratto dal gruppo Facebook “Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci

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