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venerdì, 25 Settembre 2020

Gianni Oliva: “La strada per trasformare la tragedia delle foibe in coscienza collettiva è ancora lunga”

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Il 10 febbraio, è il giorno in cui nel 1947 è stato fu firmato il Trattato di pace che assegnò l’Istria, Fiume e le isole Quarnerine alla Jugoslavia. La stessa data, dal 2004, è per votazione quasi unanime del Parlamento l Parlamento “La Giornata del Ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata”: ha di fatto sdoganato un argomento che non si è mai trasformato in coscienza nazionale condivisa. Anzi divide, sul sedimento favorevole della non conoscenza o della partigianeria politica e ideologica: molti continuano ad ignorarne il significato, i media se ne ricordano solo una volta l’anno, e non manca qualche negazionista o revisionista che ne contesta l’esistenza, o che ridimensiona la portata della tragedia.

Gianni Oliva, storico, giornalista e scrittore. Perchè la giornata del Ricordo è così contestata e divisiva?

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La vicenda delle foibe e ancor più quella della loro rimozione è uno spaccato della storia d’Italia, paradigmatica delle sue contraddizioni e delle sue ipocrisie intellettuali e politiche.

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In quanti sanno cosa sono le foibe?

In pochi: le foibe sono fenditure tipiche del paesaggio carsico, che si aprono al fondo di una depressione del terreno e che l’erosione millenaria delle acque ha scavato nella spugna delle rocce in forme gigantesche e tortuose. Qui, alla fine della seconda guerra mondiale, sono stati gettati i cadaveri di migliaia di cittadini italiani eliminati per motivi politici dall’esercito partigiano jugoslavo.

Quali spiegazioni ha dato la storia?

Da un lato, la politica di italianizzazione forzata perseguita durante il Ventennio fascista nell’Istria e nelle aree mistilingue del confine orientale, con la sistematica snazionalizzazione delle comunità slovena e croata e gli antagonismi nazionali che si sedimentati; dall’altra, la politica espansionistica del maresciallo Tito e l’ambizione di annettere alla nuova Jugoslavia comunista la Dalmazia, l’Istria, Trieste.

Cosa succede quando le forze di Tito arrivano a Trieste, nel 45?

Vennero stabilite sul territorio le proprie autorità amministrative e si scatenò una repressione brutale nella quale si mescolarono risentimenti nazionali e volontà epurativa politica. Perché al tavolo delle trattative di pace venisse riconosciuta la sovranità di Belgrado su tutto il territorio giuliano, bisognava infatti eliminare le persone che potevano difenderne l’italianità, impedire l’affermarsi di autorità antifasciste capaci di legittimarsi agli occhi degli Alleati, sopprimere le personalità di orientamento moderato.

In quanti morirono?

La strage colpì un numero tuttora indefinito di italiani, ottomila, diecimila: cittadini prelevati dalle proprie case, uccisi senza processo, eliminati occultandone i corpi nelle “foibe”. Non si è detto nulla nemmeno dei circa trecentomila profughi, cittadini italiani che dopo il 1947 lasciano le loro terre d’origine passate sotto sovranità jugoslava e raggiungono la penisola, ospitati in 109 campi di raccolta sparpagliati in tutte le regioni. I motivi sono essenzialmente tre.

Perchè non se n’è mai parlato?

Per tre motivi. Il primo per colpa il “silenzio internazionale”. Nel 1948, quando Stalin e il Cominform ruppero i rapporti con Tito accusandolo di deviazionismo, per l’Occidente la Jugoslavia diventò un interlocutore e la prima regola della diplomazia è che gli interlocutori politici non si mettono in difficoltà con domande imbarazzanti: da quel momento, non ci fu più interesse a far chiarezza né sugli infoibati, né sulle ragioni per cui centinaia di migliaia di giuliani abbandonano l’Istria e la Dalmazia.

E qual’è secondo motivo?

Il “silenzio di partito”. Per il Partito comunista parlare di foibe sarebbe significato esplicitare la posizione di Togliatti e del suo gruppo dirigente sul confine nordorientale, mettendo in evidenza le contraddizioni di un movimento che in Parlamento operava come partito nazionale, ma che in politica estera conservava la visione internazionalista e la subalternità alle indicazioni di Mosca.

Che ruolo ha avuto lo Stato?

Il terzo motivo per cui non si è mai parlato delle foibe è proprio il suo. L’Italia fascista ha scatenato la seconda guerra mondiale insieme alla Germania e l’ha persa, ma la “nuova” Italia del 1945 si sforzò di autorappresentarsi come Paese vincitore e utilizzò l’esperienza della resistenza partigiana, nobile e determinante per il futuro del Pese, ma sicuramente minoritaria, come alibi per assolversi dalle proprie responsabilità e per cancellare in un colpo il periodo 1922-1943. Questa rielaborazione assolutoria del passato, che rigettava le responsabilità esclusive della dittatura e della guerra su Mussolini e sul re, giovò tanto alla sinistra comunista, che nella resistenza trovò la propria legittimazione, quanto alle forze moderate, che puntavano alla normalizzazione dello Stato e alla continuità della classe dirigente. Aprire i conti con il passato significa rischiare rivisitazioni dagli esiti imprevedibili e individuare responsabilità che possono pregiudicare gli equilibri del Paese: meglio fingersi vincitori e garantire a tutti una ritrovata verginità politica e morale.

In tutto questo, perchè non ammettere ciò che era accaduto nel nord est?

Perché la rappresentazione dell’Italia del 1945 come paese vincitore potesse funzionare, l’autocelebrazione dell’antifascismo non era sufficiente: occorreva anche rimuovere in modo radicale dalla memoria collettiva ciò che avrebbe ricordato la sconfitta. A questo servono i silenzi, le negazioni, le pagine indicibili della storia nazionale.

Un imbarazzo profondo sul quale la legge che ha istituito la giornata del ricordo vuole rimediare? Anche l’imbarazzo è “indicibile”?

“Indicibili” sono i prigionieri di guerra perché il prigioniero rinvia all’idea della sconfitta; “indicibili” sono i crimini di guerra italiani e i presunti criminali di cui si nega l’estradizione; “indicibili”, soprattutto, sono le foibe e l’esodo, perché nessun Paese vincitore subisce, dopo la fine del conflitto, la strage di migliaia di cittadini, né la fuga di centinaia di migliaia di altri. Nella memoria dell’Italia repubblicana non c’è così posto per chi è stato ucciso nel Nord-est, né per chi ha lasciato le proprie terre e si è trovato a vivere l’esperienza tormentata di esule.

Il 10 febbraio può bastare a ricostruire visioni e coscienze?

L’istituzione della giornata del ricordo è un risarcimento postumo, che certamente ha contribuito a sottrarre il tema delle foibe al becerume della polemica politica: ma nonostante la buona volontà di molti, la strada per trasformare la tragedia del confine nordorientale in coscienza collettiva è ancora lunga e chissà se verrà mai percorsa.

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